Lorenzetti e quando l’Alessandria vinse la Coppa Italia

Si è spento a 65 anni Giuseppe Lorenzetti, indimenticato centrocampista dell’Alessandria Calcio. Lorenzetti indossò la maglia grigia per 108 volte, dal 1970 al 1973. Con il club mandrogno Lorenzetti vinse una Coppa Italia di serie C, battendo l’Avellino allo stadio Flaminio di Roma.

Grigi 1972-73

 

L’Alessandria 1972-’73


Lorenzetti era un numero 10, una classica mezzala di punta, un giocatore di grandissima qualità. Basti pensare a cosa c’era scritto su uno striscione a lui dedicato che campeggiava sugli spalti del Moccagatta: Rivera + Benetti = Lorenzetti. Dopo l’esperienza con l’Alessandria militò anche nella rappresentativa nazionale under 21 di serie C. Nella tifoseria alessandrina di una certa età rimarrà di lui un ricordo indelebile.

 

24 giugno 1973: Lorenzetti, lanciato da Cini, realizza il gol del pareggio nella semifinale di Coppa Italia contro il Modena. I Grigi sono in finale a Roma, contro l’Avellino

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Per rivedere i Grigi per l’ultima volta in Serie B dobbiamo attendere sino al campionato 1973-‘74. Il primo tentativo va però a vuoto, anche se di un soffio, perché è il Parma di un giovane Ancelotti ad aggiudicarsi il torneo di C 1972-‘73, anche se in uno stadio “Moccagatta” pieno zeppo di spettatori, ben ventimila, l’Orso vince 1-0 proprio contro gli emiliani, con “graffio” di Roberto Salvadori, detto “Faina”, che tre anni dopo vince lo scudetto con il Torino di Gigi Radice, Renato Zaccarelli, Claudio Sala, Francesco Graziani e Paolino Pulici. L’annata è però impreziosita dalla conquista della prima edizione della Coppa Italia di Serie C nella finale contro l’Avellino disputata il 29 giugno allo Stadio “Flaminio” di Roma e vinta 4-2 ai supplementari con tanto di invasione di campo da parte dei supporters irpini.

servizio a cura di Mario Bocchio

Quando il mercato è una bufala

A differenza dei casi Llorente e Gomez, colpi veri realizzati da Juventus e Fiorentina, il calcio italiano è pieno di affari saltati con clamore quando erano prossimi all’annuncio. Il 15 giugno 1999, il neo allenatore della Roma, Fabio Capello, in vacanza a Marbella, si muove verso Madrid per trattare col Real il centrocampista Clarence Seedorf. Il presidente Lorenzo Sanz chiede 50 miliardi di lire, Franco Sensi ne propone 35. La trattativa non decolla, si è inserita l’Inter, ma le leggende metropolitane prolificano e nelle radio della Capitale qualche ora dopo già si vaneggia: Capello e Seedorf avvistati a cena da “Romolo al porto” ad Anzio per festeggiare l’accordo. Ma mentre si descrivono i piatti selezionati dal menu, si scopre che quel giorno Romolo è chiuso per riposo e che Seedorf non è in Italia, dove arriverà in dicembre proprio all’Inter.

 

Pochi giorni dopo, il 24 giugno, a Fiumicino si presenta l’esterno sinistro Felipe Jorge Loureiro, accompagnato dall’agente Pedrinho (ex Catania). Sensi, consigliato da Zeman, aveva raggiunto l’intesa col Vasco da Gama: 40 miliardi di lire. Felipe attese invano l’automobile del club, perché nel frattempo Capello aveva sostituito Zeman e aveva convinto Candela a restare, bocciando così il brasiliano. Sensi dirà in tribunale che il procuratore mentì sullo status del calciatore, che non era comunitario.
Il 20 aprile 1999, era toccato alla Lazio di Cragnotti, la quale stava per perdere il duello scudetto col Milan. I quotidiani, all’unisono, urlarono in prima pagina: “Preso Rivaldo, operazione da 150 miliardi”. Per la precisione, 100 di cartellino, 50 d’ingaggio (10 all’anno per cinque stagioni). Al Barcellona, una contropartita fra Almeyda, Salas e il giovane Stankovic. Tutto fatto? Macché, l’agente Minguella aveva semplicemente “usato” la Lazio per svegliare il Barça, col quale trattava l’aumento di stipendio. Il Pallone d’oro in carica vedrà così l’Italia soltanto nel 2003, giocando una stagione in chiaroscuro con il Milan.
Affari posticipati. Primavera 1996, Ronaldo folleggia a Eindhoven. Va a Milano ufficialmente per curarsi un ginocchio malconcio, in realtà incontra Massimo Moratti negli uffici Saras accompagnato dall’agente italiano Giovanni Branchini. Ne esce con un portachiavi dell’Inter, che tuttora custodisce gelosamente, e con una promessa di matrimonio. Un anno prima, cedendo Jonk al PSV, l’Inter aveva ottenuto il diritto di precedenza sul Fenomeno. In agosto Moratti molla la presa, Ronaldo finisce al Camp Nou per 32 miliardi di lire. Il 5 aprile 1997, Moratti vede l’Inter fare 0-0 a Firenze, Ganz e Zamorano non pungono, e impone ai collaboratori: «Prendiamo Ronaldo». Detto, fatto, a cifre terribilmente più alte: 48 miliardi.

