Darmian non molla il Torino

DarmianMondialiMatteo Darmian è stato una delle note più liete dell’Italia ai Mondiali, tanto da attirare l’interesse di Inter e Juventus (magari con Fabio Quagliarella inserito nell’affare). Ma il giocatore, al ritorno dal Brasile, ha fatto sapere di non avere intenzione di ascoltare gli echi delle sirene di mercato.
“E’ finita una stagione lunghissima e ora mi godrò le vacanze. Dopo ripartirò sicuramente dal Torino”, ha garantito Darmian.
“Non mi aspettavo di vivere una stagione simile, ma ho lavorato seriamente e con umiltà”, ha aggiunto.Denmark v Italy - FIFA 2014 World Cup Qualifier

L’Inter vuole Cerci

E’ Alessio Cerci il nome nuovo sul taccuino dell’Inter. L’attaccante del Torino è diventato un obiettivo di mercato concreto per la Beneamata, che vuole sancire il rinnovo a Walter Mazzarri regalando al tecnico toscano la seconda punta tanto richiesta.
Il granata fa al caso dei nerazzurri. Cairo vorrebbe tenerlo sotto la Mole, ma a fronte della cifra giusta (20 milioni di euro) è pronto a liberarlo.
L’Inter cerca lo sconto, punta a un esborso di massimo 15 milioni e mette sul piatto interessanti contropartite tecniche: Benassi, Botta e Schelotto i nomi che potrebbero convincere il Toro a trattare.bojan-krkic-

Krkic flirta con i granata

Bojan Krkic è pronto a tornare in Italia. “Al Toro piace Bojan. Ma anche a Bojan piace il Toro: sarebbe la piazza ideale per tornare ai massimi livelli. Al ragazzo piacerebbe molto intraprendere l’avventura in granata: sarebbe perfetto” ha rivelato Diego Tavano, procuratore dell’attaccante. Quella granata sarebbe la terza maglia indossata in Italia dal talento – mai esploso – catalano, già visto con fortune alterne con i colori di Roma e Milan in passato.

(mbocchio)

