Perrone: “Juve cannibale? Sarebbe stato meglio non spedirla in B nel 2006″

Juvemania(Barbadilloit) – Il punto sul campionato di serie A e sul quinto scudetto della Juve in questa intervista con Roberto Perrone, firma del giornalismo sportivo italiano

La Juventus colleziona cinque scudetti di fila. C’è un segreto?

Spesso ho detto che, paradossalmente, sarebbe stato meglio non mandarla in B. Per le altre squadre. L’Inter ha avuto il dominio incontrastato del campionato per quattro anni. Non accadeva dagli anni ’60 e quindi son passati quasi cinquanta anni per vedere i nerazzurri inaugurare un autentico ciclo vincente. Da quella retrocessione del 2006 la Juventus ha tratto forza. S’è rifondata, ha ritrovato energie mentali anche grazie all’arrivo di Antonio Conte, del ds Marotta e di Paratici. Azzeccare le scelte di mercato è importante: prendere giocatori importanti a parametro zero come Pogba e altri come lui è fondamentale. Poi c’è stato il grande investimento dello stadio di proprietà, l’inaugurazione dello Juventus Stadium ha coinciso con il primo scudetto del nuovo ciclo. Trarre il meglio da tutta una serie di situazioni nate dall’emergenza, dallo scandalo e dalla retrocessione è stato decisivo. Si tratta di circostante che tutte insieme, per un gioco di bravura e insistenza, hanno pesato negli anni successivi proprio quando le altre squadre s’erano convinte che la Juve non fosse più né competitiva né cannibale come un tempo.

Quali gli errori imperdonabili delle altre grandi?

Mancanza di vedute e programmazione. La stessa Inter lamenta un fallimento che trova le sue ragioni nella mancanza di programmazione. Per esempio, l’anno scorso Juve ha sfiorato il Triplete e poi s’è liberata di giocatori, per una ragione o l’altra, prendendone altri che potessero garantire un futuro radioso ai colori bianconeri. L’Inter invece fa il Triplete nel 2010 e commette un grosso errore: non intuisce che Mourinho, la sera stessa della finale vinta contro il Bayern, se ne sarebbe andato via in auto con Florentino Perez. La sua è stata scelta dettata dall’istinto: come se avesse mollato il Titanic in rotta verso gli Usa senza ancora scorgere tracce dell’iceberg. Mouriho intuì che quel gruppo era arrivato al massimo e, perciò, si sarebbe sfaldato. Peggio, poi, le mosse successive: si è tenuto Milito, che dopo la doppietta al Bayern è stato praticamente ininfluente e invece si dà via Snejider. E il tutto accade senza più collante di un allenatore forte come poteva essere proprio il portoghese.

La Juve passando da Conte ad Allegri si è invece rafforzata…

Sicuramente la Juve di Conte era più balbettante in Europa. Il tecnico salentino era troppo radicale nelle sue scelte e poco incline al cambiamento. Allegri è invece adattabile e questa è stata la forza delle nuova Juve che in Europa ha cambiato spesso formazione e schieramento: ricordo che Conte andò a Monaco e non cambiò di una virgola la sua difesa a tre, magari a favore di un 4-4-2 più accorto ed equilibrato. Finì che nelle due partite col Bayern, nel 2013, la squadra che venne proprio travolta. Invece quest’anno è andata meglio con le squadre forti che con le deboli. In Champions, semmai, ha pagato l’atteggiamento sbagliato col Moenglabdach in casa e nella trasferta col Siviglia.FiorentinaJuve

 

 

Non c’è il rischio di una serie A di monologhi bianconeri?

Premesso che, parafrasando il Catalano di Quelli della Notte, vincere sempre è meglio che perdere, il ciclo cannibalico della Juve è tutt’altro che finito. Già quest’anno si parlava di noia, di appagamento e dell’apertura di nuove possibilità per le altre. Il problema del campionato non è diverso. Non credo che ci si annoi perchè vince sempre la stessa: da spettatore disinteressato ritengo che a vincere, alla fine, sia sempre il migliore. Se il migliore è sempre lo stesso che ci possiamo fare? Anche a me piacerebbe vedere, per un anno, l’effetto che fa una situazione tipo quella del Leicester di Ranieri. Anche in Inghilterra, però, è difficile che il titolo esca fuori dal giro delle solite note. L’ultima affermazione di un’outsider risale ormai a quasi vent’anni fa. Magari, sì, viene voglia di sognare un campionato più divertente e più combattuto: quest’anno col Napoli ancora davanti si è avuta la percezione che la Juve fosse troppo arrembante e alla fine avrebbe vinto. Mi auguro per l’anno prossimo che ci sia un po’ di bagarre, un arrivo magari in volata a tre-quattro squadre. Stavolta hanno mollato tutte ed era inevitabile la fine con questa Juve dominante.