http://www.youtube.com/watch?v=WQCOGkobFf4

 

La Juventus nell’aprile 1994 si ritrova in casa prima Paulo Sousa, poi Ciro Ferrara, infine Moggi nei quadri dirigenziali. Don Luciano un anno prima era stato portato a Roma da Pietro Mezzaroma, padrone assieme a Sensi del club giallorosso. Sensi liquidò il socio, a denti stretti si tenne Moggi, nonostante non gli andasse. Lo spedì a Lisbona per chiudere con lo Sporting l’affare Sousa. Con grande sorpresa, la Juventus mise la freccia e lo prese per 10 miliardi di lire. Sensi si infuria, la Juve chiude poco dopo anche per Ferrara, dato da mesi a un passo dalla Roma. L’agente di Sousa, Jose Veiga, chiarirà: «Dicevo a Moggi di firmare, lo Sporting era pronto, Sensi aveva dato l’okay, c’era il rischio che si inserissero altri club. Ora ho capito perché tergiversava». Poche settimane dopo, Moggi andrà alla Juventus, presentandosi coi due sogni infranti dei romanisti.
Occhio lungo quello del futuro imputato di Calciopoli, che nella primavera 2003 fece sostenere le visite mediche a Torino al diciottenne Cristiano Ronaldo, di proprietà dello Sporting Lisbona. Intesa raggiunta, in Portogallo sarebbe finito Marcelo Salas, che all’atto della firma si impuntò, rifiutando il trasferimento e optando per il suo River Plate. A luglio, Cristiano impressionò il Manchester United che lo affronta in amichevole. Un mese dopo ecco firma per il club di Old Trafford, che lo pagò 12,3 milioni di sterline. Da un fuoriclasse a un altro, Leo Messi. A Barcellona negano la storia, ma nel 2002, per ammissione di Enrico Preziosi, la Pulce – nonostante il contratto firmato un anno prima coi blaugrana – sostenne un provino per il Como, all’epoca in A, che lo bocciò. «Succede» il commento del signor Giochi Preziosi, «aveva solo 15 anni».
All’estero non sono da meno. Un caso su tutti, quello del Blackburn Rovers Campione d’Inghilterra, che nel 1995 su imbeccata del tecnico Kenny Dalglish, è prossimo a chiudere l’acquisto di Zinedine Zidane, promettente trequartista del Bordeaux. Operazione da 4 miliardi di lire. All’ultimo, prima del viaggio in Francia per la definizione, il presidente del club blocca tutto: «Perché investire sul francese quando abbiamo in rosa Tim Sherwood?». Già, perché?

(rassegna stampa “Guerin Sportivo”)

Trautmann “Croce di Ferro” tedesca e portiere icona del Manchester City

TrautmannLa metà celeste di Manchester (e non solo quella) è a lutto. Si è spento, nei giorni scorsi, alla veneranda età di 89 anni, il mitico Bernard Carl Trautmann la cui parabola umana e sportiva costituisce uno dei miracoli più belli che il calcio sia riuscito a compiere.

