Ogbonna è sempre più vicino alla Juve

Angelo Ogbonna sembra destinato a rimanere a Torino anche nella prossima stagione, cambiando però il colore della casacca.
Il difensore avrebbe fatto sapere di gradire un eventuale passaggio alla Juventus, che da qualche tempo ha accelerato le operazioni per acquistarlo dai cugini granata.
Resta il nodo contropartite: freddi i fronti che portano a Richmond Boakye e a Manolo Gabbiadini, piacciono invece il difensore Sorensen (attualmente al Bologna) e Ciro Immobile, che deve riscattare una stagione non positiva al Genoa.
Rolando Bianchi, vicino a lasciare il Torino, è tutt’altro che sicuro della maglia che indosserà nella prossima stagione, ma di certo sa quale preferirebbe rispetto alle altre.

“Voci di un passaggio al Milan? Non so cosa ci sia di vero, ma essere accostato al club rossonero è grandioso e un motivo di grande orgoglio. Sarebbe il coronamento di un sogno”, ha dichiarato il centravanti bergamasco a SpazioMilan.it.
Che però non ha chiarito altro sulla sua prossima destinazione: “Valuterò con calma, non so nemmeno se rimarrò in Italia o andrò all’estero”.
Ancora nebbie sul futuro di Giampiero Ventura sulla panchina granata. Sia il tecnico che il presidente Cairo non hanno sciolto i dubbi sulla prossima stagione. Dopo le voci che davano Ventura vicino al Palermo di Zamparini, da Tuttosport rimbalza un nuovo nome, quello di Eugenio Corini, che si è appena liberato dal Chievo, e riscontra il gradimento della curva torinista che l’ha acclamato nella recente trasferta al Bentegodi.
Infine, Daniele Padelli è un giocatore del Toro, lo ha comunicato ufficialmente la società granata sul suo sito.
Il portiere classe ’85 arriva a titolo gratuito dall’Udinese, dato il mancato rinnovamento del contratto con la società friulana.
A Torino Padelli ritrova Jean François Gillet, di cui ha fatto il secondo con la maglia del Bari.

(mbocchio)

Balo, Napoli, un pentito. Attenzione a non ripetere sbagli

Con i paragoni occorre andar sempre cauti, ma a volte aiutano a capire. La notizia è arrivata, via Ansa, alle 17.10. Sei righe di quelle che destano attenzione e preoccupazione. Un pentito ascoltato a Napoli in un’inchiesta su riciclaggio e ristorazione racconta di quella volta che, a Scampia, Mario Balotelli spacciò droga, per scherzo. Sarebbe accaduto nel quartiere più difficile, nel giorno di una visita che SuperMario ammise di aver compiuto nel 2010, per curiosità, ignorando chi fossero i suoi accompagnatori. Non stinchi di santo.

A Napoli, un pentito – Più o meno come trent’anni fa, quando un altro pentito fece il nome di Enzo Tortora: cominciò proprio così uno dei drammi più assurdi che la giustizia italiana abbia prodotto con rivelazioni, deduzioni e assoluzione finale. Al centro, allora, uno dei personaggi più noti di quell’Italia, il principe dei presentatori televisivi. Noto anche più di quanto non lo sia oggi Mario Balotelli, il campione del calcio che al suo ritorno in serie A ha segnato un gol a partita e adesso guida la Nazionale verso l’anteprima brasiliana del mondiale 2014.
Allora come oggi un pentito. Al quale Balotelli ha risposto immediatamente, come usa tra i ragazzi, via twitter, anche se il suo tweet è stato rimosso pochi minuti dopo. Vergognatevi, usate il mio nome, ma non per audience, ha cinguettato. Prandelli ha annuito, il Milan gli ha garantito tutta la protezione e l’affetto necessari. La cosa per ora si chiude qui. Noi a Mario Balotelli crediamo, le brutte favole non possono ripetersi.