Occorrerà attrezzarsi già in estate…

Le squadre più importanti del nostro campionato dovrebbero risalire la china e trovare una nuova dimensione. Un cambio di mentalità però è molto difficile: Inter e Milan hanno bisogno di investimenti giusti. Se in un mercato, peschi un campione, uno così e così e una pippa sei stato fortunato. La Juve, finora, ha saputo fare mercato e programmazione meglio di tutti gli altri. L’esempio: i trasferimenti più onerosi delle ultime sessioni di mercato sono stati Dybala in bianconero e Kongdobia all’Inter: la forbice di rendimento tra i due è lampante. È un po’ la forbice che i campioni d’Italia hanno messo tra sè e le altre squadre.

C’è in serie A ancora la corsa alla salvezza.

Il Palermo s’è tirato su bene, Carpi ha la sfortuna di avere la Juve alla prossima: fosse stata un’altra squadra fresca vincitrice del tricolore come il Milan nell’anno dell’accoppiata scudetto-Champions ad Atene contro il Barcellona, che perse in casa della Reggiana che a sua volta si salvò a scapito del Piacenza, sarebbe stata fortunata a trovare una squadra molle. La Juventus deve festeggiare scudetto e non farà nessuno sconto.

E per l’Europa?

Bisogna vedere il contraccolpo del Napoli, oggi i partenopei hanno giocato molto bene ma sono mancati in fase realizzativa. L’undici di Sarri s’è scontrato contro un portiere, Szczesny, che s’è superato in grandi parate e con la sfortuna che, alla prima vera azione della Roma, Naingolaan ha segnato. Credo però che con due punti di vantaggio il Napoli possa ancora arrivare secondo, la Roma terza. Per l’Europa League c’è il Sassuolo che può farcela e per il Milan questo sarebbe il disastro. Ai rossoneri resta la Coppa Italia ma in queste condizioni non so come potrà opporsi alla Juve. Le due milanesi non riescono a tirarsi su, durerà anni questa crisi. Berlusconi ha perso il tocco magico e gli altri non riescono a combinare niente di strutturalmente positivo.

C’è qualche altro verdetto (importante) e già acquisito dal campionato..

Sì, il fatto positivo di questo campionato è che il Genoa si farà il decimo anno in A di fila. Non è notizia di oggi ma ne sono veramente felice: per noi genoani, una tale stabilità nella massima serie dopo anni duri e inconstanti, è quasi come vincere uno scudetto.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Apologia di Claudio Ranieri. Il calcio (e la vita) come sacrificio e spirito di comunità

Ranieri(Destrait) Mi fa arrabbiare sentir dare del miracoloso quanto sta facendo Ranieri in Inghilterra. Premetto. Claudio Ranieri è attualmente – per i pochi che non lo sapessero – l’allenatore del Leicester City Football Club che gioca nella serie A inglese. Questa squadra non godeva dei pronostici del favore in tema di vittoria finale del campionato inglese. Favorite erano le due squadre di Manchester, il Chelsea, il Liverpool e, casomai, qualche altra blasonata che tradizionalmente vince il campionato. A poche giornate dalla fine però il Leicester è primo in classifica con un buon margine di punti di vantaggio rispetto alle seconde. Miracolo per molti. Ma non per chi ama il calcio.

Mi fa arrabbiare giudicare miracolosa la ricetta che nel calcio – secondo me non solo nel calcio – ha sempre funzionato: sudore e spirito di squadra. Claudio Ranieri continua a dirlo a più riprese. “Siamo una squadra che corre e che ha spirito di sacrificio. Tutti si sacrificano per la squadra e il compagno di squadra. Nessun individualismo”. Bene.

Penso che miracoloso sia stato fino adesso vedere vincere squadre costruite a tavolino da magnati arabi che di calcio ne possono sapere meno di noi italiani. Per esempio. Real Madrid, Paris Saint Germain, le due squadre di Manchester sono la dimostrazione lampante che il calcio è soprattutto idee, e non soldi. Le squadre sopra citate, infatti, sono state fatte coi miliardi, e poche idee. Possono godere delle individualità di giocatori a sei cifre. Ma hanno fallito.

Solo il Madrid e il Manchester City sono in semifinale di Coppa Campioni e con un alta probabilità di non vincerla. Insomma, sommando i trofei che hanno vinto da quando i rispettivi proprietari spendono i miliardi, i conti non tornano. Oramai, invece, da anni succede sempre più spesso che squadre considerate di seconda fascia riescano a stupire. Oltre al Leicester del nostro Ranieri, già l’Atletico Madrid e se vogliamo anche la torinese Juventus hanno sbancato. Incassando, in proporzione ai soldi spesi per allestire le squadre, più trofei. Dimostrando che sudore e spirito di squadra hanno la meglio sui miliardi.

L’eccezione che conferma questa regola è il miliardario Barcellona. Seppur imbottito di giocatori costosissimi, il Barcellona è cresciuto ispirato dalla filosofia della comunità. Lo stesso Messi, fenomeno della squadra catalana, è stato letteralmente allevato dalla società fin da quando aveva quattordici anni. Per non parlare del Bayern di Monaco. La squadra tedesca continua a dominare in Patria e nel mondo evitando di spendere somme di denaro eccessive e pacchiane come fanno i magnati-proprietari che giocano con il calcio.