 

Da odiato crucco nazista a Ufficiale dell’ordine dell’Impero Britannico: idolo della folla che si era letteralmente rivoltata contro l’ingaggio del lungagnone germanico, inserito di diritto nella Galleria delle Glorie del football d’oltremanica, il portiere tedesco ha scritto alcune delle pagine più epiche e gloriose del Manchester City. Guadagnandosi sul campo, rispetto e ammirazione da chi, fino a poco tempo prima, stava dall’altra parte della barricata della Seconda guerra mondiale.

 

Trautmann, nato a Brema nel 1923, come tanti giovani della sua stessa epoca ritenne di aderire al Partito Nazionalsocialista di Adolf Hitler. Per lui, così come per i suoi conterranei, il nazismo era l’unica strada da percorrere per risollevare la Germania dall’onta della pace di Versailles che chiuse la prima guerra mondiale. Ha combattuto in Ucraina e più volte venne decorato con l’ambita Croce di Ferro, tra le massime onoreficenze militari tedesche. Poi, con il suo reparto, venne inviato a presidiare il fronte occidentale dove, dopo tutta una lunga serie di peripezie (avrebbe evitato persino la fucilazione in modo rocambolesco) venne catturato dagli inglesi che lo spedirono nel campo di prigionia di Ashton-in-Makerfield.
Liberato tre anni dopo la fine del conflitto, dopo essersi fatto notare sui campi polverosi della periferia inglese, battuti tenacemente dagli osservatori del club più prestigiosi, arriva ad indossare la casacca celeste dei Citizens. Il suo ingaggio, però, provoca una rivolta popolare: no, nessuno – a pochi anni dalla fine della sanguinosa seconda guerra mondiale – vuole che a presidiare la porta citizens ci sia quel lungagnone nazista. La società e la dirigenza tennero botta, resistettero alla tensione popolare. E furono ampiamente ripagati. Quindici anni di carriera, oltre 540 partite giocate, perle irripetibili, bocconi di leggenda da consegnare direttamente alla storia: nel 1956 giocò gli ultimi quindici minuti della finalissima per la Fa Cup contro il Birmingham City con il collo rotto. O meglio, con una vertebra incrinata a causa di uno scontro di gioco contro l’attaccante avversario Peter Murphy. Si rialzò, tornò tra i pali e chiuse la porta all’assedio degli avversari con tutta una serie di parate decisive non meno dei tre gol siglati fino a quel momento dai Citizens.
Si ritirò a metà degli anni ’60, precisamente nel 1964, e venne celebrato anche dal Manchester United, da Best, Law e Bobby Charlton. Poi si è dedicato a fare l’allenatore. Nel 2004 venne insignito della nomina ad Ufficiale all’ordine dell’impero britannico. Mica male per uno che, da giovane, teneva una collezione di Croci di Ferro. Con Trautmann se ne va un calcio miracoloso: capace di trasformare un prigioniero di guerra tedesco, nazista e per di più portiere (mica il solito ‘attaccante’…) in un ufficiale di sua Maestà britannica. Questa sì che è una favola di integrazione nel nome dello sport. Altro che divieti, fughe, politicamente corretto, schedature. Platini e compagnia, prendete appunti.

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

I 15 colpi più cari della Premier League

In Inghilterra, solo due dei quindici acquisti più cari della stagione sono stati colpi “interni”. Quelli di Mignolet, che è passato dal Sunderland al Liverpool, e quello di Carroll, pagato 15 milioni di sterline dal West Ham (dove tra l’altro ha giocato già in prestito l’ultima stagione). Per il resto, la Premier League si prepara a conoscere molti nuovi volti, che arrivano da Italia, Brasile, Germania, Scozia, Danimarca, Olanda, Portogallo e Ucraina. Passiamoli in rassegna, i quindici colpi più cari di questa sessione di mercato. Stelle note (Paulinho, Jovetic, Schürle), scommesse (Aspas) e astri nascenti (Cornelius, Van Ginkel). Leader incontrastato del mercato, è il Manchester City, che ha già speso 87 milioni di sterline, di cui 35 finiti nelle casse del Siviglia.

