Napoli-Juve, un occhio al futuro: è sfida tra under 23

Nella serie A dominata dai giovani, la linea verde di Juventus e Napoli ha la faccia irrivente di Lorenzo Insigne e la cresta di Paul Pogba. Nella sfida di venerdì sera l’attaccante degli azzurri potrebbe giocare in coppia con Cavani e il francese, classe 1993, prendere posto nel centrocampo di Antonio Conte. Ecco quello che unisce e che divide i piccoli talenti di Juve e Napoli

Campioncini formato famiglia – Paul e Lorenzo hanno il calcio nel sangue. Nelle due famiglie il pallone è sempre stato pane quotidiano. E i risultati sono visti. Il papà del giocatore del Napoli Carmine è stato in gioventù un discreto giocatore e i tre fratelli di Lorenzo sono tutti calciatori. E attaccanti. Antonio trequartista nell’Ortese, Marco nella Frattese e Roberto, classe 1994, nella primavera del Napoli. Storia simile per Pogba. Figlio di immigrati della Guinea, ha due fratelli gemelli nati nel 1990. Florentin, terzino del Sedan e Mathias attaccante del Crewe Alexandra, club di League One inglese.

Alla scuola dai maestri – Per diventare “grandi” come calciatori servono dei bravi insegnanti. E Lorenzo e Paul ne hanno avuti due d’eccezione. Zdenek Zeman e Alex Ferguson. Il boemo ha voluto il ragazzo di Frattamaggiore prima al Foggia e poi al Pescara e l’ha trasformato da giocatore con un ottimo potenziale in un campioncino. Insegnandogli a segnare (46 gol in 78 partite) e a muoversi sia come trequartista che come punta esterna. Sir Alex ha premuto per acquistare (con qualche polemica) l’allora 16enne francese dal Le Havre. L’allenatore dei Red Devils lo ha seguito con lo sguardo nella sua salita verso la prima squadra. Dove ha esordito in Premier League il 31 gennaio 2012 contro lo Stoke. Ma Sir Alex, a differenza del boemo non ha mai puntato decisamente sul francese e il ragazzo ha preso la strada di Torino.

Il predestinato e la sorpresa – L’arrivo dei due in Serie A è stato opposto. Di Insigne, grazie alla militanza nel Foggia e nel Pescara di Zeman si conoscevano ben caratteristiche e potenziale valore, di Pogba tutto era da scoprire. La sua esperienza in prima squadra al Manchester United è stata marginale e senza squilli. II francese ha esordito in Serie A come un semisconosciuto di cui si parlava bene. Fino ad ora a ragione.

Il mediano e il fantasista – Paul e Lorenzo in campo hanno poco in comune. Uno, alto e potente (1,88 per 80 chili), l’altro brevilineo (163 cm per 59 chili) e fantasioso. Il giocatore della Juventus è un mediano più di lotta che di governo, bravo negli inserimenti e nel tiro da lontano, il 22enne del Napoli è un attaccante con numeri da fuoriclasse e una visione di gioco offensivo, come pochi altri ne hanno alla sua età. Una cosa che accomuna i due però è la personalità. Il “Polpo Paul”, così l’hanno soprannominato i tifosi, è stato capitano di tutte le selezioni francesi in cui ha giocato e in campo è capace di guidare senza remore giocatore più vecchi e con più esperienza di lui, il talento del Napoli ha dimostrato di saper mettersi al centro del gioco della squadra di Mazzarri, quando è stato impiegato.

Caratteri diversi, ma non troppo… – Esuberante, diretto, quasi sfacciato. Pogba si è presentato in Italia con questo biglietto da visita. In pochi mesi si è adattato allo stile Juve, basso profilo e dichiarazioni misurate. Ha lavorato molto in questo periodo ed è cresciuto nella considerazione di Conte e dei compagni. Se Pogba sta diventando un uomo Insigne lo è già, anche nella vita fuori dal campo. Sposato e in attesa di diventare papà Lorenzo parla poco e lo fa sempre con toni pacati. Chi lo conosce e lo ha allenato dice che la sua più grande forza stia proprio nella maturità in allenamento e in partita.