Morale. Oggi il calcio si divide in poteri. Ci sono quelli forti che hanno i soldi e cercano di dominare. E quelli popolari che hanno idee e riescono a vincere. Il campione del Leicester è un certo Jamie Vardy , ventinovenne biondino che fino a quattro anni fa faceva l’operaio. Ironia la mia, ma anche della sorte. Quella che – solo nel calcio? – lascia spazio a chi ha le idee. Sudore e spirito di comunità. Niente miracoli.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Maradona attacca la Juventus: “Ha una grande squadra tra arbitri e federazione”

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(IlGiornale) – Ha avuto anche un grandissimo culo… con due tiri in porta hanno fatto quattro gol in alcune partite”. E’ l’affondo del grande ex del Napoli Diego Armando Maradona nel giorno del trionfo dei bianconeri, arrivati al quinto tricolore consecutivo. Tra Juve e azzurri “la differenza l’ha fatta la panchina, Sarri si guardava dietro e non aveva tanti calciatori come Allegri”, è l’opinione del ‘Pibe de Oro’ ospite, in collegamento da Dubai, del programma ‘Casa Napoli’ su PiuenneTv. L’argentino ha sottolineato però come i bianconeri abbiano “un grandissimo allenatore, un gran collettivo ed una società che ha saputo risolvere problemi nei momenti giusti”.

Maradona ha punzecchiato poi il mercato del Napoli, “doveva comprare e non lo ha fatto, questo la gente lo sa bene. Non sono amico di De Laurentiis o di altri dirigenti, voglio il meglio per la gente. I tifosi volevano di più ma Sarri non ha avuto a disposizione gli stessi giocatori del rivale”. Quanto al futuro di Higuain, “farà entrare molti soldi nelle casse del Napoli, conoscendo De Laurentiis credo che lo venderà. Il Pipita non riuscirà più a mantenere questo ritmo, ha dato il massimo”. Altra stoccata alla Juventus, “ha dei giocatori fantastici nella Federazione italiana e nel mondo arbitrale, qualsiasi problema ci siano in campo il calciatore bianconero ha sempre ragione”. L’ex capitano dell’Argentina ha poi criticato il passaggio di Conte al Chelsea: “E’ una vergogna. Da ct di una Nazionale importante come quella italiana ha già firmato un contratto con il Chelsea”.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

West Ham-Juve per l’inaugurazione dello stadio degli Hammers

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(Barbadilloit) – Sarà la sfida tra West Ham e la Juventus di Massimiliano Allegri zagara inaugurale del nuovo stadio degli Hammers: le due formazioni si sfideranno il prossimo 7 agosto per la Betway Cup, trofeo legato allo sponsor della squadra londinese. La notizia è stata diffusa sul sito del club inglese con una foto di Ogbonna, ex juventino a corredo.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Il Bayern Monaco festeggia la Samb in Lega Pro, la Spal torna in B

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(Barbadilloit) – C’è una notizia che arriva dalla terza serie e che farà felici i romantici che s’ostinano ancora a vedere in un pallone poesie antiche danzate su Asfodeli rettangolari. La Spal, gloriosa squadra di Ferrara, ha centrato la promozione in serie B. E lo ha fatto grazie a una tradizione che si rinnova, quella degli Zigoni: Gianmarco, figlio dell’ormai mitologico Gianfranco, ha imbeccato la rete che vale la redenzione calcistica degli estensi.

Contro l’Arezzo, costretto al pareggio, la Spal ha fatto suo il ritorno in serie B a distanza di ventitré anni dall’ultima apparizione. Fu, quella, una stagione drammatica – anno di grazia 1992/93 – che si concluse con la retrocessione. È storia che ritorna a vivere e a vincere ancora, quella ferrarese. In serie A, negli anni del pallone in bianco e nero, a lanciar nell’Olimpo del futbol gente come Fabio Capello e Armando Picchi mentre a centrocampo dettava i tempi della squadra un maturo Osvaldo Bagnoli, nelle vesti di calciatore. E che nasce come tantissime altre realtà minori e non meno gloriose della provincia italiana: per opera di un sacerdote salesiano.


Ma c’è anche un’altra notizia che farà godere gli appassionati di calcio perchè, udite udite, dopo drammatici anni passati a combattere contro lo spettro dei fallimenti e la polvere dei campetti dilettanti, pure la Sambenedettese torna nel calcio che conta. I rossoblù sono risaliti in Lega Pro dominando il girone di D. Inutile ricordare come la squadra di San Benedetto del Tronto sia stata importante, anche o forse soprattutto a livello di immaginario collettivo, negli anni ’80 quando era presenza stabile e fissa in serie B. Nelle sue fila han giocato tizi come Stefano Tacconi e il maggiore dei fratelli Chimenti, Francesco, papà di Antonio che sarà portiere di Salernitana, Roma e Juventus.