FERNANDINHO (centrocampista, 4-5-1985)
dallo Shakhtar Donetsk al Manchester City per £30m
In Ucraina dal 2005, il centrocampista brasiliano è stato per ora il colpo più caro della stagione. Pagato 30 milioni di sterline, si è accasato al rinnovato Manchester City di Pellegrini, per cui ha firmato un quadriennale. Dopo quelli di Robinho e Agüero, è il terzo acquisto più caro della storia dei Citizens.

http://www.youtube.com/watch?v=kpJk41ucsPw

 

STEFAN JOVETIC (attaccante, 2-11-1989)
dalla Fiorentina al Manchester City per £22m
Dopo 35 gol nei cinque anni fiorentini, Jo-Jo ha lasciato la Serie A italiana e si è trasferito al City, in quella che è stata una delle trattative più chiacchierate dell’estate. Alla presentazione nel nuovo club, il montenegrino ha confessato che “Nastasic ha cercato per un anno di convincermi a venire qua” e ha pregato i tifosi viola di non portargli rancore. Anche perché a Firenze al suo posto è arrivato Gomez.

ÁLVARO NEGREDO (attaccante, 20-8-1985)
dal Siviglia al Manchester City per £20m
Nell’estate delle spese folli del Manchester City, c’è stato anche l’acquisto di Negredo, primo spagnolo della scorsa classifica marcatori della Liga. La “fiera de Vallecas” saluta il Siviglia con 102 reti in 209 partite. Un bottino impressionante, che ha convinto lo sceicco Mansour a versare 20 milioni di sterline nelle casse andaluse, e Manuel Pellegrini a dargli la maglia numero 9. Obiettivo futuro, convincere anche Del Bosque, che lo ha portato a Euro 2012, ma non ai Mondiali 2010 e alla Confederations Cup 2013.

ANDRÉ SCHÜRRLE (attaccante, 6-11-1990)
dal Bayer Leverkusen al Chelsea per £18m
Il primo grande colpo del Mourinho-bis è stato l’arrivo a Londra di Schürrle, uno dei tanti giovani d’oro del calcio tedesco. Giocatore che può essere schierato sia come ala che come attaccante, ha segnato con le “aspirine” undici gol nella passata stagione, aiutando la sua squadra a raggiungere il terzo posto. A Londra cercherà di evitare di fare la fine del connazionale Marko Marin, che nella passata stagione arrivò a Stamford Bridge, ma fu deludente.

PAULINHO (centrocampista, 25-7-1988)
dal Corinthians al Tottenham per £17m
Lo abbiamo ammirato nella scorsa Confederations Cup, dove insieme al compagno di reparto Luiz Gustavo, ha formato un’irresistibile coppia di centrocampo nell’undici brasiliano. Decisivo sia in mediana che in zona-gol. È stato cercato da diversi club europei (tra cui l’inter), alla fine l’hanno spuntata gli Spurs. Curiosità: non è la prima esperienza in Europa; da giovane aveva già giocato in Lituania (FC Vinius) e Polonia (LKS Lodz).

ANDY CARROLL (attaccante, 6-1-1989)
dal Liverpool al West Ham per circa £15m
Già al West Ham nello scorso campionato, questa volta giocherà a Upton Park non più in prestito, ma da “hammer” puro. Nella prima stagione londinese ha segnato 7 gol in 24 partite. Per giustificare un costo così oneroso, ne serviranno di più. E pensare che il Liverpool lo aveva pagato al Newcastle 35 milioni…

JESÚS NAVAS (ala, 21-11-1985)
dal Siviglia al Manchester City per £15m
Velocità, bravura nel dribbling e abilità nel guadagnare il fondo: quelle di Jesús Navas sono le classiche caratteristiche che una brava ala deve possedere. Lascia il Siviglia dopo dieci anni (vi arrivò nel 2003) per approdare, ventisettenne, nel campionato inglese, dove cercherà di prendere definitivamente il volo, anche per ritagliarsi uno spazio maggiore in nazionale dove spesso subentra, ma raramente è titolare.

 

VICTOR WANYAMA (centrocampista, 25-6-1991)
dal Celtic al Southampton per £12.5m
Con la partenza del centrocampista keniano, la Scottish Premier League ha perso quello che probabilmente era il giocatore più forte del campionato. Conosciuto in Italia anche per essere il fratello di Mariga, Wanyama è un mediano forte fisicamente e anche abbastanza presente in zona-gol (una decina nei due anni scozzesi). Sarà il primo calciatore dell’Africa dell’Est a giocare in Inghilterra.