L’intera vicenda

http://sport.sky.it/sport/calcio_italiano/2013/05/30/pentito_camorra_balotelli_droga_scherzo.html

(rassegna stampa)

Sneijder: l’Inter voleva distruggermi, felice del suo crollo

“Hanno provato a distruggermi”. Wesley Sneijder spara a zero contro l’Inter. L’olandese ha lasciato il club nerazzurro a gennaio, dopo un lungo braccio di ferro, per trasferirsi al Galatasaray. “Mi dispiace per i tifosi dell’Inter e per i giocatori, ma non per qualcuno in società. Per loro, non mi dispiace che la squadra sia finita nona in classifica senza qualificarsi per le Coppe e che l’allenatore sia andato via”, dice Sneijder al quotidiano De Telegraaf.
“Se non avessi avuto la personalità che ho, non avrei più giocato a calcio. Hanno provato a distruggermi, ogni giorno arrivava un colpo. Un esempio? Ho portato una persona ad un allenamento, l’ho lasciata al bar con gli ospiti degli altri giocatori. Quando sono tornato a prenderla, non c’era: l’avevano portata in un locale senza finestre”, aggiunge. “Molte persone all’Inter non meritano più la mia fiducia. Ci sono stati alti e bassi, ma questo ha finito per rafforzarmi”.

(rassegna stampa)

Il Grande Torino, su RaiUno la minifiction con Beppe Fiorello

Nella prima serata di mercoledì, RaiUno non si è fatta scappare l’occasione per proporre ai suoi telespettatori un nuovo momento all’insegna della grande fiction, con la presenza di uno degli attori più amati del nostro piccolo schermo, Beppe Fiorello, protagonista de Il Grande Torino. La serie fu trasmessa in due puntate, sempre su RaiUno nel 2005 e rappresenta non solo l’omaggio ad una squadra del nostro calcio, ma anche il racconto di un periodo di storia italiana molto importante, che ci permette di rivedere attraverso l’ampio materiale di repertorio, i nostri campioni di un tempo.
Al centro della storia narrata nel lavoro diretto da Claudio Bonivento, c’è Angelo, un ragazzo napoletano che si trasferisce a Torino insieme alla sua famiglia; qui, riesce ad entrare a far parte delle giovanili del Grande Torino, nonostante i dubbi e le opposizioni del padre, e qui diventa amico di Valentino Mazzola, bomber di una squadra che riuscì nella straordinaria impresa di vincere cinque scudetti consecutivi prima di morire in seguito ad un incidente aereo nel 1949.
Quel Torino, il Torino di Mazzola, Loik e Gabetto era di tutti, una entità straordinaria che prese il cuore della gente appena uscita dalla guerra, con intensità travolgente: come se recasse un messaggio più tricolore che granata.
Allora la fidanzata d’Italia era il Torino, e non la Juve, sempre che al Toro possano associarsi connotazioni femminee. Spesso mio papà, che pure era ed è tifoso dell’Inter, si rivede seduto per terra nel cortile polveroso di casa sua, in un sobborgo di Alessandria, con in mano l’edizione straordinaria di “Sport Illustrato”: ogni pagina presentava un calciatore del Grande Torino. Su ogni pagina lasciava cadere grosse lacrime, suscitando lo stupore degli amici del cortile, piccoli e grandi, e, qualche giorno dopo, anche della sua maestra di quarta elementare, quando lesse l’appassionato tema sulla tragedia di Superga.

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Il Grande Torino scena finale: commuovente da vedere fino alla fine

Ha conservato quel giornale fino ai giorni nostri. Ho imparato ad amare il Grande Torino grazie a quel giornale. La storia è del 1949, ma si presenta così vicina a noi, così attuale da apparire senza data. La dedichiamo ai giovani affinchè capiscano a quale grandezza morale può innalzarsi lo sport. Perché non inserirla, ci chiediamo, nei programmi di scuola media? Non sappiamo se oggi, mutati i tempi, riscoperta sì la voglia di unità nazionale, ma aumentato il materialismo, sconosciuto l’idealismo, ci sia ancora posto per un altro Grande Torino.
Spesso mi dicono che sono ingenuo, patetico nel mio attaccamento alle vecchie squadre, quelle grandi, imbattibili e imbattute, come il Grande Torino ed il Grande Real Madrid, che la storia del calcio mondiale ricorda: tutto ciò mi gratifica come un privilegio ricevuto, gelosamente custodito e difficile da far comprendere ad altri. Sul piano tecnico è impossibile affermare se quegli uomini, tutti così ricchi di tecnica e di attributi, valessero più dei mitici madrileni, di Puskas, Gento e Di Stefano o dei moderni interisti figli di Mourinho. I filmati dell’epoca sono pochi e brutti: per capire come giocava quel Toro bisogna rifarsi a testimonianze dirette o ai servizi sui giornali. Era il tempo del “WM”, il libero non era stato inventato, la difesa a oltranza non sapeva di catenaccio, agli schemi d’attacco partecipavano almeno sei-sette uomini.
Un altro calcio, il Grande Torino ne era protagonista. Lo sarebbe stato ancora a lungo, probabilmente. Il campionato mondiale in Brasile, quello vinto dall’Uruguay di Ghiggia e Schiaffino sui padroni di casa, sarebbe stato sicuramente alla portata di Mazzola e dei suoi compagni.