Lo Zar ricomincia da Budapest: Vierchowod allenatore del mitico Honved

PietroHonvedLo Zar va alla conquista dei magiari. Roba da far invidia persino a Putin: Pietro Vierchowod si lancia in una nuova avventura in terra d’Ungheria. Allenerà L’Honved, mitica squadra della capitale la cui maglia è stata indossata negli anni Cinquanta dal gioiello Puskàs e dall’ossatura di quella nazionale ungherese che sfiorò la vittoria ai Mondiali del 1954 e che resta, a sessant’anni di distanza, una delle formazioni che ha scritto la storia di questo sport.PietroWierchowoodroma
L’ex difensore della Samp dello scudetto ha firmato un contratto annuale con i rossoneri d’Ungheria. Subentra a un altro ex blucerchiato, quel Marco Rossi che vestì la casacca doriana tra il ’93 e il ’95. E mica finisce qui: il cielo sopra Budapest è rigorosamente sempre più (cerchiato di) blu. Vierchowod-500x350Nell’Honved, infatti, gioca Andrea Mancini, uno dei figli di Roberto, il “Mancio” bandiera della Samp scudettata e oggi tra gli allenatori più quotati (e ricercati, dopo il recente addio al Galatasaray) del mondo, tentato dalle sirene azzurre che vorrebbero far ritornare in patria il talentuoso Ulisse per farlo sedere sulla (scomoda) panchina lasciata libera da Prandelli.vierchowod
“Mi ero stufato di stare a guardare gli altri allenare” ha dichiarato sornione lo Zar, pronto a rilanciare l’Honved verso nuovi traguardi. Ci proverà insieme a uno staff molto italiano: al suo fianco avrà il secondo Dario Didonato e il preparatore atletico Luca Guerra. Ma anche il direttore generale Andrea Cordella, autentico giramondo del calcio e architetto, con la collaborazione di Mancini, dell’arrivo di Vierchowod in terra magiara. Roccioso ed elegante, l’ex difensore blucerchiato ha fatto una scelta di cuore. Il presidente del club, l’americano George F. Hemingway, ha comprato la società sull’orlo del fallimento perché, parole sue, non voleva che scomparisse la squadra di cui era tifoso il nonno. Va bene la poesia ma c’è anche da far quadrare i conti: e il presidente a stelle e strisce ha imposto un tetto salariale particolarmente spartano: tremila euro al mese per tutti, giocatori e allenatore compresi.Wierc
Un americano che tiene per una formazione ungherese? Facile capire il perché. E’ una squadra particolare, quella che indossa la casacca rossonera all’ombra della capitale ungherese. Basti pensare a quanto accaduto cinquantotto anni fa: L’Honved campione in carica si qualificò per la seconda edizione della Coppa dei Campioni. Al primo turno beccò l’Athletic Bilbao: all’andata, in Spagna, finì 3-2 per i baschi. Il ritorno non si giocò in Ungheria perché mentre l’Honved era a Bilbao era scoppiata la Rivoluzione ungherese e, vista l’invasione sovietica, i giocatori si rifiutarono di tornare in patria. Si giocò all’Heysel di Bruxelles, per la cronaca l’Honved pareggiò 3-3 e uscì dalla competizione. In campo c’era Puskàs, che poi si trasferì al Real Madrid, in panchina una leggenda come Bela Guttmann, quello della maledizione lanciata al Benfica.Zar
E pensare che il padre di padre di Vierchowod, Ivan Lukjanovič, era un soldato dell’Armata Rossa che, fatto prigioniero durante la seconda guerra mondiale, decise di non ritornare in patria e si stabilì in provincia di Bergamo. Altre storie, altri tempi. Oggi lo scettro dell’Honved passa nella mani dello Zar Pietro, uno così tosto che Suarez si sarebbe rotto i denti a morderlo. Veloce, duro come il marmo, eccezionale negli anticipi e nel gioco aereo. Un difensore (e un uomo) che resiste, per passione e divertimento, in un calcio in cui tremila euro sono la paghetta che alcuni calciatori darebbero al primogenito per uscire al sabato sera. Una roccia in un mondo d’argilla.

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

La formazione Top11 della fase a gironi

MessiTerminate le 48 partite della fase a gironi, Sportmediaset ha tirato le somme e stilato la sua Top11. Nell’ipotetica formazione (un 3-4-3) spiccano Cile e Olanda, uniche nazionali a godere di due elementi.
In porta Guillermo Ochoa (svincolato dall’Ajaccio) si è conquistato la nomina grazie alla prestazione incredibile contro il Brasile – che è valso al suo Messico un prezioso pareggio a porte inviolate – e alla sicurezza ostentata anche contro la Croazia.
In difesa non poteva mancare il cileno Gary Medel (Cardiff City), vero muro nella retroguardia della ‘Roja’. Al suo fianco il mai domo Diego Godin (Atletico Madrid), che dopo aver segnato gol importanti con i ‘colchoneros’, con una precisa incornata ha eliminato l’Italia dai Mondiali. Completa il terzetto l’olandese Daley Blind (Ajax), solido dietro e ispirato nelle proiezioni offensive.Neymar
Sulla corsia destra di centrocampo scontata la presenza del colombiano Juan Cuadrado (Fiorentina), mattatore con la sua Colombia. Dalla parte opposta il belga Kevin De Bruyne (Wolfsburg), trascinatore dei ‘Diavoli Rossi’. In mezzo immancabile Thomas Müller (Bayern Monaco), già autore di quattro reti in questa prima fase dei Mondiali, affiancato dal cileno Charles Aranguiz (Internacional), che con un gol e un assist ha eliminato la Spagna nella seconda partita del girone.
Il trio d’attacco è in buona parte prevedibile: l’argentino Lionel Messi (Barcellona) e Neymar (Barcellona) entrano di diritto nella formazione dei migliori grazie alle quattro reti a testa segnate e alla propria classe al servizio delle rispettive nazionali. Con loro Arjen Robben (Bayern Monaco), valore aggiunto dell’Olanda.
E il miglior commissario tecnico? Il 61enne colombiano Jorge Luis Pinto ovviamente, vera e propria rivelazione con la sua Costa Rica.

