Morto Sentimenti IV, il portiere rigorista

Sentimenti 3È morto, a 94 anni, Lucidio Sentimenti, noto come Sentimenti IV, portiere della Juventus dal ‘42 al ‘49. Lo annuncia il club bianconero sul sito ufficiale.Sentimenti 1
Nato a Bomporto (Modena), era il quarto di cinque fratelli calciatori. Prima di arrivare alla Juve aveva giocato nel Modena, poi ha indossato le maglie di Lazio, Vicenza, Cenisia, Talmone Torino.Sentimenti In serie A ha segnato 5 rigori. Ha collezionato 9 presenze in Nazionale. È stato allenatore delle giovanili bianconere e vice della prima squadra nel ‘70/71.
Sentimenti IV, detto “Cochi” è stato «uno dei più indimenticabili campioni ad aver indossato la maglia bianconera», è il ricordo della Juventus. «Simbolo di eccellenza tecnica con il pallone tra i piedi e longevità calcistica, verrà sempre ricordato come uno dei pochi portieri italiani in gol nel massimo campionato. La sua rinomata bravura fuori dai pali l’ha spesso fatto schierare anche come giocatore di movimento, e la sua passione per questi colori lo ha fatto essere sempre vicino alla grande famiglia juventina anche dopo la fine della sua carriera agonistica». leggenda juventina e una leggenda del calcio in tutto il mondo”. Sentimenti IV è una delle 50 stelle del calcio alle quali è dedicato uno dei settori dello stadio bianconero.

 

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Cose turche: il Galatasaray esonera Prandelli dopo quattro mesi di flop

Cesare PrandelliTragedia sul Bosforo: il Galatasaray perde anche l’ultimissimo treno per l’Europa (League) che (non) conta e la società si prepara a giustiziare in piazza Taksim il buon Cesare Prandelli, l’ex parroco della Nazionale italiana che s’era fatto missionario del football in Turchia subito dopo la figuraccia mondiale in Brasile.
Eppure era sbarcato ad Istanbul con tutti i crismi dell’eroe che avrebbe dovuto insegnare al Galatasaray come diventare grande anche al di là dell’Ellesponto. S’era portato dietro tutto il suo staff, uomini e donne i più fidati: anche l’addetto stampa, Silvia Berti che lo assiste dai tempi della Fiorentina. Evidentemente, però, il turco è stato troppo ostico da comprendere anche per loro. A un certo punto della sua (breve) avventura turca, don Cesare Prandelli s’è fatto crescere la barba. Qualcuno ha temuto che si fosse definitivamente ambientato e, chissà, che fosse addirittura cambiato: da curato comprensivo di quella specie di Oratoriana azzurra che s’è ritrovato nel cuore della foresta amazzonica a disputare i Mondiali a ferocissimo imam del Gala, intenzionato a portare le schiere del pallone ottomano sulla vetta d’Europa. Cesar Pascià, però, s’è fermato a Bruxelles dopo averne buscate due dai non irresistibili biancomalva dell’Anderlecht. E la società gli sta firmando, in queste ore, il benservito.

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Lui, però, s’era sfogato: voleva dei campioni non gli hanno comprato nessuno. Non chiedeva la luna, in fondo: chiedeva Ibarbo e Pato mica Cristiano Ronaldo e Gareth Bale. Appunto. E invece niente, s’è ritrovato a pianificare l’invasione con gli esuli della Serie A: zio Wes Sneijder, sempre più scontento, Goran Pandev, Felipe Melo, Blerim Dzemaili. Con Altintop ed Ebouè. Certo non una squadretta, però, incapace di andare oltre il terzo posto in campionato e di non schiodarsi dall’ultima piazza nel girone di Champions’ che estrometterà i turchi persino dalla sfigatissima Europa League.
Le responsabilità, ha dichiarato, se le prende tutte. E presto sarà esiliato dal calcio turco che l’aveva accolto come il Prescelto e che ora lo saluta senza nemmeno troppi scrupoli. Chissà quanto ci metterà a tornarsene in serie A.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