Le felicitazione alla Samb sono arrivate persino da oltr’Alpe. Il decennale rapporto di amicizia e affetto con la curva del Bayern Monaco ha fatto sì che i tifosi tedeschi si ricordassero degli amici marchigiani esponendo striscioni. Gli Schickeria, mentre la squadra di Guardiola strapazzava l’Hertha Berlino, hanno trovato il tempo per imbandierare di rossoblù l’Allianz Arena: “L’amicizia va oltre ogni categoria, auguri magica Samb”.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

L’Haka sacrilega del Milan: Savicevic non l’avrebbe mai fatto

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(Barbadilloit) – Si sta facendo gran parlare dell’Haka milanista, inscenata a uso pubblicitario di una notissima marca di cosmetici da uomo. Dalla Nuova Zelanda è partita una gragnuola di critiche che avrebbe annichilito persino il Balotelli più strafottente ma non è di questo che si deve parlare qui. Gli zelandesi sono incazzati perchè un loro simbolo tradizionale è stato violentato per farne un Carosello, venuto (peraltro) non proprio benissimo. Quanto è successo, però, è segnale di un altro caos che nessuno vuole ammettere: il Milan è finito perchè un certo pallone non rotola più, impastoiato com’è tra impegni pubblicitari e necessità di far cassa.

Ve li immaginate Van Basten e Gullit, Savicevic e Weah, Baresi e Costacurta a mamozziare in mezzo al campo, imitando la danza sacra dei Maori da questi imposta al mondo prima di ogni sacrosanta partita di rugby? No, perchè loro, la loro cultura e quella del Milan, non c’entrano una mazza con i singulti virili di omaccioni baciati dalla Croce del Sud.

Ma ve lo immaginate Luther Blisset costretto a ballare il sirtaki da una marca di yogurt greco? Ce li vedreste Rijkaard e Oliver Bierhoff a zompettare una Tarantella perchè sia fatta la volontà della pasta che scuce i soldi? Un po’ di rispetto, diamine! Per le “cose” degli altri e (diciamolo sommessamente sennò acchiappiamo il Daspo) per la maglia e la sua storia!

E allora quindi perchè proporla, oggi, con una squadretta di figuranti? Nuoce pure alla pubblicità stessa dato che l’iniziativa ha avuto sui social solenne bocciatura, chissà perchè. Il motivo sta nel fatto, semplice, che ogni persona di buon senso conosce: prendere “pezzi” di tradizione altrui e calarli in contesti differentissimi è funzionale solo a due cose. La prima è la logica del Circo Barnum: guardate i barbari che fanno, addolcita oggi dal lessico buono e dal virus dell’altruità o magari da una sincera ammirazione. La seconda è la dottrina dell’insaponamento ai fini di vendita, della manciata di polvere magica gettata negli occhi dell’auspicato cliente, dell’ammiccamento.

La seconda via è stata quella scelta dal Milan degli sbarbati e gli dèi del calcio l’hanno punito con il pareggio pessimo estorto dal Carpi. Spesso abbiamo detto che il calcio è metafora del reale, ebbene lo scimmiottare atteggiamenti altrui, senza aver considerazione per la spiritualità (che non va confusa per forza con religiosità ma va messa in parallelo a concetti tradizionali) per “vendere” è tratto peculiare del mondo cosiddetto “libero” e “sviluppato”.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Il caso. Calcio nel caos in Nigeria: designato arbitro morto da 3 mesi

sport_calcio_estero_coppa_d_africa_trofeo_ansa(Barbadilloit) – Il calcio africano non è mai decollato e in questa vicenda se ne ha la riprova: in Nigeria la Federazione che ha designato un arbitro per la partita di domenica tra i Warri Wolves e i Giwa FC, tale Wale Bea. Ma il fischietto era morto da tre mesi. La notizia è stata diffusa dalla BBC sul proprio sito internet: in Nigeria c’è già un conflitto alla presidenza con riferimenti più o meno non riconosciuti dalla Fifa: un tribunale locale ha affidato a Chris Giwa la presidenza della Federcalcio a scapito di Amaju Pinnick che è invece l’unico riconosciuto dalla Fifa. L a federazione mondiale la settimana scorsa ha fatto sapere con una nota ufficiale di avere pronta la sospensione della Nigeria nel caso in cui decidesse di non restituire a Pinnick il ruolo di presidente.

Intanto sarebbe almeno il caso di iniziare a designare arbitri vivi per le partite: Wale Bea è morto mentre effettuava un test di Cooper nella città di Ibadan.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

StorieDiCalcio. Piangere di Totti, perchè Roma non vuol perdersi l’anima

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(Barbadilloit) – Inizio con la premessa, così decidete subito se leggerlo o meno: non è un pezzo obiettivo. Non è neanche un articolo a ben vedere, è più un racconto, un agglomerato di pensieri sparsi e disordinati. Manca la neutralità, è stata fagocitata dai sentimenti, ma non ho potuto farne a meno. In qualche articolo l’ho pure scritto di essere romanista, e quando un romanista parla di Totti non può essere del tutto obiettivo.