(mbocchio)

Un morso all’ipocrisia. Suarez smaschera i parrucconi del pallone (e non solo)

luis-suarez-bites-chiellini-internet-bites-backLuis Suarez è entrato, finalmente, nella leggenda. Mordi, Luisito. Mentre le pippe azzurre (Il Tempo dixit), rientravano mestamente in Italia, accolte dall’assordante silenzio di chi non intende sprecare gustosi pomodori per gettarli in faccia alla truppa di mezze cartucce rientrata dal Brasile, l’Uruguay ha accolto il suo eroe, tributandogli un’accoglienza trionfale, mostrandogli di essere pronto a scendere in guerra per lui.
Perché, in fondo, c’ha ragione Giuliano Ferrara quando dice che “Ci vuole del talento ad essere così figli di puttana” e quando afferma che “Quel talento lì, quella sfacciataggine […] è paragonabile solo al gol di pugno di Maradona”. Perché è vero, come dice l’Elefantino, che mentre noi ci siamo imborghesiti in maniera ignobile, laggiù, in Sudamerica, c’è chi ha ancora “il ghigno che ci manca”.
A proposito, poi, di Maradona: el Dies s’è immediatamente schierato dalla “parte del torto”, quella di Suarez. “Luisito siamo con te”, sulla t-shirt che fa più male a Blatter di un pugno in un occhio. Già, perché chissà cosa sarebbe capitato a lui, con la prova tv. Quel celeberrimo gol, la Mano de Dios contro l’Inghilterra, sarebbe stato esorcizzato sull’altare della prova tv. E lui squalificato per mesi. Perché poi? Boh.maradona-suarez_d2e16da
In Italia, Luis Suarez ha trovato un estimatore – o quantomeno un appassionato avvocato d’ufficio – in Pasquale Bruno. Una carriera da fabbro dell’area di rigore, difensore che definire arcigno è ancora poco, uno che non ha mai tirato la gamba indietro. E che non ha avuto nessun dubbio a dire la sua, al Foglio: “Meglio undici Suarez che undici Chiellini. Sono deluso, credevo che il difensore juventino fosse un duro, invece è solo un ‘trick bastard’”. Trick Bastard, nella parlata anglosassone, è il simulatore a tutti i costi. Dategli torto, all’Animale.
Sempre in Italia, poi, siamo al limite dello psicodramma. C’è chi, in questi convulsi momenti, sta vivendo una straziante crisi interiore dovuta all’inconfessabile delusione di scoprire il proprio mito trasformato in un tifoso da bar qualsiasi. La retorica, mai troppo biasimata, da neo-pauperismo cataro aveva, nei mesi scorsi, trasfigurato il presidente uruguaiano, Pepe Mujica, nel dio sceso in terra ad insegnare l’umiltà di gestire un Paese abitando in una capanna senza corrente elettrica. Nonno Pepe – che a troppi era parso talmente in alto da non potersi sbilanciare anche un solo filino nelle umane quisquilie – non ha avuto paura di giurare il falso: “Non ho visto Suarez mordere nessuno”. Roba da impeachment. E, al ritorno in Patria, dell’esule Luisito ha esclamato: “Se la prendono con noi perché siamo un Paese piccolo”. Sappiamo tutti che, in fondo, è vero. Fosse stato Neymar a dare di matto, non sarebbe accaduto nulla. Ma il problema è evidentemente un altro: il calvinismo intollerante del fair-play che, nei paesi anglosassoni, si traduce in abbonamenti tv, scommesse, pubblicità. Altrimenti perché tanti sponsor, invece che sfruttare fino in fondo il nuovo re dei social, si sarebbero affrettati a disdire i contratti?mujica
Nonno Pepe, inoltre, dimentica che la Figc italiana conta meno del due di briscola, che attualmente è decapitata e addirittura rischia di finire in mano a Walter Veltroni. Dio non voglia. Sarebbe una punizione divina che forse Balotelli meriterebbe, ma non il resto dei 60 milioni di commissari tecnici che popola l’Italia.
Sul caso di Suarez hanno parlato grandi campioni del calcio uruguagio. Enzo Francescoli – ex Inter e Cagliari – è inferocito, e dagli torto. E’ tornato dal limbo pure Waldemar Victorino – l’ectoplasma che si materializzò in Italia con la maglia proprio del Cagliari – che ha dissertato amabilmente sulla durezza degli interpreti del calcio Celeste. “La combattività ce l’abbiamo nel sangue”.
La reazione più attesa al morso di Luisito, è quella della Fifa. Sanzioni durissime, draconiane. El Pistolero cacciato dal Brasile, ritirato persino l’accredito. Probabilmente il collegio santificale presieduto da sua santità Sepp I Blatter, teme che Dracula Suarez, anche in tribuna, possa azzannare al collo le fanciulle che tanto si danno da fare per farsi immortalare dai fotografi e per finire sui giornali di tutto il mondo come le “bellissime tifose che comunque vada hanno già vinto”. Vergogna, Blatter. Dracula non attacca in pubblico, almeno non attacca in curva. Lui preferisce il prato. Come ai concerti…
Una reazione, quella della Fifa, così incredibile da far commuovere persino Giorgio Chiellini. Il duro dalla scorza fragile, o il fragile dalla scorza dura. Fate voi. Il difensore azzannato, come una mamma in pena, ha perdonato il suo aggressore. Peccato, però, che la Fifa non sia l’Iran. Lì, il perdono di una mamma vale la grazia. Blatter, invece, il Signore dei Palloni, non si fa commuovere da nessuno.