Appello di Ventura ai tifosi

VenturaBruggeGiampiero Ventura se l’era presa con i tifosi dopo la brutta figura casalinga contro il Sassuolo. Il tecnico si era lamentato per i fischi e le contestazioni iniziate già dopo due minuti.
A distanza di qualche giorno, nella conferenza stampa della vigilia di Torino-Bruges (si gioca all’Olimpico, questa sera alle 21.05), valevole per il girone di Europa League, l’allenatore ligure si rivolge ancora ai sostenitori granata, ma questa volta per chiedere tutto l’appoggio necessario ad avere la meglio sui belgi: “E’ importante questo match per i punti, ma in ogni caso nessun risultato ci garantirebbe il passaggio del turno senza un passo falso del Copenaghen. Quello che conta è fare una prestazione che dia fiducia all’ambiente e ai giocatori e restituisca un senso di unione. Abbiamo un assoluto bisogno del nostro pubblico: i tifosi devono prendere per mano i calciatori per prendere insieme una strada che può portarci al passaggio del turno”.

“Giovinco ci farebbe comodo”GiovincoTorino1

Lo stesso Ventura manda anche un chiaro messaggio a Urbano Cairo: “Ricompattiamoci e poi a gennaio studieremo col presidente le soluzioni migliori. L’addio di Cerci ha condizionato molto perché è avvenuto a due giorni dalla chiusura. Giovinco? Lo volevo già ai tempi del Bari. E’ un giocatore di talento che farebbe comodo ad ogni allenatore”.
I granata sono in crisi di risultati, ma il mister ligure non si sente in pericolo: “Se ne perdiamo altre due non c’è la mia posizione a rischio ma quella del Torino. Alcuni giocatori stanno giocando con l’ansia anche in allenamento e questo non va bene. Dobbiamo rivedere anche le gerarchie in porta. L’obiettivo principale deve restare la salvezza”.

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Il combattente Milani se n’è andato lo stesso giorno di Best

Aurelio MilaniSinceramente non sappiamo quanti, al di là degli addetti ai lavori e dei vecchi tifosi, abbiano saputo della sua morte. Il calcio di oggi, con i suoi ritmi, d’altronde non dà spazio ai sentimenti, e poi i giovani non hanno praticamente memoria del passato.Figurina MilaniA 80 anni se n’è andato Aurelio Milani, un altro pezzo della “Grande Inter”, la squadra che il “mago” Helenio Herrera portò sul tetto del mondo in pieno boom economico, ma anche bomber del Padova di Nereo Rocco nella stagione 1960-‘61, quando arrivò sesto in serie A, con 38 punti, dietro Juventus, Milan, Inter, Samp e Roma. Milani e HerreraCon la maglia biancoscudata collezionò 33 presenze (su 34 gare giocate allora), realizzando 19 gol, di cui i due memorabili a San Siro, proprio contro l’Inter, il 19 marzo 1961 (vittoria dei veneti per 2 a 1).Milani Grande Inter
A metà degli anni ’60, l’Italia scoprì il consumismo e ballò il twist, mentre la Beneamata nerazzurra conquistava due Coppe dei Campioni e altrettante Coppe Intercontinentali. Milani contribuì concretamente al primo successo in Europa, il secondo di una italiana dopo quello milanista del 1963, con un gol nella porta dell’insuperabile Real Madrid, che si presentò al Prater di Vienna con Puskas e Di Stefano al canto del cigno, e che si inchinò a Mazzola e ad una rete dello stesso Milani. Il quale era nato a Desio il 14 maggio 1934: prima di approdare all’Inter indossò diverse maglie, fra serie A e B, facendo il suo esordio tra i professionisti nel 1955 con il Monza, poi giocando con Triestina, Sampdoria, con cui debuttò nel 1958 nella massima serie, Padova e Fiorentina (nel 1962 si laureò capocannoniere della serie A con 22 reti assieme ad Altafini). Fu un bomber prolifico e forte di testa. Arrivò all’Inter nell’età della consapevolezza, a 31 anni suonati, e nessuno avrebbe immaginato che in nerazzurro si sarebbe permesso di conquistare il mondo. La sua carriera s’interruppe verso la fine del 1964 quando, dopo uno scontro con un giocatore della Dinamo Bucarest, subì lo spostamento di una vertebra. Chiuse nel Verbania.