WILFRIED BONY (attaccante, 10-12-1988)
dal Vitesse allo Swansea per £12m
Dal Vitesse allo Swansea per dodici milioni di sterline, ovvero il trasferimento più costoso della storia del club gallese, che ha visto nell’attaccante ivoriano l’uomo giusto per affrontare una storica campagna europea (che inizierà contro il Malmö, giovedì). Conclusa la scorsa Eredivise con 31 gol in 30 presenze, per Bony il debutto in Premier può rappresentare la consacrazione. I gol, per ora, tra Sparta Praga, Vitesse e nazionale, li ha sempre fatti.

SIMON MIGNOLET (portiere, 6-3-1988)
dal Sunderland al Liverpool per £9m
Partito tra le polemiche Pepe Reina, il Liverpool ha scelto come estremo difensore Simon mignolet, portiere della nazionale belga (nella quale si gioca il posto con Curtois), reduce da tre buone stagioni al Sunderland. Classe 1988, è stato fortemente voluto dal tecnico dei Reds Brendan Rodgers, convinto che ad Anfield il suo talento sboccerà del tutto.

RICKY VAN WOLFSWINKEL (attaccante, 27-1-1989)
dallo Sporting Lisbona al Norwich per circa £8.5m
Il nuovo attaccante dei Canaries è un giocatore olandese che negli ultimi due anni si è fatto apprezzare nei portoghesi dello Sporting (e prima ancora con Vitesse e Utrecht). L’allenatore del Norwich, Chris Hughton, spera cheVan Wolfswinkel mantenga le sue alte percentuali realizzative anche a Carrow Road. È il genero del grande Johan Neeskens, uno dei più grandi protagonisti del calcio totale dell’Olanda degli anni Settanta. Proprio Neeskens è stato decisivo nel convincere Ricky ad accettare l’offerta del Norwich.

 

DEJAN LOVREN (difensore, 5-7-1989)
dal Lione al Southampton per circa £8.5m
Unico difensore di questa lista di giocatori, Lovren era nella lista della spesa anche di Tottenham e Inter. Centrale della nazionale croata (anche se è bosniaco di nascita) e titolare della difesa del Lione negli ultimi tre anni, l’ex difensore della Dinamo Zagabria è approdato in un campionato più probante di quello francese, anche se dalla lotta per il titolo è passato a quella per la salvezza.

MARCO VAN GINKEL (centrocampista, 1-12-1992)
dal Vitesse al Chelsea per circa £8m
Delle quattro stagioni al Vitesse, l’ultima è senz’altro quella da incorniciare, visto che è coincisa anche con l’esordio nella nazionale olandese. Fa da schermo davanti alla difesa ma si fa apprezzare anche per i gol: ha migliorato anno dopo anno il suo bottino personale.

ANDREAS CORNELIUS (attaccante, 16-3-1993)
dal Copenaghen al Cardiff per £7.5m
Per festeggiare lo storico approdo in Premier League, il presidente del Cardiff, il malesiano Vincent Tan, si è tolto lo sfizio Cornelius, attaccante ventenne promessa della Danimarca. Forte nel gioco aereo (è alto 1.93), lo scorso anno ha messo segno nel club della capitale danese, 18 gol in 34 partite. Cornelius sta bruciando le tappe, visto che gli è bastata una sola stagione tra i professionisti della Danish Superliga, per arrivare in Inghilterra.

IAGO ASPAS (attaccante, 1-8-1987)
dal Celta Vigo al Liverpool per circa £7m
46 gol in 136 partite al Celta Vigo, per quello che sarà il nuovo numero 9 del Liverpool. Alla prima stagione nella Liga, ha messo a segno dodici gol, dopo essere stato il capocannoniere della Segunda División l’anno prima. Un giocatore da seguire. Rodgers lo voleva già quando allenava lo Swansea.

(mbocchio)

Cassano: “Scudetto alla Juve”. Poi dà i voti agli allenatori

“La Juve è talmente più forte che a ottobre è finito il campionato: ha l’allenatore migliore in assoluto e ha fatto grandi acquisti”. Antonio Cassano, neoacquisto del Parma, ha le idee chiare su come finirà il campionato. Alla vigilia dell’amichevole con l’Olympique Marsiglia (“ma le amichevoli non esistono, io quando perdo divento un demonio anche quando gioco a carte”) Fantantonio è tornato a parlare dopo la presentazione e ha colto l’occasione anche per dare le pagelle ai suoi allenatori: “Capello? Il numero uno. Allegri? Un grande allenatore. Mazzarri? Grandissimo allenatore ma… e quel ma è sulla persona. Stramaccioni? Altra domanda…”.