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

Cassano, duro tackle su Buffon

CassanoBuffonGigi Buffon non le ha mandate a dire ai giovani compagni alla fine di Italia-Uruguay e in un’intervista al Corriere della Sera rinforza il concetto.
“I giovani dovrebbero arare i campi di Serie A – ha dichiarato il portiere della Nazionale –. I migliori restano i vecchi, a rompersi le ossa sono sempre gli stessi. Se ce l’ho con Balotelli? Se avessi avuto qualcosa contro di lui lo avrei detto chiaramente”.
Ma Antonio Cassano non ci sta e la sua risposta non si è fatta attendere. Al barese non sono andati giù i rilievi di Buffon, fatti anche nello spogliatoio: “Nell’unica partita che abbiamo vinto, lui non c’era – ha detto a La Repubblica –. I senatori? Vogliono decidere tutto loro”.SuarezChiellini

Giorgio Chiellini perdona Luis Suarez

“La squalifica per nove partite è eccessiva”. Il difensore della Juventus e della Nazionale italiana ha detto la sua sul proprio sito ufficiale, a proposito del morso subito dall’attaccante dell’Uruguay e della severa decisione della Fifa.
“Dentro di me ora non ci sono sentimenti di gioia, di vendetta o di rabbia contro Suarez per un incidente che è accaduto in campo ed è finito lì. Rimangono solo la rabbia e delusione per la partita persa.
Al momento il mio unico pensiero è per Luis e la sua famiglia, perché si troveranno ad affrontare un periodo molto difficile.
Ho sempre considerato inequivocabili gli interventi disciplinari da parte degli organi competenti, ma allo stesso tempo credo che la formula proposta sia eccessiva. Spero sinceramente che gli sarà consentito, almeno, di stare vicino ai suoi compagni di squadra durante le partite perché tale divieto è davvero alienante per un giocatore”.
Tornato a Montevideo dopo aver lasciato il Brasile in lacrime, Suarez ha trovato ad attenderlo in Uruguay migliaia di persone che lo hanno sostenuto. E intanto in tutto il Paese impazza l’hashtag #SomosTodosSuarez.