(rassegna stampa)

Inter, Carew torna al cinema: non supera le visite mediche

La seconda esperienza italiana di John Carew è finita prima di cominciare. L’attaccante norvegese è sbarcato in Italia ieri, dopo nove mesi di inattività, per sostenere alcuni test fisici ed un eventuale provino con l’Inter prima di un possibile tesseramento. L’accordo, che prevedeva un periodo di prova di un paio di settimane, è saltato oggi, come sottolineato dalla società nerazzurra attraverso un comunicato. Il trentatreenne norvegese fisicamente sta bene, si è allenato in questi mesi nonostante si sia dedicato ad attività diverse da quella calcistica, ma ha una stazza imponente che non consentirebbe un rientro in buone condizioni fisiche prima di qualche mese. Da qui la decisione della società di non tesserare Carew, nonostante la necessità di acquistare un attaccante dopo il grave infortunio di Diego Milito e la conseguente assenza in rosa di un centravanti d’area.
Il giocatore è arrivato con grande entusiasmo per affrontare un’esperienza che certamente ne avrebbe arricchito il curriculum ed è stato ringraziato dall’Inter attraverso il sito ufficiale. Non avrebbe comunque potuto aiutare la squadra nelle competizioni Uefa, per le quali la lista dei calciatori è stata consegnata subito dopo il mercato di gennaio. L’idea dell’Inter era quella di utilizzarlo per far rifiatare gli attaccanti in campionato, dove rimarranno a disposizione i soli Cassano, Palacio e Rocchi, che come ha spiegato ieri Massimo Moratti sta svolgendo regolari allenamenti e presto tornerà in campo.

Nagatomo ko – Il club nerazzurro, infatti, ha reso noto sul proprio sito internet che il difensore giapponese ha riportato “una lesione dei legamenti menisco capsulari del menisco esterno e piccola lesione radiale del labbro libero del menisco esterno”. E’ questo il risultato degli accertamenti cui il giocatore è stato sottoposto presso le strutture del “Policlinico San Matteo” di Pavia, sotto la supervisione del professor Franco Combi, responsabile dell’area medico-sanitaria dell’Inter.

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Ibra, nel bene e nel male: due gol e due turni di squalifica

Tre giorni dopo la ‘classica’ della Ligue 1 con il Marsiglia, il Paris Saint Germain fa il bis nella Coppa di Francia vincendo con l’identico risultato di domenica scorsa e qualificandosi per i quarti di finale.
Finisce anche stavolta 2-0 per la squadra di Carlo Ancelotti, con doppietta di Ibrahimovic, che ha segnato prima al 34′ su lancio di Chantome e poi al 19′ della ripresa su rigore dopo un fallo subito da Morel.
Intanto, dalla Uefa, giungevano cattive notizie per Zlatan: il rosso rimediato in Champions contro il Valencia gli costerà ben due giornate (lo svedese se ne aspettava una sola).
David Beckham ha giocato la sua prima partita da titolare: 64 minuti, prima di essere sostituito, meritandosi anche un cartellino giallo per aver dato il via a una rissa dopo aver subito un duro intervento da dietro.

Coppa del Re:
Sarà un altro derby madrileno la finale della Coppa del Re spagnola. Dopo il Real si è qualificato anche l’Atletico, che ha pareggiato 2-2 sul campo del Siviglia, dopo il 2-1 dell’andata.
I Colchoneros, detentori del trofeo, sono andati in doppio vantaggio nel primo tempo con Diego Costa (6′) e Falcao (26′); al 39′ Jesus Nava ha dimezzato lo svantaggio per il Siviglia (39′), prima del pari di Rakitic al 46′. La finale è in programma il 18 maggio.

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Galliani: “Speriamo Balo recuperi. Iniesta? Parole scontate

“I dottori mi dicono che Balotelli ha preso una botta, probabilmente rimediata sull’uscita di Handanovic nel secondo tempo. Speriamo che guarisca per sabato sera”. E’ l’augurio dell’ad del Milan Adriano Galliani, che ha parlato a margine della presentazione dei sorteggi della tappa milanese della Junior Tim Cup “Il calcio negli oratori”.
“Gestaccio? Non penso a nulla perché nulla ho visto. Ho letto di un gesto gravemente offensivo, ma con il giocatore non ho parlato” ha detto Galliani. “Nottata in discoteca? Dopo le gare vanno tutti in discoteca, non posso proibire loro di andare dopo le partite, chiuderebbero le discoteche. Febbre? Nessuno di noi lo sapeva, neanche l’allenatore o il medico. Nomineremo Raiola nuovo medico del Milan” ha concluso sorridendo Galliani.
“Le parole di Iniesta? Le ho sentite, Iniesta è un giocatore straordinario. Non può certo dire che passa il Milan. E’ inutile caricare eccessivamente questa vigilia, ma se perde la mano sul fuoco, se possiamo lo prendiamo anche senza mano l’anno prossimo perché è un grande giocatore. E’ normale che Iniesta carichi la sua squadra dopo la sconfitta con noi e quella con il Real Madrid. Il Barcellona è una squadra che tutti amiamo perché è una grande squadra. Andremo là a fare una grande partita, poi vedremo”.
Galliani ha anche parlato del campionato, definendo “durissima” la prossima giornata. “Il prossimo fine settimane sarà straordinario perché la seconda ospiterà la prima e la quarta ospiterà la terza e il Catania giocherà con l’Inter. Sei delle prime sette in classifica si incontreranno, sarà una giornata pesantissima”.