Perché Totti, oltre a essere uno dei calciatori italiani più forti di sempre (e per definizione, uno dei più forti in assoluto perché sì, lo sciovinismo calcistico ha sempre ragione d’essere e il calcio italiano è sempre stata un’eccellenza), è il giocatore più forte che abbia mai indossato la maglia della Roma. Ma non è solo questione di numeri, di classe, di genialità, cucchiai, aperture no look, di gol fatti e fatti fare, sarebbe arido ridurre il tutto a un mero esercizio di statistica. Totti è molto di più. Totti incarna l’anima della Roma e della romanità, nei suoi pregi e nei suoi difetti. Da quando era un imberbe 16enne di Porta Metronia con la faccia da schiaffi incastonata tra i lineamenti dolci di ragazzino, lanciato alla conquista del mondo da due maestri di calcio come Vujadin Boskov e Carletto Mazzone, fino alla soglia dei quaranta, col viso ruvido e solcato dalle rughe di chi ha vissuto tante battaglie e si è preso sulle spalle la responsabilità di guidare la sua legione e nelle vittorie e nelle (tante) cocenti sconfitte. E ora, a quasi 40 anni, è al centro di un bailamme mediatico che potrebbe portare alla sua epurazione come fosse un giocatore qualunque. Come se poi, la Roma, fosse una qualunque squadra.
L’anima giallorossa. La Roma non ha mai vinto molto, specie in relazione alle grandi del Nord. Ma questo non ha mai scoraggiato i romanisti, sempre numerosi e passionali, perché nella propria squadra hanno sempre visto oltre i successi. Ci hanno visto grandi e piccole storie di calcio, ci hanno visto tigna là dove mancava la classe, ci hanno visto l’identità di Roma rappresentata in giro per il mondo (a volte in modo indegno, altre in maniera egregia) attraverso il calcio, ci hanno visto l’anima. L’anima ha sempre contraddistinto la Roma. Nelle svariate epoche ha visto tanti romani e romanisti diventarne il simbolo, e darsi il cambio in una never ending story. Ha visto Amadei, ha visto Losi (romano di Cremona), Rocca, ha visto il grande Agostino Di Bartolomei, Bruno Conti, ha visto Giannini, sta vedendo anche De Rossi e Florenzi. E appunto Totti, dalla classe smisurata, che ha rifiutato le lusinghe di tanti top club europei pur di provare a inseguire il folle sogno di vincere con la sua squadra del cuore, della sua città, e portarla nell’Olimpo dei club che contano.

La proprietà americana vorrebbe privarsi dell’anima della Roma, della poesia del calcio di Totti, per una questione tecnico-economica. Svilendo un simbolo. Lo ha già fatto con lo stemma, sostituendo l’acronimo ASR con un anonimo Roma 1927 per questioni di merchandising e facendo imbestialire la Curva Sud. Lo ha fatto, appunto, con la Curva Sud, depositaria dell’identità romanista, non spendendo una parola sulla liberticida divisione imposta dal prefetto Gabrielli. Lo sta facendo con il suo simbolo in campo, perché ha deciso che a quarant’anni non è più utile alla causa e quindi grazie assai, tante care cose, baci ai pupi e se vuoi ti siedi dietro una scrivania. Ma Totti è un fuoriclasse mica per vanvera.
“Cos’è il genio?”, si chiedevano nel film Amici Miei. “È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e capacità di esecuzione”. Immodestamente, mi permetto di aggiungere l’assoluta incapacità di essere banali. Mercoledì sera contro il Toro, Totti ce lo ha dimostrato ancora una volta, e gli ci sono voluti solo 5 minuti per entrare, scatenare il panico, ribaltare il corso di una gara e forse di una stagione, e scrivere un altro capitolo fantastico ad una storia infinita.

Roma- Torino. Ve lo confesso, quando il pallone è entrato e ho realizzato chi lo avesse segnato, ho pianto. Non come quel tifoso inquadrato allo stadio, ma qualche lacrimuccia mi è scesa. E leggendo sui social, sentendo al bar sotto casa, non sono stato l’unico. Quella col Toro, per i romanisti, è stata una delle serate più belle e intense degli ultimi 10 anni, proprio alla viglia del 2769° compleanno della Città Eterna. Come se il fato abbia voluto rimarcare la grandezza del capitano giallorosso associandola a qualcosa di più grande ancora.Totti Roma (2)