(mbocchio)

Anni 90: Gheorghe Hagi, la stella del Brescia

hagi-539x404Prima di applaudire la classe di Baggio e le geometrie di Guardiola, al Rigamonti di Brescia hanno avuto il privilegio di ammirare per due anni Gheorghe “Gica” Hagi. È stato indiscutibilmente il miglior giocatore romeno di sempre, il numero dieci per antonomasia. Tecnica, fantasia e innata leadership, oltre ad un sinistro quasi unico, lo hanno reso un calciatore di livello assoluto negli Anni Novanta.
Nasce a Săcele, un paesino del distretto di Costanza nel febbraio del 1965 ed entra nelle giovanili del Farul con il quale esordisce nel calcio professionistico. Si ispira a Iordanescu e Cruyff, a 13 anni indossa la prima maglia della nazionale, percorre tutta la trafila fino a saltare l’Under-21 perché Mircea Lucescu, suo grande maestro, lo pretende nella squadra maggiore e lo lancia in una amichevole contro la Norvegia, due anni dopo, appena ventenne, è già il capitano. Hagi si conferma intanto nello Sportul e finisce alla Steaua Bucarest, club gestito dal figlio adottivo di Ceaușescu e fresco campione d’Europa. In realtà, viene preso in prestito per giocare solo la finale di Supercoppa europea contro la Dinamo Kiev e quella gara la decide proprio lui, da giocatore di passaggio per una sola sera, rimane e diventa l’uomo nuovo della squadra di Bucarest.
Vince tre campionati e tre coppe nazionali di fila, è il giocatore di maggior spicco della Steaua e nel 1989 incontra il Milan di Sacchi in finale di Coppa Campioni: i rossoneri schiantano i romeni 4-0 ma un anno dopo Hagi compie il salto decisivo anche grazie al crollo del regime e vola al Real Madrid.

http://www.youtube.com/results?search_query=hagi

 
Con i Blancos non riesce a confermarsi fino in fondo, alterna magie, come il celebre gol all’Osasuna da centrocampo, a prestazioni meno convincenti e così arriva il momento di una nuova sfida, la Serie A.
Nel luglio del 1992 Corioni lo strappa al Real per otto miliardi, il giocatore invece, convinto anche da Lucescu già tecnico del Brescia, firma un triennale. Hagi accetta e si aggiunge alla colonia romena composta dall’allenatore, dal centrocampista Ioan Sabau e dal centravanti Raducioiu. La stagione delle Rondinelle appena promosse è però complicata e si conclude con la beffa della retrocessione dopo lo spareggio perso contro l’Udinese. Hagi disputa 31 partite, con 5 gol e 2 assist, non trova mai la giusta continuità di rendimento e spesso predica nel deserto.Hagi e Valderrama
Rimane a Brescia e scende di categoria, un anno di Serie B, la promozione è immediata e arriva anche un trofeo ad impreziosire la risalita delle Rondinelle, i biancoblu vincono la Coppa Anglo-Italiana 1993-94 battendo in finale a Wembley il Notts County con una rete di Ambrosetti.
Hagi saluta l’Italia dopo due stagioni e 15 gol per guidare la Romania nel mondiale statunitense. Segna nelle prime due partite (geniale il gol alla Colombia) e si ripete anche agli ottavi contro l’Argentina. I rigori con la sorprendente Svezia ai quarti regalano al numero 10 solo delusione ed amarezza, i romeni tornano a casa e Gheorghe vira sulla Spagna, stavolta con destinazione Barcellona dove ad attenderlo c’è il suo idolo Cruyff. La seconda esperienza in Liga è ancora avara di soddisfazioni, pochi gol, qualche sprazzo e nessun titolo.Hagi Steaua Dopo Euro ’96, il Galatasaray gli offre la possibilità di tornare a grandi livelli e Hagi non tradisce. Vince tutto in Turchia alzando anche due trofei europei: nel 2000 la coppa Uefa conquistata in finale contro l’Arsenal e subito dopo un’altra Supercoppa contro il Real. L’ultima recita del fuoriclasse con la maglia della nazionale si consuma agli Europei di Belgio-Olanda, il leader della Romania è sempre lui, chiude la sua avventura ai quarti, proprio contro l’Italia, dopo aver autografato con i suoi tacchetti la caviglia destra di Antonio Conte in seguito ad un’entrata assassina.
Nel 2001 viene nominato CT della nazionale romena, sei mesi soltanto e poi inizia a vagare per diverse panchine, tra cui anche quella del suo Galatasaray, senza mai riuscire a ottenere grandi risultati e a ripetere le prodezze di quando calcava il campo.
Nominato giocatore romeno del secolo, il “Maradona dei Carpazi”, miglior calciatore nazionale per ben sette volte, “Fotbalistul de rasa” come lo ha etichettato recentemente il giornalista Federico Buffa, ha detto senza mezzi termini di non aver vinto il Pallone d’oro nella sua carriera solo perché era romeno. Nel frattempo però, gli è stato dedicato lo stadio della sua città mentre la casa in cui è nato è stata trasformata in museo. Eccezioni e celebrazioni che possono riguardare solo i più grandi.