 

Ultimo treno – A Parma sa di giocarsi un’occasione importante per la sua carriera, che difficilmente ricapiterà. “Io sono venuto qua convinto di fare molto bene e togliermi grandi soddisfazioni – ha detto – se sbaglio anche questo treno qua vado a casa, ho già 31 anni. Donadoni e Leonardi sono stati importanti per questa scelta, volevo fare un altro anno all’Inter e poi smettere, ma loro mi hanno stimolato. Sono tre anni che non faccio la preparazione, ma nell’arco di un mese penso di poter ritrovare la condizione”.

I tre jolly di Parma – E le famigerate cassanate? “Qui a Parma mi hanno dato tre jolly, il mio carattere è questo, non so cosa farò, se c’è qualcosa che non mi quadra la dico, io son così prendere o lasciare”. La famiglia si sta trasferendo a Parma, ma Cassano, senza ipocrisia, non crede che la pianura emiliana diventerà il suo luogo del cuore.

Tifo Inter, Samp nel cuore – “La città dove vivrò è Genova – ha detto – anche perché c’è il mare”. E perché anche il calcio ha lasciato in Cassano una traccia indelebile: “Io sono tifoso interista, ma la mia partita particolare sarà con la Sampdoria, perché io sono tifoso interista, ma ho nel cuore la Sampdoria”.

(rassegna stampa)

Bale valutato 145 milioni: un ragazzo può valere così tanto?

La morale non gioca a pallone e non fa affari. Troppi 145 milioni di euro per un ragazzo? Sono un’enormità, ma sono semplicemente e unicamente mercato. Uno che vende e uno che compra: basta mettersi d’accordo sul prezzo.
E se l’accordo dovesse essere per 145 milioni saranno fatti loro. Ogni volta che un acquisto milionario del pallone ha sfondato un record ci siamo fatti la stessa domanda: è giusto? Abbiamo parlato di etica, di opportunità, di schiaffo al mondo dei comuni.

 

Passati cinque minuti, il calcio ha voltato pagina e s’è trovato di fronte a un’altra trattativa da fantascienza che ha messo in soffitta quella precedente che già ci sembrava folle. La verità è che l’asticella che si alza non è uno scandalo. È, di nuovo, soltanto la legge della domanda e dell’offerta. Il Real Madrid ha offerto 120 milioni per prendere dal Tottenham Gareth Bale. Gli inglesi hanno rilanciato: se lo volete costa 145 milioni. È esattamente come quando andate a comprare una casa: è il venditore che fa il prezzo. Voi la volete, la desiderate? Dovete soddisfare la richiesta. Trattando, certo. Ma alla fine per averla dovete trovare una somma che stia bene a chi vende. Con Bale e i suoi fratelli calciatori è così, anche se le proporzioni sono diverse, anche se qualunque cosa accada nel mondo del pallone è uno scandalo per definizione. Facciamocene una ragione: è così. Dategli un aggettivo che volete: indecente, vergognoso, imbarazzante. Ma è la banalità del mercato. Quindi la sua forza.
Il resto sono masturbazioni intellettuali da addetti ai lavori o da semplici appassionati, cioè il calcio nella sua massima espressione: quella della chiacchiera da bar. E quindi: ma li vale davvero tutti sti soldi Bale? Cioè: Balotelli 25 milioni e lui 145? Cavani 63 milioni e lui 145? Cristiano Ronaldo 96 milioni e lui 145? E se lui vale 145 allora Lionel Messi quanto vale?
È giusto, perché se esistesse la possibilità di catalogare i giocatori come i prosciutti a seconda della qualità allora avremmo una classifica dei calciatori e del loro relativo prezzo. Invece una delle caratteristiche più affascinati del calciomercato è che il valore non è sempre direttamente proporzionale al talento. Subisce l’influenza di una variabile fondamentale che è la necessità da parte di un club di avere un giocatore oppure quel giocatore. Il Real Madrid pensa di aver bisogno di Bale più di ogni altra cosa al mondo e stuzzica le voglie del Tottenham che sale, sale, sale con il prezzo fino ad arrivare alla follia della cifra più alta della storia del pallone. La morale non esiste perché è cancellata dal desiderio. L’etica non c’è perché al desiderio si aggiunge il livello del mercato: Maradona arrivò a una cifra che oggi sembra ridicola, ma che all’epoca era folle. Ronaldo, in confronto ai numeri di ora, era un affare, ma nei giorni del suo acquisto dicevano tutti le stesse cose che si dicono ora di Bale.
La giustizia e la misura non appartengono al mondo del calcio. È il motivo per cui ogni estate impazziamo tutti per il mercato con la inconfessabile voglia che il nostro club spenda il più possibile per comprare questo o quello. Ora tutti si indignano per il valore di Bale, ma sono gli stessi che si lamentano quando i loro presidenti non spendono per comprare un campione. La storia di Bale, per il resto del mondo, non è nient’altro che la volpe e l’uva che rotola su un campo di calcio: non ci puoi arrivare e lo definisci uno scandalo. La realtà è che Gareth Bale lo vorrebbero in molti, c’è uno che lo vuole più degli altri e il venditore lo sa. Vuole spennarlo e ne ha tutto il diritto. Se quello abbocca affari suoi: il calciomercato è solo un mercato delle vacche. Senza vacche.