A dire la verità è stata una partita brutta. Di quelle nate male, di quelle che i romanisti se le trovano a cadenza fissa come una tassa da pagare, perché gira che ti rigira la Roma è così. Edonista, frizzante, folle, disordinata, capace di farti esaltare e rodere il fegato in pochissimo. Alle imprese mirabolanti seguono sempre degli inspiegabili tonfi, a volte clamorosi. Ieri sembrava essere arrivato il momento in cui la Roma, dopo una rimonta esaltante in campionato, puntualmente,‘scapoccia’. Già c’erano state avvisaglie con il Bologna e domenica a Bergamo (indovinate un po’ chi l’ha riacciuffata?), ma gli si poteva dare il beneficio del dubbio. Invece mercoledì era proprio la serata : anonimo mercoledì d’aprile, scialbo, l’Olimpico distratto stavolta dalla presunta lite Totti – Spalletti, annesso blabla mediatico delle radio capitoline. Queste sono le classiche partite in cui alla Roma “nun je va”. E infatti sembra svogliata. Il Toro gioca bene, prende un palo con Belotti, va in vantaggio meritatamente. Alla Roma tra primo e secondo tempo mancano due rigori netti, certo, ma soprattutto manca la rabbia, il fuoco sacro. Arriva il pareggio di Manolas, ci prova, ma si distrae e il Torino torna in vantaggio, proprio un momento dopo la notizia del vantaggio del Genoa contro l’Inter quarta. Rieccole, le nubi nere sulla Roma! La possibilità di arrivare allo scontro diretto di lunedì col Napoli per il secondo posto la sta bellamente buttando nel cesso.

Poi, al minuto 85, appunto, il genio. Che può fare questo vecchio leone che vogliono deporre a tutti i costi? Quello che sa fare, terrorizzare gli avversari! Punizione di Pjanic, Manolas devia e Totti in spaccata manda in rete. Pareggio! Ma è entrato da 10 secondi, come è possibile? Totti corre sotto quel che resta della Sud, due simboli che proprio non vogliono arrendersi. Roma 2 – Torino 2.
Non è finita, la Roma ora ci crede, Perotti prova un cross al centro e becca la schiena di Maksimovic. Calvarese, forse per compensare gli erroracci di prima, forse perché è proprio in serata no, forse perché inconsapevole motivo scatenante scelto dalla dea Eupalla a che si compia una favola straordinaria, decide di fischiare il rigore per la Roma. Proprio quello che non c’era. Lo stadio gioisce e poi si ammutolisce. Io sorseggio nervosamente la mia birra, non vorrei guardare. Solo Totti può prendersi questa responsabilità, di un rigore al 90’. “Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore” è un verso lontano, Totti se ne frega e batte sull’angolo alla sua sinistra. Padelli ci arriva ma non può pararla, la favola non può finire così, con un rigore fallito, è una storia troppo più grande di lui perché possa opporsi. Deve andare così. Il pallone entra, lo stadio esplode, io perdo le corde vocali e mi scende un’altra lacrima ancora. La Roma è in vantaggio, ha segnato il Capitano, ha segnato la sua anima! Da lì a poco quell’eterno ragazzo ci proverà con un altro tiro, finito lontano dalla porta granata, ma il punto è che la Roma ha vinto.

L’arbitro fischia, i romanisti esultano commossi. Hanno assistito a qualcosa di indescrivibile, a una di quelle storie che non possono non entusiasmarti. La rimonta, firmata dal proprio simbolo così bistrattato. La rimonta dell’anima che dimostra a chi ne fa una questione di business che il pallone, e la Roma con i suoi simboli, sono un’altra cosa e vanno trattate in un certo modo.

Il pallone, appunto. Il mondo del pallone tutto. Perché Totti, insieme ad uno sparuto manipolo di pochi dinosauri, rappresenta l’ultima bandiera di un calcio che non c’è più, attualmente il più rappresentativo insieme a Buffon. Pian piano i simboli che ci hanno accompagnato da bambini, ci hanno fatto sognare e conoscere un calcio straordinario in cui l’Italia dominava in lungo e in largo in un’epoca in cui era ancora tutto più umano, stanno appendendo le scarpe al chiodo. Per questo Totti, oggi, travalica i confini del romanismo, e l’annessa faziosità di chi come me ne incensa le gesta. Perché per 24 anni, tifosi e detrattori, abbiamo visto quel ragazzo con la numero 10 della Roma in campo, e rinunciare a questa abitudine significa ammettere che la propria giovinezza è finita. E noi eterni Peter Pan proprio non vogliamo farcene una ragione di credere a certe favole. Del resto lui stesso a 40 anni ne ha scritto un altro capitolo, tutto nuovo e bellissimo, anche se di soli 5 minuti.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

L’intervista. Roberto Perrone: “Totti addio? Si ripete la storia di Del Piero”

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(Barbadilloit) – L’ultimo turno infrasettimanale della Serie A ha due immagini in copertina: la Juve che s’avvicina a pareggiare il filotto di cinque scudetti consecutivi conquistati da Carlo Carcano al tempo del calcio in bianco e nero e la Roma che raddrizza una partitaccia grazie all’eterno (Spalletti e Pallotta permettendo) capitano Francesco Totti. Una doppietta in un pugno di minuti che ha aperto le fontane della commozione del popolo romanista e ha aggiunto un altro capitolo alla saga dell’addio tottiano alle armi giallorosse che a Roberto Perrone – giornalista e scrittore – appare simile all’ultimo congedo “forzato” del pallone, quello di Alessandro Del Piero.