È morto nel giorno dell’anniversario della morte di un altro bomber di Coppa dei Campioni, il grandissimo Geoge Best, genio irlandese del Manchester United.

 

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Tevez se la ride per il gol

TevezMalmoeATerzo gol in due partite al Malmoe per Carlos Tevez, che al termine della gara svedese ci ride su: “Il campo era quello che era, potevo fare due cose: stoppare o tirare subito, incrociando. Magari non l’ho colpita benissimo ma la palla è andata dove volevo metterla: potevo tirare solo così con quel terreno…”.
“Nel primo tempo non abbiamo fatto bene, abbiamo faticato a trovare gli spazi per il nostro gioco – aggiunge l’argentino, sempre più leader della formazione di Massimiliano Allegri -. Nella ripresa siamo partiti subito forte e dopo il gol realizzato da Llorente è stato tutto più semplice”.
Massimiliano Allegri non si accontenta del 2-0 di Malmoe: “Mi sono un po’ arrabbiato, dovevamo chiuderla prima però i ragazzi hanno giocato bene e si sono calati bene nella partita. Il campo non ci agevolava ma abbiamo avuto parecchie occasioni per segnare”.

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All’ultima giornata basterà un punto per passare agli ottavi: “Con l’Atletico servirà una gara importante, d’altronde giocheremo contro i vicecampioni d’Europa. Vogliamo vincere e se possibile farlo con due gol di scarto per arrivare primi. Sarà fondamentale centrare gli ottavi ma ancor più il primo posto”.

 

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Tevez: “Mente fredda dal primo minuto”

TevezMalmoeCarlos Tevez parla in conferenza stampa in vista della gara contro il Malmö, in Svezia, valevole per il quinto turno del girone di Champions League.
L’ Apache, come Allegri, non cerca scuse per le condizioni del terreno di gioco: “Il campo non è ideale per entrambe le squadre. Dobbiamo mostrare che possiamo giocare anche qui. Ci siamo sempre allenati a Vinovo per le trasferte di Champions e appena arrivati abbiamo esplorato il campo”.
L’argentino si mette a completa disposizione del mister: “Il modulo di gioco per me non fa differenza. Il mister mi dà sempre libertà di giocare dove preferisco. Posso giocare come punta principale o arretrare per venire a prendere il pallone, qualunque sia il modulo”.
Su Pogba: “Pogba è un grande giocatore e lo dimostra ogni volta che gioca. Ha le caratteristiche per arrivare lontano”.
Al termine della conferenza, l’ex Manchester City aggiunge: “Ci vuole testa e cuore. Anche se penso che servirà più testa che cuore: dobbiamo tenere la mente fredda dal primo minuto. Abbiamo bisogno di vincere ma questo vale anche per loro: non c’è favorita. I tifosi della Juve aspettano il mio gol? Spero di farlo”.laziojuventus-03_1044844Photogallery

Pogba è il più caro del mondo

“Paul Pogba è il giocatore più caro a livello mondiale. Vincerà il Pallone d’Oro, più di una volta”, l’agente del centrocampista francese, Mino Raiola, ai microfoni di Gr Parlamento ricopre d’elogi il suo assistito. Ma avverte i bianconeri: “La Juve è forte abbastanza per poterselo permettere per tanto tempo. Abbiamo appena rinnovato il contratto. Nel calcio però è difficile tenere una stella del genere, non per la Juve ma per il campionato. Vedremo cosa succede. I rapporti con la società bianconera sono ottimi? Posso mica litigare con Nedved?”.
“In Pogba vedo la stessa forza mentale e fisica di Ibrahimovic – continua Raiola -. E’ un grandissimo professionista, sa sacrificarsi come serve”.