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Quei favolosi anni ’70 e ’80. Videoteca d’autore del calcio italiano

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Il Toro di Junior. Juventus – Torino 1-2, campionato 1984-’85

Quando Leo Junior sbarcò a Torino ed indossò la maglia granata fu subito chiaro a tutti che erano fatti l’uno per l’altra. Anche se i tifosi non conoscevamo ancora bene l’uomo Junior ed ammiravamo solo il grande difensore della Nazionale brasiliana, la sua aria schietta, il suo sorriso allegro e contemporaneamente un po’ triste ci fecero capire che le affinità elettive tra lui e la “torcida” granata si sarebbero rivelate profonde.
Infatti Leo si ambientò benissimo sia in città, sia nella squadra di Radice dove trovò altri campioni come Dossena e Zaccarelli. I tifosi apprezzarono subito il suo atteggiamento semplice, di vero campione, disposto a calarsi nella cultura della città che lo ospitava e desideroso di dimostrare sul campo il valore del calciatore.

La classe di Junior

E sul campo il riscontro non mancò. Radice gli affidò il centrocampo del Toro ed egli dimostrò nel ruolo di play-maker la sua sagacia tattica oltre alla tecnica sopraffina caratteristica di tutti i campioni brasiliani.
Il suo gioco era essenziale, sapeva fondere le qualità dei calciatori sudamericani con la grinta e la geometria del gioco europeo. Sotto la sua guida il Toro seppe sviluppare un gioco brillante e convincente che esaltò i tifosi e la critica.

L’immagine di un grande giocatore e di un uomo serio

Anche fuori dal campo Leo ha saputo farsi apprezzare. In Brasile è noto per le sue performances canore e come maestro di samba; in Italia ha messo in mostra qualità umane riconosciute da tutti: serietà, simpatia, lealtà: insomma, un vero granata!
Leo ha indossato la maglia granata per tre stagioni. Nel 1991 ha vestito nuovamente la casacca del Toro in occasione della conquista della Mitropa Cup contro il Pisa. Noi vogliamo ricordarlo in un famoso derby, quando al 90′ un suo tiro d’angolo leggermente deviato in rete da Aldo Serena, assegnò al Toro una memorabile vittoria.

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Torino – Milan 2-0 (Schachner, Junior)

Leovegildo Lins Gama “Junior” nasce a Joao Pessoa nel Nordest del Brasile il 29 giugno 1954. A cinque anni si trasferisce con la famiglia a Rio de Janeiro dove tira i primi calci al pallone sulla spiaggia di Copacabana per terminare poi … al Maracanà. Gioca per sette anni nella squadra del Flamengo dove vince tre scudetti, disputa 601 partite e segna 37 goals.

Il duello Junior-Scirea nel derby del 1985 (sopra) e la “rosa” del Toro per la stagione 1984-’85

Dal 1976 entra a far parte della Nazionale Brasiliana a fianco di Zico, Socrates, Falcao e Cerezo. Indossa complessivamente la divisa verde-oro per 71 volte, segnando anche 6 reti. Dalla stagione 1984-‘85 si trasferisce al Torino dove disputa tre campionati, totalizza 86 presenze in squadra e segna 12 reti.
Nel 1987 si trasferisce al Pescara. Nel 1990 ritorna in Brasile dove prosegue l’attività di calciatore fino all’età di 40 anni, dimostrando una notevole longevità atletica.

testi e ricerca immagini a cura di Mario Bocchio

La vigilia di Napoli-Juve con il ritorno di Maradò. E’ancora la sacralità del riscatto dei “poveri”, come in quel favoloso 1987

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Maradona sulla Juve: “Tanto gli faccio gol lo stesso”

La sfida tra il Napoli e la Juventus, al di là del grandissimo interesse di classifica che questa volta riveste, ha sempre rappresentato la voglia di riscatto del sud rispetto a Torino, identificata essenzialmente nella Fiat, includendo perciò tutti i contrasti del mondo del lavoro, quindi anche quelli sociali.
Ecco perché quella vittoria per 3-1 del Napoli al Comunale di Torino nel campionato 1986-’87 (Juve in vantaggio con Laudrup, poi vennero i gol di Ferrario, Giordano e Volpecina) è diventata mito e sacralità. E Antonio Damasco, attore teatrale nato a Napoli e residente nel capoluogo piemontese, l’ ha addirittura trasformata in una rappresentazione teatrale.
Dentro ci sono Maradona e Platini. Ma anche gli operai, i padroni e l’emigrazione. Alla fine di quel torneo, il Napoli vinse il suo primo scudetto.