(rassegna stampa)

Lazio e Mauri: niente illecito Cancellato il –6

Le sentenze di primo grado saranno ufficiali domani, ma i rumors parlano di «quasi vittoria» dei legali della Lazio e di Mauri.
Di fronte delle richieste del pm Palazzi (4 anni e 6 mesi di squalifica per il calciatore, un -6 in classifica e 20mila euro di ammenda per il club), la Disciplinare Figc dovrebbe infliggere solo 6 mesi di stop al centrocampista e un’ammenda alla società di Lotito.

 

Cancellati dunque gli illeciti per Lazio-Genoa e Lecce-Lazio (con conseguente proscoglimento per Milanetto, Benassi e Rosati oltre che per i Grifoni), a Mauri resterebbe solo l’accusa di omessa denuncia per la sfida con i salentini. I giudici avrebbero quindi avvalorato la tesi del ragionevole dubbio sulle azioni dell’imputato, ritenendo incongrui i riscontri telefonici con scheda «coperta» tra Mauri, Zamperini e gli altri presunti complici alla vigilia del match. Sicuro il ricorso di Palazzi nell’udienza di secondo grado del 13 agosto.

(rassegna stampa)

Alla conquista del West: Conte mette in mostra la Juve sul Golden Gate

Sognando la Champions League, la Juventus spera intanto di prendersi la California. L’approccio pare essere stato quello giusto: giorni di allenamenti durissimi alla Stanford University, 60 km a sud di San Francisco, nessun infortunio serio e la truppa finalmente al completo eccezion fatta per Pogba (arriverà oggi) e Pepe, rimasto a Torino ma ormai sulla via del recupero.
Domattina all’alba (le 5 italiane), l’esordio nella Guinness Champions Cup: avversario l’Everton, formazione di buon livello della Premier League che – se battuta – proietterà la Signora alla sfida del 4 agosto probabilmente contro il Real Madrid in quel di Los Angeles: come antipasto di stagione, davvero niente male.

 