 

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L’umile Allegri ha conquistato la Juventus

AllegriLazioQuando nel mese di luglio Conte abbandonava la nave e al timone veniva chiamato Massimiliano Allegri, era impossibile trovare uno juventino che fosse felice della situazione, anzi, fioccavano sentenze sull’operato di Marotta e Paratici (due che hanno portato a Torino Pogba, Pirlo e Llorente a costo zero, oltre a Tevez e Vidal per delle noccioline) e sull’incompetenza del tecnico toscano.
Senza dubbio il passato al Milan non ha aiutato, con l’apice arrivato al gol non convalidato a Muntari, come del resto le prestazioni tutt’altro che convincenti che hanno portato al suo esonero, nonostante i risultati di Seedorf e Inzaghi, però, siano tutt’altro che brillanti. Arrivato a Vinovo, Allegri è subito stato etichettato come “gatto nero”, visto che in un brevissimo lasso di tempo ha dovuto fare a meno di Barzagli, Vidal, Morata e soprattutto di Pirlo, la pietra dello scandalo Allegri a Milanello: pare infatti che il genio bresciano fosse andato via dal Milan per colpa del tecnico livornese, e questi erano ulteriori dubbi che aleggiavano tra tifosi e commentatori nel mese di luglio.GioiaJuve
Allegri, intanto, stava zitto. E lavorava. Con l’intelligenza e l’umiltà di chi sa riconoscere l’efficacia del lavoro altrui, non ha snaturato il modulo bianconero dell’era Conte, mantenendo vivo il 3-5-2 che era così solido in Italia quanto fragile e deleterio in Europa. I risultati arrivano, ma il gioco comunque stenta, la Juve vince sempre di misura e spesso faticando, con gare risolte solo grazie a magie individuali, ma senza convincere fino in fondo.
Eppure, a ben guardare, da settembre la Juve non ha mai potuto schierare i suoi 11 titolari effettivi, ma qualcuno se n’è mai accorto? Giocare settembre e ottobre senza Pirlo, con Vidal a mezzo servizio, senza Barzagli e Caceres, e con Pogba non sempre al meglio per la Juve di Conte sarebbe stato un dramma, perché senza il bresciano la sua macchina perfetta (il primo anno) scricchiolava, come dimostra la sua mediocre attuale Italia. Allegri sta zitto. Lavora. E cambia gioco a Marchisio, rendendolo più efficace come vice-Pirlo, oltre a rigenerare Ogbonna, che sforna prestazioni mai viste a Torino lo scorso anno, cui va aggiunto il merito a Marotta di aver preso un giocatore duttile e tecnicamente ottimo come Pereyra.
Se è vero che le prestazioni non sono delle migliori, altrettanto vero è che negli ultimi due anni di Conte le partite entusiasmanti si contano sulle dita di una mano, ma arrivano i primi stop in Champions e allora Allegri intuisce che è tempo di cambiare qualcosa, fino al momento della rottura totale: l’1-0 beffa subito a Marassi al ’94, al termine di una partita brutta ma su cui i bianconeri possono recriminare per un palo di Llorente, un clamoroso incrocio dei pali di Ogbonna e un Miracolo di Perin su Morata. Ed ecco l’asso nella manica del tecnico livornese, che finalmente, dopo aver vissuto di rendita dell’epoca contiana, vuole fare sua la Juve, regalandole nuova linfa vitale con un 4-3-2-1 molto più europeo, e non è un caso che da quel momento, la squadra di Allegri in 4 gare abbia segnato 15 reti (in cui va contato il clamoroso 7-0 rifilato al Parma), vedendo Pirlo, quello che non avrebbe mai dovuto vedere il campo per ostracismo dell’allenatore, decisivo in 2 occasioni (Empoli e Olympiacos) oltre agli attaccanti in ottima forma fisica, con il sogno dei tifosi di poterli vedere un giorno tutti e tre contemporaneamente in campo.TevezLazio
Senza dubbio la Juve quest’anno ha un Vucinic in meno e un Morata in più, oltre al già citato Pereyra, jolly di alto livello, ma non ci si può fermare a questo. Il primo momento chiave: la Champions. Obbligati a vincere, i bianconeri si trovano sotto 2-1 (e fuori dalla coppa) a mezz’ora dalla fine, situazione che avrebbe abbattuto chiunque, e chi accusava Allegri di avere una squadra senza carattere tra il 65’ e il 66’ ha dovuto ricredersi. Il secondo è stato sabato sera: la Juventus si presentava allo stadio Olimpico orfana di Asamoah (e dei potenziali sostituti Ogbonna, Caceres ed Evra), di Vidal e con Pirlo e Marchisio non al top della forma, eppure la squadra ha dominato in lungo e in largo e lo 0-3 finale, ottenuto grazie ad uno strepitoso Pogba e al solito Carlitos Tevez è un altro premio all’intelligenza e all’umiltà di Allegri, che sta zitto. Lavora. E, con più gol fatti e meno subiti, ha gli stessi punti di Antonio Conte.