La prima volta di Maradona a Napoli

“E una rappresentazione su queste due squadre che sono l’emblema di una rivalità sociale, quella tra nord e sud, che si esprimeva, e si esprime, attraverso il calcio – spiega Damasco -. Nello spettacolo faccio riferimento ad una stagione speciale per noi napoletani, quella in cui, per la prima volta, assaporavamo il gusto dello scudetto. Quel 1987 fu un anno particolare perché c’era lui (Maradona, N.d.R.): l’unico in grado di andare a Torino e portare il Napoli a una vittoria clamorosa. Battere la Juve era il riscatto di quasi tutti i meridionali che lavoravano alla Fiat. Migliaia e migliaia di persone che, a quei tempi, venivano chiamati indistintamente Napuli, con la “u”. Nello spettacolo parliamo di quella storica partita come della battaglia dei belli contro i brutti. Da una parte c’erano Tacconi, Cabrini, Manfredonia, Laudrup: bellissimi. Dall’altra, noi avevamo Garella, De Napoli, Bruscolotti, Bagni. I nostri erano tutto tranne che belli. Però quella volta vinsero i brutti. A teatro racconto l’atmosfera che si respirava tra i napoletani in quella giornata. Descrivo i gol e, soprattutto, quello che succedeva sugli spalti, con i tifosi azzurri inebriati per una gioia che non hanno più provato: quella del primo scudetto. Una cosa indimenticabile”.

Il Pibe de Oro oggi

L’analogia più forte tra ieri e oggi è l’attesa: ce n’era tanta allora e ce n’è tanta anche oggi. Azzurri e bianconeri sono due buone squadre, anche se la compagine juventina è la più accreditata a vincere il campionato, ma in quel 1987 il Napoli aveva il più forte giocatore di tutti i tempi. Era ed è un mito. Ancora oggi molti napoletani non pronunciano il suo nome perché per loro è come un dio, non si deve mai nominare.
E questa vigilia, come per incanto, è stata caratterizzata proprio dalla presenza del Pibe do Oro a Napoli, dove è ritornato per chiarire i suoi noti problemi con il fisco italiano.
Ha pianto quando ha sentito i tifosi che cantavano dicendo che lui rappresenta questa città. Come Masaniello ha dovuto affrontare il mare di folla che lo acclamava, ha dovuto dribblare le centinaia di tifosi che hanno bloccato il traffico di Corso Umberto nella speranza di poterlo vedere da vicino, scattare una foto o avere un suo autografo. Maradona non è un fenomeno qualunque, ancora oggi, soprattutto per questa città.
Dieguito ha voluto tornare in quello che è stato il tempio del suo mito partenopeo, lo stadio San Paolo, lo stesso della sfida di domani. Ad accompagnarlo solo l’amico di sempre, Giuseppe Bruscolotti, che era stato capitano degli azzurri per lungo tempo, prima di cedere la fascia proprio a Maradona.

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Omaggio alla leggenda.  La mano de D10S: Maradona canta Maradò

“Mi piacerebbe giocare con Cavani, gli darei tanti assist come facevo con Careca. Ora però va lasciato tranquillo: deve pensare a battere la Juventus venerdì. Hamsik? E’ un giocatore fantastico. Ma deve segnare più gol per arrivare a un top club”, parole di San Maradò. E sulla panchina del Napoli ha detto: “Non ci penso, mancherei di rispetto a Mazzarri. Certo, ho sentito che Roma o Inter vogliono prendere Mazzarri”. “Magari, quando andrà via”, ha aggiunto alzando la mano e avanzando, scherzosamente, la sua candidatura per la panchina del Napoli, che ha il suo campioncino tascabile, Insigne. “Può diventare un grande giocatore, ma aspettiamo prima di definirlo un fuoriclasse”, il giudizio di chi in fondo fuoriclasse lo è ancora adesso.
Prima di lasciare nuovamente Napoli, Maradona ha chiesto ai giocatori del Napoli “di non avere paura di vincere. Non crediate che la Juve sia più forte del Napoli, è solo più pratica, perchè arriva una volta in porta e fa gol. Ma sappiamo che la Juve fuori casa ha gia perso con la Roma, non è la Juve di Torino. Per questo chiedo ai giocatori di non avere paura di vincere, per me il campionato è ancora aperto”.
E allora, proprio a proposito di Maradona, molti si sono chiesti se la sua presenza in città prima di una partita così importante sia stata uno stimolo o un condizionamento
“Né l’uno né l’altro. E’ un segno, vuol dire che si deve vincere. Sarebbe un sacrilegio perdere sapendo che lui è stato a Napoli”, taglia corto Damasco, l’uomo che ha messo in scena quella presa di Torino di 27 anni fa.