Con i due gol rifilati al Torino Totti ha riaperto l’asperrimo dibattito sul suo futuro alla Roma?

Io credo che purtroppo questo tipo di situazione così travagliata sia inevitabile. La mia versione è un po’ quella “cinica” della vicenda. Ho seguito l’addio di Alex Del Piero alla Juve, e quella storia ricorda molto da vicino quanto sta accadendo ora a Roma. In pratica c’è un allenatore che deve prendere delle decisioni e c’è un campione, legato alla maglia da frequentazione ventennale, che ha vinto tanto e che è amatissimo dai tifosi. E’ in là con gli anni e la prospettiva di continuare a giocare sembra in rotta di collisione con il realismo di allenatore e società. Nella mia carriera ho incontrato pochi allenatori che hanno posto aut-aut sui grandi campioni. Solo Arrigo Sacchi su Van Basten, mi risulta. Ammesso, beninteso, che sia vero ciò le cronache riportarono. Ritengo perciò che nessun tecnico, nessun mister cerca di “eliminare” un campione. Spalletti fa il suo lavoro e non credo che dietro ci siano fatti personali. Qualche anno fa, a Torino, Antonio Conte fu molto bravo, in quello che fu l’ultimo suo anno in bianconero, a gestire Del Piero in maniera precisa. Alex iniziava sempre dalla panchina, entrava nel finale, giocava la Coppa Italia, non aveva grandi possibilità di esser titolare. E pur partendo con queste premesse fece gol decisivi e importanti, alla Lazio e all’Inter, contribuendo alla vittoria dello scudetto della rinascita. Però oggi nessuno lo rimpiange.

 

Come è stato possibile?

Tutte le grandi manifestazioni di attaccamento ai campioni, ai simboli, alle bandiere sono manifestazioni di tifo e di affetto. Tutti sono inclini alla nostalgia poi succede che la Juve comincia a vincere scudetti a raffica, e i bianconeri ora si apprestano a conquistare il quinto titolo di fila, e il rammarico passa. Non so, adesso, quali siano le reali condizioni fisiche di Totti ma, ripeto, non credo al teorema dell’allenatore masochista. È un “semplice” scontro tra fede e ragione. Totti è sempre Totti, però c’è da far i conti con la “ragion di stato” della politica e dell’economia calcistica.
Però il caso Del Piero, che pure è stato epocale, non ha avuto il sapore quasi “ideologico” della querelle su Totti. Perchè?

C’è un fatto molto importante, che non va mai sottovalutato, ed è il successo. Alex Del Piero venne centellinato nella stagione della rinascita juventina. Tutti intuivano, nella feroce lotta col Milan che la Juve intraprese quell’anno, la possibilità di ricucire finalmente lo scudetto sulla maglia bianconera. Si tifava per Del Piero, vero, ma la squadra andava comunque avanti e il caso era meno forte. E poi c’è il fatto che pressione mediatica e popolare erano, a Torino, meno forti di quella che c’è ora a Roma. Roma è un microcosmo che esercita pressioni forti, su questo Spalletti ha ragione. Oggettivamente la situazione di Totti non è molto diversa, ma Del Piero era meno ingombrante mediaticamente del capitano della Roma, nello stesso frangente. Totti è molto più presente nella situazione romana e perciò tutto diventa molto difficile da gestire. C’è anche da ricordare che Del Piero aveva detto che di voler giocare ancora, e difatti se ne andò tra Australia e India dove è rimasto per qualche anno a raschiare il fondo del barile. Totti, secondo me, un altro anno nella Roma potrebbe farlo. Però c’è la questione della società. Il presidente sembra non volerne sapere.

 

In tanti sperano che anche i dirigenti, i presidenti e le società possano cambiare idea…

Anche Del Piero. Alex fece la “furbata” e Agnelli se la legò al dito ed è per questo che a Torino non ci mette più piede. Mi riferisco a quando, sul suo sito, Pinturicchio si ritrasse con le spalle del panorama di Torino annunciando che sarebbe stato disposto a mettere la firma su un contratto in bianco pur di restare alla Juve. Andrea Agnelli, per questa cosa, si inviperì perché – come da tradizione di famiglia – non sopportò l’idea di essere stato messo spalle al muro. Solo l’intervento del diesse Marotta, che fece appello alla necessità di trovare testimonial per il nuovo stadio che si andava inaugurando, salvò momentaneamente la situazione. Del Piero poteva essere utile, come lo fu, per lo Stadium e per la squadra. Naturalmente il campionato lo cominciò da riserva, come già accadeva da qualche stagione fino a che, a un paio di mesi dall’inizio della Serie A, entrò nel finale di partita contro il Chievo e risolse una partita brutta. E giù titoloni e peana da giornali e tifosi. Andrea Agnelli aspettò qualche giorno e poi fece la sua mossa. All’assemblea dei soci della Juventus invocò l’applauso degli astanti al Pinturicchio e annunciò che quello sarebbe stato il suo ultimo anno in bianconero.roberto-perrone

A proposito di addii, anche quest’anno si addensano le voci su una presunta partenza di Higuain da Napoli.