a cura di Mario Bocchio

La seconda Coppa del Real Madrid

Dopo il trionfo nell’ edizione precedente, il Real Madrid si ripresenta ai nastri di partenza della Coppa dei Campioni come favorito al successo finale. I detentori entrano in gara negli ottavi dove si trovano opposti al Rapid Vienna, l’ostacolo più duro sulla strada del secondo successo consecutivo: dopo la vittoria 4-2 a Madrid, infatti, gli spagnoli si devono inchinare ai loro avversari in Austria per 3-1. Dopo lo spavento, i detentori del trofeo si impongono 2-0 nella bella. Eliminato facilmente il Nizza, sulla strada che divide Di Stefano e compagni dalla finale c’è solo il Manchester United di Matt Busby. Il Real però va in Inghilterra senza timori reverenziali.

Il Real Madrid e la Fiorentina prima della finale

Affronta gli avversari a viso aperto e con un pareggio 2-2 strappa il visto di accesso alla finale. Qui trova la spettacolare Fiorentina di Bernardini, reginetta del gioco. Si gioca al Chamartin davanti a 125.000 tifosi madridisti, i viola sono privi di Chiappella e Prini, sostituiti da Scaramucci e Bizzarri, ma resitono agli assalti spagnoli per oltre un’ora. Finché Magnini atterra Mateos, lo spagnolo cadendo si tuffa dentro l’area di rigore e l’arbitro spagnolo Horn fischia il rigore. Di Stefano trasforma, i viola vanno all’arrembaggio e Cento li infila con un classico contropiede. Ingiustizia è fatta.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=UrG5XLSpEjg[/youtube]

Il filmato originale di quella partita

Momenti che precedettero il fischio d’inizio (foto)

L’uomo-simbolo: Raymond Kopa

Prima ancora della finalissima di Parigi del 1956, Santiago Bernabeu aveva già acquistato il fuoriclasse francese Raymond Kopa, in forza allo Stade Reims, per la stagione successiva. Figlio di un minatore, il piccolo Raymond aveva lavorato in miniera fino a sedici anni quando un masso lo investì portandogli via due dita della mano sinistra.
Da allora decise che non avrebbe più lavorato in miniera. La sua carriera di calciatore inizia a diciassette anni, nel 1948, quando lo SCO Angers gli offre il primo contratto.
Passa allo Stade Reims nel 1951, prima di ammaliare con il suo talento Bernabeu che lo porta a Madrid nel 1956. Centravanti dotato di grande tecnica, molto rapido e grintoso, dal dribbling fulminante, al Real venne dirottato all’ala per non pestare i piedi a Di Stefano. Con le “merengues” ha vinto tre Coppe dei Campioni consecutive, due campionati nazionali e una coppa Latina.

Di Stefano e Francisco Franco che consegna la Coppa dei Campioni a Muñoz (foto)

I rivali: la Fiorentina

Arriva fino in fondo la Fiorentina di Fulvio Bernardini, ma poi deve inchinarsi di fronte a sua maestà Real Madrid. I viola sembrano snobbare il trofeo europeo, considerato all’epoca solo una fastidiosa appendice. Gli svedesi del Norrköping costringono i viola a un deludente pareggio al Comunale e l’avventura sembra già finita. Ma il ritorno, per la neve che copre la Svezia, si gioca a Roma e qui i viola vincono grazie a un gol di Virgili. Nei quarti il Grasshoppers cerca di buttarla sul pesante e allora, punti nell’orgoglio, Montuori e Julinho danno lezione di calcio. Cominciano a fiorire gli entusiasmi e a Belgrado, in aprile, Bernardini abbandona i calcoli e schiera tutti i titolari, vincendo a tre minuti dalla fine con Prini dopo aver gagliardamente resistito agli attacchi poderosi dell’avversario. Al ritorno è. un esaltante zero a zero, col campionato ormai sfuggito di mano e l’alloro continentale trasformatosi in allettante obiettivo. A Madrid i viola capovolgono i pronostici sul piano del gioco, con Julinho stratosferico nel far impazzire la difesa avversaria. Gento anni più tardi ammetterà: «Senza quel tiro dal dischetto, concesso per un fallo su Mateos nettamente fuori area, per noi sarebbe stato difficile vincere quella finale».