(mbocchio)

Il “Grand dì”: una storica promozione per i Grigi

Il Campionato di serie B-C Alta Italia 1945-‘46 fu il primo torneo di seconda categoria disputato in Italia dopo la Seconda guerra mondiale; per consuetudine, considerata la partecipazione al torneo delle sole squadre del Nord del Paese e l’ammissione di club provenienti dalla serie C, non è considerato statisticamente rilevante pur comparendo regolarmente negli albi d’oro.

L’Alessandria 1945-’46, promossa in serieA. In piedi, da sinistra: Cattaneo (allenatore), Frugali, Rosso I, Arezzi, Cassano, Stradella, Rosso II, Diamante, Bo (massaggiatore). Accosciati: Bassi, Vitto, Rampini, Ellena

Dopo due anni di stop, con i confini orientali accorciati fino a Trieste, i collegamenti tra Nord e Sud Italia complicati da gravissime difficoltà logistiche, e tutto il Settentrione sotto occupazione militare alleata, il campionato cadetto provò a ripartire con un torneo che interessò solo le squadre di serie B provenienti da città settentrionali, a cui si aggiunsero le migliori società di C individuate dalla Federazione, in quanto le squadre del Sud parteciparono al Campionato Misto Bassa Italia.
Il disegno generale del torneo fu definito alla presenza del commissario Giovanni Mauro nell’assemblea federale di Novara del 31 luglio, nel corso della quale si fecero sentire i dirigenti delle poche società di C presenti le quali, essendo le più ricche e le migliori della categoria, fecero passare il proprio progetto di aggregare le proprie squadre alle formazioni cadette in un gruppo misto.

Alessandria, 7 luglio 1946: l’apoteosi finale, i Grigi tornano in serie A. Il giocatore in primo piano è Gigi Cassano. Si notano pure il massaggiatore Bo (in tuta) e due supertifosi: Muti (vicino allo stendardo dell’Orso Grigio) e Mario Balza (dietro a Gigi)

Si procedette quindi nel senso di privilegiare i sodalizi classificatisi nei primi quattro posti dei gironi settentrionali della C conclusasi nel 1943: tali ospiti avrebbero mantenuto comunque la loro categoria di merito quale risultante nel 1943, a meno che non si fossero qualificati alle finali, allorché avrebbero visto il proprio titolo sportivo promosso al rango cadetto per il 1946.
Nel mese di agosto la Lega Nazionale Alta Italia presieduta dal milanista Piero Pedroni dovette poi affrontare i vari casi particolari. Il più significativo fu quello della risorgente US Milanese alla quale fu offerto il posto della defunta Fiumana, per favorire la quale i fascisti avevano decretato la soppressione dell’U.S.M. nel 1928: dopo quasi vent’anni, la scommessa dei vecchi dirigenti meneghini si rivelò però troppo azzardata, e il tentativo di resurrezione non potè che essere abortito, lasciando spazio al Trento in rappresentanza di un’altra regione sulla quale la sovranità italiana era tutt’altro che salda. In Lombardia il Varese dovette chiamarsi fuori per un altro anno avendo il proprio stadio bombardato, e fu sostituito dal prospero Seregno.

Formazione del “Grand dì” (ritorno dell’Alessandria in Serie A): il 7 luglio 1946. In piedi da sinistra: Vitto, Miglio, Cassano, Arezzi, Rosso, Bassi, Stradella, Pietruzzi, Frugali, Rampini, Pietrasanta (con il pallone)

Diedero forfait anche il 94º Reparto di Trieste e la Novese, al cui posto subentrarono Cesena e Piacenza. Fu infine piuttosto confuso il caso-Spezia: la società ligure, che vide respinta la richiesta di essere ammessa alla serie A in conseguenza dei risultati ottenuti al termine dei campionati di serie B 1942-‘43 (sesto posto) e Alta Italia 1943-‘44 (primo posto assoluto del G.S. 42º Corpo Vigili del Fuoco), scelse per esigenze contingenti e per protesta di prendere parte al campionato regionale lasciando la città rappresentata della seconda squadra comunale, l’Ausonia 1919, mentre rientrava la Vogherese.
Le 36 squadre furono divise in tre gironi all’italiana; le prime due classificate di ogni girone sarebbero state ammesse al torneo finale, che raggruppava sei squadre e avrebbe garantito una promozione in serie A per la vincitrice e il diritto alla cadetteria per le altre. Solo a stagione in corso si decise infatti di largheggiare condannando solamente tre club, quelli che si sarebbero classificati ultimi nella fase preliminare, alla retrocessione. Seri grattacapi furono provocati dal campanilismo e dalla rivalità tra le tifoserie che, represse sotto il fascismo, riesplosero violentemente in molte occasioni: il 3 febbraio, ad Alessandria, dopo la sconfitta interna della squadra di casa contro il Piacenza, l’arbitro poté uscire dallo stadio solamente dentro un’autoblinda.