(rassegna stampa, Guerin Sportivo)

Del Piero si propone alla Roma

DelPieroRomaAlessandro Del Piero non ha alcuna intenzione di appendere le scarpe al chiodo. E, a margine di un evento pubblicitario, ha cominciato a tastare il terreno, facendo anche una considerazione molto particolare. “Mi auguro di tornare in Italia, mi piacerebbe tornare a giocare con Totti, perché Francesco rappresenta quello che io ho rappresentato a Torino, abbiamo una carriera simile”, ha detto l’ex capitano della Juventus.
“Mi auguro di giocare ancora e mi auguro di poterlo fare trovando una realtà che possa avere le stesse identità del progetto importante australiano e con lo stesso entusiasmo. L’avventura di Sydney mi ha cambiato molto, mi ha aiutato a crescere che e ha insegnato l’inglese ai miei figli ma un po’ meno a me”, ha aggiunto Del Piero.
“Mi piacerebbe tornare a giocare contro Ronaldo, il Fenomeno. Potrebbe fare un po’ di fatica anche se ha ancora un doppio passo notevole. Poi mi piacerebbe giocare con Zidane. Insomma mi piacerebbe una squadra con tre difensori e sette attaccanti”, ha concluso tra il serio e il faceto.

(mbocchio)

Addio Italia, Pirlo ci ripensa

PirloCavaniLa disfatta contro l’Uruguay, con conseguente addio al Mondiale, potrebbe non essere stata l’ultima gara di Pirlo in Nazionale. L’azzurro, come riportato da Sky Sport, ha lasciato la porta aperta su un suo possibile coinvolgimento nel nuovo progetto azzurro.
“Per ora ho deciso di lasciare la Nazionale ma se il nuovo Ct me lo chiedesse, tornerei volentieri”, le parole dello stesso centrocampista di ritorno dal Brasile.

Prandelli a Balo: “Stai zitto”. E quasi scoppia la rissa

L’Italia ha lasciato il Brasile ma non si è ancora spenta l’eco delle polemiche dopo la sconfitta con l’Uruguay.PrandellieBalo
La Gazzetta dello Sport in particolare ha svelato un retroscena in merito a quanto successo nell’intervallo negli spogliatoi.
Dopo essere stato invitato dai senatori a cambiare atteggiamento, Mario Balotelli avrebbe continuato a borbottare: “Fidatevi di me, lasciatemi perdere”.
Cesare Prandelli (che ha rassegnato le dimissioni) sarebbe intervenuto duramente (“Stai zitto”) e a quel punto lo ha sostituito, prima dei dieci minuti che intendeva concedergli nella ripresa, lasciandolo in panchina subito dopo l’intervallo e facendo entrare Parolo.
Balotelli, duramente criticato quasi da tutti (lo ha difeso pubblicamente Galliani), mercoledì pomeriggio si è sfogato su Instagram: “Ho dato tutto per la Nazionale e non ha sbagliato niente (a livello caratteriale), quindi cercate un’altra scusa”.