servizio a cura di Mario Bocchio

San Marino, il più piccolo dell’Uefa. Ma ancora per poco

Ora che la federazione di Gibilterra è divenuta il 54esimo membro effettivo della Uefa, San Marino non potrà più fregiarsi del titolo di Stato più piccolo e meno popoloso fra quelli il cui movimento calcistico è affiliato alla confederazione europea. E, magari, potrebbe anche lasciare l’ultimo posto nel ranking mondiale, dovesse magari celebrare contro Gibilterra – a patto di batterla – un derby fra minnows, come direbbero gli inglesi, una volta che la rappresentativa della dipendenza britannica inizierà a disputare i suoi primi impegni ufficiali.
Intanto, la nazionale di San Marino che questa sera affronterà l’Italia a Bologna tornerà a sfidare i vicini opulenti – sì, ma solo nel calcio… – dopo 21 anni. Accadde a Cesena, l’unica volta, nel febbraio 1992: per gli Azzurri due gol per tempo e un 4-0 senza infierire, nobilitato da una doppietta di Roberto Baggio, in una partita in cui la testa era per tutti al campionato. Fu, per il ct Sacchi, l’occasione per fare esordire tre giocatori che, in Azzurro, furono pressoché comparse: l’ormai trentenne doriano Mannini, lo juventino Carrera (fu la sua unica presenza) e l’interista Bianchi.

Una fase di gioco di un recente incontro tra le Nazionali di San Marino e Malta

Per i Titani, era la sfida numero 13 in assoluto, la nona dopo l’affiliazione alla Uefa. Una vita fa: San Marino, da qualche anno, è una realtà del pallone europeo, la più piccola – ancora per poco – e lo sparring partner per eccellenza ma sempre presente alle qualificazioni per Europei e Mondiali. La serie di sconfitte consecutive del resto è a quota 52, ed è piuttosto improbabile che si fermi proprio a Bologna, anche se mancheranno all’Italia sia Balotelli che El Shaarawy.
Dove, peraltro, tornerà a giocare in quel Dall’Ara che, in due occasioni, è stato il suo stadio di casa, nel 1993, contro Olanda e Inghilterra. E fu proprio lì, vent’anni fa, sotto la curva Andrea Costa contro gli inglesi, che segnò una rete rimasta nella storia. Prima di prendere sette gol.

Per maggiori informazioni sulla Nazionale e sul campionato di San Marino potete cliccare su

http://www.fsgc.sm/federazione/storia/

(mbocchio)

Allegri-Berlusconi, incontro decisivo a inizio settimana

E’ quanto fa sapere il Milan dopo una cena tra l’allenatore e Galliani. Vertice con il presidente lunedì o martedì: il tecnico più vicino alla conferma. Il Chelsea vuole Cavani: 30 mln più Torres.

Calciomercato, le trattative di giornata. Clicca qui per essere aggiornato

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(rassegna stampa)

Un indonesiano per l’Inter: ecco chi è Mr. Erick Thohir

Possibile resistere a 260 milioni di euro? A rispondere sarà Massimo Moratti, messo di fronte all’offerta firmata Eric Thohir. L’indonesiano, esperto di sport business, punta ad acquistare la quota di maggioranza dell’Inter, circa l’80% della società. L’incontro con l’attuale presidente nerazzurro c’è già stato, quali siano i dettagli e i prossimi passi della trattativa li spiega Marco Bellinazzo, giornalista de Il sole 24 ore.

(rassegna stampa)

Benitez su Twitter: “Napoli, non vedo l’ora di iniziare”

L’entusiasmo non gli manca e ha già capito che in azzurro potrà contare sul cosiddetto “12esimo uomo in campo”. Rafa Benitez affida a Twitter il suo grazie ai suoi nuovi sostenitori: “sono stato sopraffatto dai messaggi provenienti da tutti i tifosi del Napoli, non vedo l’ora di iniziare”, scrive il tecnico spagnolo che torna in Italia dove ha già allenato l’Inter. Dopo la positiva e breve esperienza al Chelsea, Benitez arriva a Napoli per sostituire Walter Mazzarri, nuovo allenatore proprio dei nerazzurri.