Un bel primo piano di Gigi Cassano. La foto ne riporta anche l’autografo

Nel girone A la partenza sorrise all’Alessandria, che si scrollò presto di dosso le neofite Cuneo, Ausonia e Sestrese (tutte quante relegate sul fondo al termine), tentò la fuga e vinse assieme al Vigevano la lotta a tre con la Pro Vercelli grazie alla vittoria nello scontro diretto del 24 marzo. Nel girone B non fu mai in dubbio il passaggio della Cremonese, mentre la Pro Patria ebbe la meglio sul Lecco nel rush finale. Nel girone C la lotta fu più aspra, con il Parma rimontato e beffato a un passo dal traguardo dal Padova e dal grande ritorno della Reggiana. Retrocessero il Cuneo, il Trento e il Panigale. Nel girone finale il predominio dell’Alessandria fu indiscusso. I Grigi guadagnarono presto la vetta solitaria e, nel decisivo girone di ritorno, tarparono le ali a ogni aspirazione di promozione delle rivali, riguadagnando la massima serie dopo nove anni d’assenza.

Quei Grigi che seppero ritornare grandi

Il Grand dì è il giorno in cui l’Orso Grigio batte la Reggiana e ritorna in A. Nella squadra giocano Mario Pietruzzi e Gigi Cassano. Ma c’è spazio per le imprese dell’ “Acrobata”, Sergio Rampini, le cui doti nello stacco di testa e nell’abilità nel fare i gol spiccano soprattutto nel fango, perché è sul campo pesante che la squadra si trasforma. Alcuni incidenti, oltre che a Biella e Busto Arsizio, nel corso di quel campionato si verificarono anche ad Alessandria, dove il 3 febbraio 1946, come detto, al termine della gara casalinga persa per 2 a 3 contro il Piacenza, la polizia fu costretta a chiamare due autoblinde per sedare le intemperanze della tifoseria alessandrina, che si era scagliata contro il direttore di gara. Va citato anche Ginetto Armano, che diventerà poi capitano dell’Inter e che è ricordato per essere la prima ala tornante del calcio italiano.

Anno 1946, Gino Armano con la maglia dell’Alessandria. Dietro di lui si scorgono con la casacca grigia Lushta e Pietruzzi

Come detto, alla fine del campionato 1945-‘46 l’Alessandria risalì in Serie A dopo nove anni. Artefice di questa riscossa fu il presidente Giuseppe Benzi, un vero sportivo che con le sue doti di affabilità e di umanità riuscì a plasmare e a infondere nei giocatori la voglia e la fiducia di lottare e di fare gruppo unito. Ad allenare la squadra venne chiamato Renato Cattaneo “Ciaplen”, vecchia gloria del calcio alessandrino, che però nel finale venne licenziato, forse a torto, e sostituito da Mario Sperone. La squadra che primeggiò in quel campionato era così composta: Diamante in porta, cui si alternò in qualche partita il valido Miglio; Pietrasanta e Cassano, gli irriducibili terzini; in mediana Vitto, Arezzi, Ellena e Pietruzzi costituirono un cardine insuperabile; l’attacco era invece composto da Rosso II, Bassi, Stradella, Rampini e Frugali e dall’ allora promessa Gino Armano.

Ancora una formazione dell’Alessandria 1945-’46

Le avversarie che più impensierirono i Grigi nel campionato di serie mista B-C furono Vigevano, Pro Vercelli e Piacenza. Merito oltre che di tutta la squadra in generale, la sospirata promozione fu soprattutto opera del reparto avanzato: Stradella cannoniere con 17 reti, Rosso, arrivato a quota 16, e “L’Acrobata” Rampini, con 11 segnature. I tre contribuirono al bottino totale di 63 reti segnate dall’Alessandria tra campionato e girone finale. L’Alessandria si guadagnò l’appellativo di “squadra del fango”, perché composta da giocatori prestanti atleticamente, seppe dominare gli avversari lottando sino all’ultimo. Allora il terreno del “Moccagatta” era veramente terribile nel periodo autunno-primavera, fango e ghiaccio erano il dodicesimo uomo in campo per i Grigi.

Il giocatore-simbolo, il “Cavaliere” Cassano

Gigi Cassano è la mitica leggenda di Litta Parodi. Per tutto il calcio italiano era “il Cavaliere”. Iniziò a giocare nel Savoia fin da piccolo e si affermò definitivamente nella squadra Under 17. Nel 1937, sotto l’egida di Baloncieri, passò nelle giovanili dell’U.S. Milanese: iniziò così la folgorante ascesa del “Cavaliere”.