Post-Prandelli, tre in corsaArrivo Italia

A poche ore dalla clamorosa eliminazione dal Mondiale e dalla successiva notizia delle dimissioni del Ct Prandelli, è già partito il toto allenatore. Ci si interroga su chi sarà il nuovo allenatore dell’Italia, colui che dovrà portare avanti il nuovo progetto azzurro. Al momento, sarebbero tre i nomi in gioco, ovvero Allegri, Spalletti e Mancini.
Il primo, attualmente libero, era stato accostato, nelle settimane scorse, prima alla Lazio e poi alla panchina della Grecia. Il profilo sarebbe perfetto con lo stesso Allegri che non ha mai nascosto la sua voglia di mettersi in gioco alla guida di una nazionale.
Attenzione anche a Spalletti. Sebbene abbia ancora un anno di contratto garantito con lo Zenit, l’ex tecnico della Roma ha la personalità (e l’esperienza) per prendersi la responsabilità di rifondare l’Italia. Infine da non sottovalutare l’opzione Mancini, altro tecnico con tanta voglia di fare bene, dopo la non eccelsa esperienza in Turchia, e con tanta esperienza internazionale alle spalle.
L’impressione è che il nome del nuovo Ct verrà scelto tra queste tre opzioni e non bisognerà attendere molto tempo, anche perchè l’obiettivo è iniziare il nuovo ciclo azzurro in tempi brevi.

(mbocchio)

La nuova Germania

GermaniaTra le favorite per status, per appartenenza alla nobilitate del calcio, perché è la storia a raccontarlo e in una grande competizione, Mondiale o Europeo, difficilmente resta fuori dalle big-four. Di solito, però, secondo uno standard ben delineato, con dei parametri riconoscibili che poco hanno lasciato, nel corso del secolo calcistico, a interpretazioni discostanti dal proprio modello. Dal primo trionfo del ’54 all’ultimo targato Italia ’90, la Germania ha scandito successi e sconfitte di prestigio, al ritmo dei panzer. Privilegiando la sostanza allo spettacolo, con l’obiettivo del risultato. Che quando si tratta di un Mondiale, per esempio, non è poi una filosofia così malvagia. A parte alcuni colpi a vuoto dopo la sbornia di Roma contro l’Argentina di Maradona, i tedeschi, ripartendo di slancio, con un’oculata opera di sviluppo giovanile, calcisticamente parlando, e sociale, hanno riconquistato il proprio posto. Attingendo dagli altri popoli, come i grandi esploratori, con un approccio cosmopolita e all’avanguardia. Un modus operandi che, in particolare negli ultimi anni, ha fortemente modificato lo stereotipo teutonico a cui da sempre era abituato il mondo. E il cambio di pelle dell’attuale Germania si sta consacrando proprio nel Mondiale brasiliano, nel corso del quale, per la prima volta, stiamo osservando la più “totale” delle formazioni tedesche, volendo usare un termine coniato negli anni ’70. La squadra di Loew sembra la figlia grande del Borussia Dortmund o del Bayern di Monaco, che hanno dato seguito al quel concetto di calcio che circa quarant’anni fa vestiva di arancione e che, negli anni a venire ha trovato terreno assai fertile in terra spagnola, sponda catalana. Un paragone importante, ma che trova conferma nel modulo, negli uomini e nell’interpretazione. Il quattro-tre-tre senza vere punte di ruolo proposto nelle prime gare ne è l’emblema, con Muller, Gotze e Ozil a servizio alterno dello spazio. Centravanti a rotazione, intercambiabili e supportati dall’ordine di Lahm davanti alla difesa e due mezzali, una di regia (Kroos), l’altra di sostanza (Khedira). Alle loro spalle un gran portiere dai piedi buoni e una difesa che, nell’economia generale, appare il reparto meno qualitativo. Poco importa, sembra, perché la Germania rocciosa di ieri è un ricordo lontano che ha lasciato spazio a un team di fiorettisti che prediligono la manovra. Possesso palla, inserimenti e sovrapposizioni, con la spinta dei terzini a spalleggiare i tre davanti liberi di inventare in funzione del collettivo. Molto orange o rojo, per attualizzarlo un po’, al punto di concedere opportunità anche a un ottimo Ghana e a compromettere una gara due che avrebbe ulteriormente equilibrato il girone. Poi, dal momento che di pallone si tratta, e non del ’68, qualche traccia tedesca è rimasta: un po’ di sano pragmatismo e partita riaddrizzata anche con un calcio d’angolo. Meno spettacolare rispetto a un ricamo a centrocampo, ma non meno valido se vale il due a due.