 

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C’era una volta la Scala del Calcio: Milan-Inter il derby della decadenza

berti-rijkaardNon azzardatevi a chiamarla nostalgia. Non c’entra nulla la letargica liturgia pastosa e smielata del tempo (glorioso) che fu quando, a San Siro, tra Milan e Inter suonava la grande musica della Scala del Calcio. L’ultimo derby per la supremazia calcistica della capitale d’Italia s’è concluso con un pareggino che non fa male a nessuno. E questo sarebbe il meno. Lo spettacolo – a volerlo chiamar così – è stato assicurato solo da clamorosi errori sottoporta, svarioni e delusioni. Tra cantori bolliti e personaggi in cerca d’autore, la disfida meneghina ha deciso di passare dalla Filarmonica ad X Factor.

SINFONIE DAL PASSATO. C’è stato un tempo in cui Beethoven tifava Inter e Tchaikosvskij teneva al Milan. Una volta, sul campo del Meazza, Matthaus, Klinsmann e Brehme suonavano l’Eroica mentre, dall’altra parte della trincea, Arrigo Sacchi impartiva i tempi all’ipnotico balletto del Lago del Cigno Van Basten e dei Tulipani neri Gullit e Rijkaard. Pare trascorsa una vita quando, al San Siro, l’interista samba poderosa e fragile di Luiz Nazario da Lima si trasformò nel tristissimo fado milanista di Ronaldo. Sembrano essere passate ere geologiche da quando l’Ivan Drago del calcio, Andriy Shevchenko, riempiva di palloni (14) la porta dell’Inter che, poi, veniva vendicata, qualche anno dopo, dai ganci possenti di Diego Milito, il sosia di Rocky Balboa prestato alla pedata. E poi le esplosioni violente e più o meno effimere di Bobo Vieri e Adriano, l’impenetrabile filastrocca Tassotti-Maldini-Costacurta-Baresi, l’arroganza bifronte di Ibrahimovic e l’eleganza evangelica di Kakà, la classe generosa di Javier Zanetti e l’estro struggente del Chino Recoba. Djorkaeff e Ince, Albertini e Savicevic. Persino Gianni Comandini seppe diventar poesia, in quel sei a zero che i milanisti ancora rinfacciano ai Bauscia. Sinfonie calcistiche a ventidue voci e quarantaquattro gambe. Certo, alla Scala del Calcio di stecche – e clamorose – ce ne sono state. Ma rappresentavano l’eccezione che confermava una delle grandi regole del calcio italiano: Milan l’é on gran Milan. Favole di un tempo che fu.

http://www.youtube.com/watch?v=_AQm40cHbsg

 

CASTING FELLINIANI. L’ultimo derby ha avuto un sapore amaro. Musica funebre a corredo di scenari felliniani. Come stare sotto assedio, con l’incubo della disfatta definitiva e il fetore di paura e di morte che sale su per le narici, paralizzando il cervello e stroncando il cuore. A Milano hanno cercato di rompere l’assedio della decadenza ingaggiando vecchi arnesi, spacciandoli per usato garantito. L’Inter s’è goduta Vidic (sbattuto d’imperio in panchina dal revenant Mancini) e il Milan s’è depresso appresso alla decontestualizzazione di Fernando Torres. Qualche vecchietto raccattato qua e là che tenta di flautare calcio mentre i ragazzini in campo sembrano non avere ancora intenzione di salire in cattedra. L’interista Ranocchia deve ancora studiare, e tanto, per diventare un leader difensivo. Il milanista El Shaarawy non ha ancora deciso che vuol fare da grande. Stesso discorso sembra poter valere per De Sciglio. Keisuke Honda, forse, qualche anno fa, in Italia sarebbe venuto solo a chiedere l’autografo a Hidetoshi Nakata firmando un precontratto con il Perugia o l’Udinese in attesa di essere girato a destinazione da definirsi. Mauro Icardi, che pure segna, chissà se avrebbe trovato il tempo di guadagnarsi le paginate sportive di cui gode oggi. Oggetti misteriosi, qualche luce e troppe ombre.
Non azzardatevi, perciò, a chiamarla nostalgia. Questo è un fatto, incontrovertibile: prima, alla Scala del Calcio, c’erano i concerti suonati dai professori di pallone. Adesso siamo al casting di X Factor.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