Sergio Rampini, “L’ acrobata”


Dopo tre anni al Napoli si trasferì a Torino dove vinse il primo scudetto dei cinque conquistati dal Grande Torino nella stagione (1942-‘43). Nel dopoguerra giocò con l’Alessandria, con cui vinse, appunto, il campionato 1945-‘46.
Morì durante il periodo di militanza alla Sampdoria, per un attacco di tifo che fece seguito a un’ infezione da cozze avariate ingerite durante la trasferta di Bari (11 gennaio 1948), sua ultima partita. Aveva 27 anni.
Autentico figlio della terra mandrogna, di Cassano si ricorda un episodio che la dice lunga: giunto allo stadio “Moccagatta” per la partita domenicale dei Grigi, negli spogliatoi si accorse di aver perso il portafogli. Mancava un’ora all’inizio delle ostilità e lui cosa fece? Tornò indietro a cercarlo e lo trovò. Poi scese regolarmente in campo.
Nel 2005, su proposta dell’allora Consigliere della Circoscrizione “Fraschetta” Pier Renzo Bocchio, il Comune di Alessandria ha dedicato una via di Litta Parodi proprio al grande campione Gigi Cassano, provvedendo altresì ad apporre una targa che ricorda alle giovani generazioni le sue gesta sportive, pagine di autentico valore che dovranno mai essere dimenticate.

servizio a cura di Mario Bocchio

Cavani vs coop Juve: le vie del segnare sono infinite

Napoli-Juventus di venerdì sarà anche l’occasione per lo scontro di due opposte filosofie offensive: da una parte il letale bomber capocannoniere del torneo, dall’altra tante… formichine del gol. Chi l’ha spuntata in passato?

Quando le vie del segnare sono infinite, capita di imbattersi in una sfida che vedrà di fronte filosofie d’attacco opposte, nella modalità e nei protagonisti. Il bomber implacabile contro i cooperanti del gol: Napoli-Juventus di venerdì sarà anche questo, uno contro l’altro il capocannoniere del campionato Edinson Cavani, 18 reti sinora, e l’attacco migliore della A (al netto dei tre gol assegnati alla Roma dal giudice sportivo per la partita mai giocata a Cagliari), il cui miglior marcatore ha però segnato meno della metà di Cavani. E se all’uruguagio si aggiunge Hamsik, siamo a 27 reti, contro i 26 segnati dalle sei punte bianconere (Quagliarella e Giovinco 7, Matri e Vucinic 6, con Anelka e Bendtner a secco). Se è vero che alla Juventus il peso delle reti dei centrocampisti e dei difensori è rilevante, la domanda resta la stessa: meglio avere in rosa un grande bomber o dividersi la gloria? Vediamo cosa raccontano gli ultimi 15 campionati.

Uno per tutti – Dal 1998 ad oggi, solo in tre occasioni il capocannoniere del torneo è appartenuto alla squadra campione d’Italia: è accaduto nel 2009 dell’Inter (Ibrahimovic), nel 2004 quando Shevchenko trascinò al titolo il Milan e nel 2002, quando fu la Juventus ad avere in rosa Trezeguet, il miglior marcatore del torneo con Hubner. Tuttavia è meglio allargare il discorso anche alle squadre vincenti che sono state fortemente dipendenti dalle realizzazioni di un bomber, sebbene non capocannoniere. E’ il caso dell’Inter 2009-10 (Milito fu argento fra i bomber con 22 reti), della Juventus 2005-06 (Trezeguet, 23 gol, dietro al fiorentino Toni con 31), della Roma 2000-01 con le 20 reti di Batistuta e il Milan 1999 con i 19 centri di Bierhoff.

La coop sei tu – La Juventus attuale assomiglia a sé stessa un anno fa. Capocannoniere fu Ibrahimovic, secondo con il Milan, e per trovare il primo bianconero in classifica cannonieri bisogna risalire al sedicesimo posto, con Matri a 10, seguito da Vucinic e Marchisio a 9. Nel 2011, ma con numeri migliori, fu la filosofia del Milan di Allegri, che divise equamente le reti (14 a testa) fra Pato, Robinho e Ibrahimovic, ottavi fra i cannonieri del torneo. Paradigmatica la Lazio di Eriksson, che nel 2000 vinse nonostante il suo miglior bomber fosse Salas con sole 12 reti (seguito dalle 8 di Veron e le 7 di Simone Inzaghi). Un caso limite ci porta un anno più indietro rispetto ai tre lustri presi in considerazione, e si tratta del 1996-97, quando la Juventus vinse il titolo non piazzando alcun giocatore in doppia cifra: Del Piero, Padovano e Vieri però segnarono tutti 8 reti. Tre uomini, un bomber…

Coppie gol – Nello storico degli ultimi 15 anni di A c’è poi una terza via, legatissima al 4-4-2 (e pertanto sostanzialmente aliena a Napoli e Juve oggi), ed è quella delle coppie-gol, letali insieme ma lontane nei singoli dal podio marcatori. Nell’Inter 2008 di Mancini, Ibrahimovic e Cruz arrivarono a quota 30 (17+13), nel 2007 Ibra e Crespo a 29 (15+14), nel 2005 la Juventus di Capello arrivò a 30 grazie a Ibrahimovic e Del Piero (16+14). Accadde anche con Lippi bianconero, nel 1998: 38 reti con Del Piero e Inzaghi (20+18).