(rassegna stampa, Guerin Sportivo)

Il Mondiale dell’Ital-Juve

Chiellini-539x404Dopo quelli trionfalistici seguiti alla vittoria sull’Inghilterra ci siamo persi tutti i titoli di giornali e telegiornali sulla cosiddetta Ital-Juve che esce dal Mondiale prematuramente… Magari ci sbagliamo, però: forse la Gazzetta di Forlimpopoli o il Messaggero di Crotone, a digiuno di marketing giornalistico (di quelle tre squadre, oltre di quella del paesello, sempre parlare in positivo perché i relativi articoli li leggono solo i loro tifosi: una famoso e fondato teorema che una volta a Milanello, noi presenti, enunciò Silvio Berlusconi) hanno dato questo taglio al fallimento di una spedizione che era tutto tranne che annunciato. Ed è bene ribardirlo, nel momento dei processi e dei linciaggi: Prandelli arrivava da 4 anni di buon lavoro e anche di risultati, con un gioco per l’Italia innovativo (il centrocampo pieno di palleggiatori, sorta di tiqui-taca de’ noartri) e in difesa con soluzioni basate sul blocco della squadra che dall’annullamento del gol di Muntari ad oggi sta dominando il calcio italiano. A Natal c’erano in campo dall’inizio sei juventini (Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini, Pirlo, Marchisio) e 5 altri giocatori dei quali il più vecchio, Darmian, ha 25 anni. Non una brutta squadra, sulla carta. La differenza con tutti gli altri fallimenti mondiali della storia azzurra è che nel 2014 in campo sono andati probabilmente i migliori, non c’era alcun genietto lasciato a casa o alcun fuoriclasse incompreso e ingombrante. In altre parole, prima di azzannare Prandelli alla Suarez pensiamo a quanti difensori italiani siano di sicuro più forti, messi insieme, dei tre centrali della Juventus. Nessuno, andando a memoria. Buffon sano, non quello ancora rintronato rientrato con il Costa Rica per logiche di spogliatoio, si può discutere? E Pirlo non è l’unico italiano del presente che assomigli ad un fuoriclasse? Poi al lato umano di questi venerati maestri dedicheremo un altro articolo… Tutto per dire che il livello del calcio italiano è questo. Migliorando la congiuntura economica potrebbe migliorare quello dei club, che potrebbero mettere le mani su campioni stranieri, ma una generazione di italiani forti si crea solo con riforme strutturali dell’attività giovanile, che vadano al di là di Tavecchio al posto di Abete. Conclusione, tornando al mancato titolo dei nostri coraggiosi titolisti? Una previsione facilissima: la Juventus tornerà ad alto livello in Champions League prima di quando l’Italia tornerà ad alto livello in un Mondiale. E non avrà troppi italiani fra i titolari.

(rassegna stampa, Guerin Sportivo)