(rassegna stampa)

I club europei: UTA Arad

Il Fotbal Club UTA Arad, meglio noto come UTA Arad, è una squadra di calcio di Arad, in Romania.
Fondato il 18 aprile 1945 vanta in bacheca sei titoli di Campione di Romania (1947, 1948, 1950, 1954, 1969, 1970), il più gran numero di titoli per squadre non attive a Bucarest, e la vittoria di due Coppe di Romania (1948, 1953).
Lo Stadio UTA, che ospita le partite interne, ha una capacità di 12.000 spettatori.

La storia del club

Il club è stato fondato dal barone Neumann, proprietario delle Industrie Tessili Arad (Întreprinderii Textile Arad) il 18 aprile 1945. Il primo campionato al quale partecipa è quello del 1946 – 1947 col nome IT Arad terminato al primo posto. Il colore della maglia, scelto dal fondatore, è un tributo all’Arsenal. Successivamente cambia il nome in UT Arad e partecipa per 34 edizioni consecutive al massimo campionato romeno.

In campo internazionale, il miglior risultato è i quarti di finale della Coppa UEFA 1971-1972, sconfitti dal club che poi vincerà la coppa. L’anno precedente, in Coppa dei Campioni sconfisse il Feyenoord, detentore del trofeo
Dopo la retrocessione alla fine della Divizia A 1978-1979 il club giocò nella Divizia B, retrocedendo in Liga III nel 2006. La fusione con il Liberty Salonta permise il ritorno in Liga I, che dura due campionati.

Cronistoria del nome

1948: il club è fondato con il nome di IT Arad
1950: il club è rinominato Flamura Rosie Arad
1958: il club è rinominato UT Arad
1984: il club è rinominato FCM UT Arad
1989: il club è rinominato UTA Arad
1997: il club è rinominato FC UTA Arad

Palmarès:

Campionati di Romania: 6 (1946-1947, 1947-1948, 1950, 1954, 1968-1969, 1969-1970)

Coppe di Romania: 2 (1947-1948, 1953)

Bătrâna Doamnă, 68 de ani de strălucire

La “rose” nel 1975 e nel campionato 1977-’78

Întreaga suflare alb-rosie este astăzi în sărbătoare. În urmă cu 68 de ani, pe 18 aprilie 1945, baronul Francisc Neumann, căruia UTA îi datorează atât de multe, înfiinta clubul care va face istorie în fotbalul românesc. Strălucirea Bătrânei Doamne nu a fost egalată vreodată de altă grupare din afara Bucurestiului, dovadă, printre altele, cele sase titluri nationale (1946/47, 1947/48, 1950, 1954, 1968/69 si 1969/70), două Cupe ale României (1947/48 si 1953) respectiv eliminarea „titanilor” de la Feyenoord Rotterdam, faimosii detinători ai Cupei Campionilor Europeni si ai Cupei Intercontinentale la acea vreme (editia 1970-1971)!

Torneo 1965-’66

Aradul si, în spetă, UTA a fost si rămâne un adevărat izvor pentru fotbalul românesc. Aici s-au format si au evoluat jucători emblematici, legendari, caracterizati prin valoare, devotament, caracter. Nu în ultimul rând, Bătrâna Doamnă i-a avut aproape întotdeauna pe suporterii săi fideli. Publicul arădean, indiferent de generatie ori de parcursul sinuos al echipei, nu si-a abandonat favoritii. Fin cunoscător al fenomenului, fierbinte si totusi extrem de civilizat, sportiv, asa cum se obisnuieste în această parte a tării, el a făcut invidioase multe grupări care si-ar fi dorit asemenea sustinători frumosi, de calitate.


Una fase di giocoo della sfida contro gli inglesi del Tottenham e la formazione che affrontò il Feyenoord nella gara in Romania

Si chiar dacă prezentul nu se ridică la nivelul trecutului din punctul de vedere al performantelor, UTA nu si-a pierdut din strălucirea câstigată prin forte proprii. Toti cei care continuă să vibreze pentru UTA sunt convinti că este vorba doar despre un ciclu firesc în existenta multor cluburi, ciclu la finele căruia echipa noastră va reveni acolo unde îi este locul – între cele mai bune formatii din România. Iar până atunci, mai presus de rezultatele de moment sau de conjuncturi mai mult sau mai putin favorabile, nimic nu ne poate răpi acel sentiment unic ce se transmite din tată în fiu si trebuie trăit pentru a fi înteles pe deplin: mândria de a fi utist.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=PyaaAKGKut4[/youtube]

Campionato 1973-’74, la sfida contro la Dinamo Bucarest

servizio e ricerche a cura di / articol scris de Mario Bocchio