Intanto in B… – Per quanto si tratti di un campionato non paragonabile, la Serie B 2012-13 sembra seguire l’esempio Juve. Il Sassuolo capolista, infatti, ha il miglior attacco del torneo, nessun uomo fra i primi dieci marcatori ma tante… formichine del gol. Opposto il caso della scorsa stagione: vinse il Pescara di Zeman, con tanto di capocannoniere, Immobile. Curiosamente, napoletano di nascita e mezzo bianconero di cartellino.

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Varese, colpo all’ultimo minuto. Il Verona espugna Bari

Nel primo dei due posticipi della 28.a giornata del campionato di serie B la squadra di Castori batte 3-2 il Cesena grazie a una rete di Troest all’89’. In serata una doppietta di Martinho regala il successo all’Hellas.

Bari-Verona 0-1 – Non molla il treno delle prime, crede nella promozione diretta il Verona. Lo fa con una prestazione maiuscola al San Nicola di Bari dove vince e convince agevolata, poi, nel finale dall’espulsione di Rossi. Per 75′ è stata partita vera, equilibrata in cui il Bari ha messo in campo tutte le sue migliori qualità: organizzazione e forza per controbattere agli attacchi della squadra di Mandorlini. Il gol di Martinho al 28′ sembrava potesse essere il preludio a una vittoria più agevole dei gialloblù ma la squadra di Torrente ha provato a raddrizzare il match senza riuscirci. Nel finale il raddoppio sempre di Martinho ha definitivamente chiuso i giochi. Per il Verona un successo che colloca i veneti a un solo punto dal Livorno secondo in classifica. Il Bari resta al terzultimo posto.

Varese-Cesena 3-2 – Una vittoria che mantiene il sogno serie A intatto. Il Varese batte il Cesena in un match avvincente e accorcia momentaneamente le distanze dal Verona (in campo stasera contro il Bari), terzo in classifica. La formazione di Castori s’impone 3-2 sui bianconeri con rete decisiva di Troest all’89’. Il Varese ha chiuso il confronto in 10 uomini a causa dell’espulsione di Ebagua nei minuti di recupero. Zecchin aveva portato in vantaggio i biancorossi già al 5′ ma Granoche aveva pareggiato i conti prima del nuovo vantaggio firmato da Ebagua. La rete di D’Alessandro al 23′ della ripresa sembrava dovesse incanalare la gara verso il risultato di parità. Troest ha regalato tre punti di platino ai suoi. Per i romagnoli una battuta d’arresto che non permette di allontanare la zona pericolosa della classifica.

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Milan, se il futuro non fa paura. Così la corsa al 3° posto

La Champions del Milan passa dagli scontri diretti. Lo ha detto Allegri, ma soprattutto lo dice il calendario. A cominciare dalla partita contro la Lazio, sabato, a San Siro. Una vittoria varrebbe il sorpasso e il terzo posto solitario. Con la possibilità di rosicchiare qualcosa anche al Napoli, impegnato nella sfida scudetto contro la Juve.
Gli avversari di marzo saranno Genoa, Palermo e Chievo. Servirà un filotto per provare a scappare, e per mettersi da parte qualche punto, in vista di un aprile di fuoco. Il mese terribile, quello della verità sulle ambizioni del Milan. Quattro scontri diretti tutti d’un fiato, contro Fiorentina, Napoli, Juventus e Catania. E in mezzo, teoricamente, potrebbero esserci pure quarti e semifinali di Champions a togliere energie per la volata in campionato.
La condizione atletica per ora è al top. L’infermeria quasi vuota rispetto all’anno scorso. Il gruppo cresce. I giovani acquisiscono esperienza partita dopo partita. La fotografia attuale è un mosaico di certezze e potenzialità ancora tutte da scoprire. Certezze che si chiamano El Shaarawy, Balotelli e Montolivo. Accanto alle conferme di Ambrosini e Abbiati. E poi quel gruppo di giocatori in continua crescita, dove si mescolano giovani come De Sciglio e Niang, scommesse vinte come Zapata e Constant, campioni ritrovati come Muntari e Boateng.
Per tutti loro la domanda è: quanto possono crescere ancora? Senza dimenticare il potenziale ancora inespresso di Robinho e Bojan, il talento del giovane Salamon, e il ritorno dall’infortunio di Bonera. Guardare al futuro era un incubo dopo le cessioni di Ibra e Thiago Silva. Oggi non fa più paura.

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