Per la serie: nessuno cercherà il risultato a tutti i costi, ma è chiaro che il motto secondo cui “vincere aiuta a vincere” alberga sempre nella testa e nel cuore di Antonio Conte. Evitare insomma brutte figure, please, anche per dare una mano al marchio Jeep presente sulle maglie bianconere: John Elkann, Marchionne e Andrea Agnelli (presente negli States) apprezzerebbero, i paisà pure e i tifosi manco a dubitarne. Business is business, ovunque si vada: il mercato americano – per una società quotata in Borsa che sogna sempre più in grande, ingaggiata per l’occasione con due milioni di euro – non può essere ignorato e del resto il desiderio di esportare il proprio marchio diventa quasi una necessità volendo competere con le Grandi d’Europa. Due scudetti di fila hanno intanto dato una lustrata all’immagine della squadra più amata d’Italia e, se un paio di estati fa negli Usa per i bianconeri si scomodarono 47.000 spettatori in tre partite (la metà di quante ne raccolsero Barcellona a Manchester United in una sola), stavolta si punta molto più in alto.
Nel frattempo, dopo avere lavorato alla Home of Champions (motto della Stanford University, dove nel 2005 Steve Jobs pronunciò il suo famoso discorso con tanto di invito «Stay hungry stay foolish» rivolto agli studenti), tra poche ore Buffon e compagni sfideranno l’Everton all’AT&T Park di San Francisco, casa dei Giants ovvero i campioni in carica del baseball che al momento hanno però il peggior record della West Division: suona tanto come un monito per la Juventus tricolore, comunque massacrata dal solito Conte Rambo style. Doppi allenamenti anche qui, nessuna concessione agli svaghi e San Francisco vista al momento solo con il binocolo: «I giocatori sono pagati per lavorare, non c’è molto altro da aggiungere», ha già ribadito Conte. Che lavorino e possibilmente vincano, allora: Tevez e Llorente saranno gli osservati numero uno anche contro la squadra più vecchia di Liverpool, per affrontare la quale il tecnico bianconero dovrebbe concedere minuti pure ai nazionali. «L’arrivo di Tevez ci ha reso orgogliosi, significa che abbiamo meritato di essere prima stimati e poi scelti da uno di quei giocatori che spostano gli equilibri», ha detto Buffon nei giorni scorsi rendendo l’idea di una Juve ancora hungry ovvero affamata. La concorrenza è insomma avvisata: qui si fa ancora (molto) sul serio e per di più l’opera di Marotta non è ancora terminata: sfumato (?) Zuniga, il favorito per la fascia sinistra torna a essere Kolarov (prestito oneroso dal Manchester City). Anche Biabiany rimane nel mirino, pur se a questo punto si deve cominciare a vendere per portare a casa almeno 20-25 milioni: Isla, Marrone e De Ceglie sono in standby, Quagliarella (Norwich), Matri (Lazio, Napoli e un paio di squadre della Premier) e magari Vucinic (Zenit) fanno gola ma costano ancora troppo. Intanto, la Juve li mette in vetrina sul Golden Gate.

(rassegna stampa)

Neymar debutta in azulgrana: primo allenamento con il Barcellona

http://www.youtube.com/watch?v=uKyuBVl8YxA

 

Dalle 9 di ieri il Barça può finalmente definirsi al completo: Neymar, come gli altri nazionali reduci dalla ConfCup, si è unito al gruppo, agli ordini del Tata Martino per iniziare la stagione. Tutti gli spagnoli assieme a Neymar e Alves, hanno superato i test medici dopo le vacanze: al crack del mercato azulgrana, dopo l’intervento alle tonsille, sarà riservata particolare attenzione prima di potersi allenare con il resto della squadra.
Si alleneranno questo pomeriggio presso la Ciutat Esportiva: la novità più importanti sono Neymar e il Tata Martino nello spogliatoio. Dopo aver visto la squadra dal vivo sabato pomeriggio a Oslo il tecnico argentino prenderà in mano il lavoro quotidiano azulgrana curando l’aspetto fisico, nonchè l’impronta che vuole dare allo stile di gioco. La sfida è enorme per Martino: gestire un giocatore speciale come Neymar e inserirlo nel meccanismo a orologeria del Barcellona non sarà impresa semplice. Inoltre il tempo non è neanche molto.

(mbocchio)

La fidanzata di Maradona è una escort: “Le dà 25 mila euro al mese per stare con lui”

 

Rocio Oliva è la fidanzata ufficiale di Diego Armando Maradona, ma in realtà sarebbe una escort che il Pibe de oro paga profumatamente. Ben venticinque mila euro mensile per fingere di essere la sua dolce metà.
A rivelarlo in una intervista a Intrusos è la zia di Rocio, Patricia Oliva. Che ha raccontato tutta la storia: “Rocio e Maradona si sono conosciuti in Spagna nel 2011 e lei ha sempre detto che sarebbe arrivata a lui, di cui è stata l’amante quando Maradona era fidanzato con Veronica Ojeda. Rocio ha sempre fatto l’accompagnatrice di personaggi famosi e viene pagata 25 mila euro al mese per fingere il fidanzamento con Maradona”. Questo, conclude la zia, “non è amore, sono affari”.

(rassegna stampa)