 

Questa è una situazione del tutto diversa da quella di Totti. L’argentino è un calciatore che con trenta gol ha portato, quest’anno, il Napoli a sfiorare lo scudetto. Se andrà via, credo, sarà solo per ragioni di bilancio. Mi risulta che questo sia il primo “esercizio” della gestione De Laurentiis in perdita. E, forse, la partenza di Higuain potrebbe contribuire a pareggiare i conti consentendo, contestualmente, la possibilità di intervenire sul mercato. Come accadde con Cavani.

Dalla Juve di Del Piero a quella di Allegri. Si avvicina il record di vittorie in Italia ma in Europa qualcuno ancora li prende in giro…

Premetto che ho un approccio molto poco italiano sulla questione: da vecchio tifoso genoano, quando la Sampdoria perse la finale di Coppa dei Campioni contro il Barcellona non sono stato mica travolto dalla tristezza! Scherzi a parte, parlando della Juventus spesso non si considera che parliamo di un club che ha disputato otto finali di Champions e non è poco. Qualcuno, tempo fa, paragonò in maniera infelice i bianconeri al Rosenborg ma non mi risulta che i norvegesi siano mai arrivati a disputare manco una finale europea. Detto questo c’è da dire che quest’anno la Juventus ha battuto, in Europa, per due volte il Manchester City che è ancora in corsa e che col Bayern se l’è giocata sul serio. Pensare che solo qualche anno prima, ai tempi di Conte, a Monaco la Juve non vide palla. La mentalità italiana è quella per cui chi arriva secondo, battuto sul filo di lana, deve essere oggetto di beffe. Io, invece, ci vedo una medaglia d’argento.

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

L’Italia ko in Germania, chef Conte deve friggere il pesce con l’acqua minerale

Conte-Ct(Barbadilloit) – Non aspettiamoci niente di che da Euro 2016. Antonio Conte, chef calcistico più bizzoso di Carlo Cracco alle prese con Rachida, non è che possa fare miracoli. Gli è toccato in sorte il beffardo compito, a lui cannibale eternamente affamato di vittorie, di dover friggere il pesce con l’acqua minerale. E non sarà facile.

La violenta sconfitta dell’Allianz Arena contro la Mannschaft campione del mondo restituisce una dimensione più modesta dell’Italia del cittì Conte. Gasarsi a Udine, contro la brillante Spagna di Vicente Del Bosque, era quasi obbligatorio: solo con un gol irregolarissimo gli iberici hanno acciuffato un pareggio altrimenti irraggiungibile per loro. Però, diciamolo senza paura di sconvolgere nessuno: le Furie Rosse, dopo anni di vittorie, gloria e allori, stanno ormai spente, passeggiando tichitacheggiando sul viale del tramonto. La Germania invece no. Gioca, vince e maramaldeggia. Ma non è che i panzer siano così invincibili. Chiedetelo a zio Vardy, ultima begonia del giardino dell’indescrivibile mister Hodgson.
Le amichevoli servono a testare lo stato dell’arte. E allora una prima analisi va pur tentata. Talentissimi in azzurro non è che ce ne siano tantissimi. Ma non è (solo) colpa dei pur volenterosi ragazzotti che se la sgomitano con addosso la maglia della nazionale. Il problema ha duplice lettura, da un lato ci sono calciatori bravi con poca (o nulla) esperienza internazionale e dall’altro ci sono calciatori non eccelsi (e che magari c’hanno pure l’esperienza internazionale) che non possono essere sostituiti, mossi o scambiati di posto per mancanza – palese – di alternative. Montolivo e Thiago Motta sono ormai insopportabili, per lentezza d’idee e di esecuzione. Il blocco Juve, in difesa, fa quello che può ma se Bonucci si fa male e Ranocchia è ancora imberbe non è che si può sognare troppo. L’attacco è potenzialmente letale, Lorenzino Insigne – folletto acido alla Sick Boy – può far male sempre agli avversari se ne deve soltanto convincere ancora di più. Simone Zaza è devastante se imbecca il sentiero giusto, altrimenti fa a testate contro le difese avversarie senza il minimo costrutto. Tutto il resto è ancora da rodare, da costruire, da valorizzare. Come dicono tutti in conferenza stampa, è solo un modo – più o meno eufemistico – per nascondere la tremenda realtà: l’Italia non può essere considerata tra le favorite e a Euro 2016 ha tutto da perdere.

La generazione d’oro del pallone azzurro è quasi tutta dispersa, tra panchine, ritiri e Stati Uniti. Intanto a mister Conte, chef improbabile delle cucine di Coverciano, tocca impastare ingredienti non di primissima e cavarci fuori qualsiasi cosa che non sia un deforme pasticcio. Gli tocca friggere il pesce con l’acqua minerale. In bocca al lupo.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)