Toro, Cairo ha fiducia nel tecnico

CairoSassuoloLa situazione di classifica del Torino non è per nulla semplice, soprattutto dopo la battuta d’arresto del Torino in casa contro il Sassuolo. Il presidente del Torino, Urbano Cairo, decide così di intervenire in difesa di Giampiero Ventura con il quale ha avuto un lungo colloquio insieme ai massimi dirigenti della società granata.
“Ho fiducia in Ventura, è il nostro allenatore con cui stiamo facendo benissimo. I fischi sono eccessivi. Oggi non è successo niente di particolare, abbiamo perso una partita. Sono deluso dal risultato – ha proseguito il presidente del Torino -, ma non sono arrabbiato, nè preoccupato. Sono tutte cose che si possono sistemare”.TorinoSassuolo

Ventura se la prende con i tifosi

Giampiero Ventura commenta amareggiato la sconfitta casalinga del Torino contro il Sassuolo: “Dopo due minuti già la squadra veniva contestata. Sentivo urlare ‘vergogna, tirate fuori le p…’. E’ difficile giocare se l’ambiente non è favorevole, ma la prestazione è stata una delle migliori dell’anno e quindi penso che serva una riflessione. Non so da chi, ognuno faccia le proprie”.


Il tecnico granata analizza così il ko: “Sono deluso dal risultato ma la partita è stata buona e se vincevamo due o tre a zero non ci sarebbe stato niente da dire. Loro hanno fatto gol nell’unico tiro nello specchio della porta. Ora siamo ad un bivio: o ci demoralizziamo o pensiamo che sette o otto palle gol non sono frutto del caso e su questo andiamo avanti con nuova convinzione. Il rigore sbagliato? Doveva tirare Quagliarella poi ha pensato di lasciarlo a Sanchez, che non attraversa un buon momento, per aiutarlo. Un bel gesto che non ha pagato”.

 

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Zeman e Benitez gli ulissidi, filosofi-allenatori curiosi del mondo

NapoliCagliari (1)Appartengono alla categoria degli “ulissidi” – secondo la definizione di Edmondo Berselli – allenatori curiosi del mondo prima ancora che delle partite, intelligenze “greche” che rimasticano Platone, Aristotele, Socrate e lo applicano agli uomini e al calcio. Sono altro dalla normale folla che si siede in panchina.zeman-benitez-310x175Questo è evidente persino a chi non li sopporta e li vorrebbe sconfitti e in torto. Benitez e Zdenek Zeman, ogni volta che ci sono – in conferenza stampa o in panchina – assicurano spettacolo.
Spesso non vengono compresi, per alcuni sono da amare a prescindere, per altri rimangono dei pianeti sconosciuti e non identificati, persino quando attraggono per accumulo di stupore prodotto, e incontrovertibilità di idee e risultati. Sono fuori dal conformismo calcistico: Benitez ha portato a Napoli e in Italia una grammatica diversa dello sport; Zeman ha dato all’Italia una possibilità di uscita dal conformismo calcistico, conducendo battaglie solitarie che gli sono costate squadre e silenzi. Tanto che Benitez in conferenza stampa ha sentito il bisogno di dargli ragione. Sono uguali nel temperamento – che gli viene rimproverato –, nel modo “tranquillo” di andare incontro ai calci in faccia, di superare le ondate negative e le sconfitte delle proprie squadra. Sono degli integralisti di modulo e fuori dal campo praticano l’albagia, l’aristocratico rimedio suggerito da Totò rispetto alle situazioni difficili. Benitez ha vinto tanto nel calcio, Zeman ha avuto tanto dal calcio. higuain_esultanza_napoli_cagliari_gettyVanno oltre le passioni e le commozioni, gli odi e le vendette, a loro il calcio interessa come linguaggio per capire la vita e gli uomini, sono più dei ricercatori che hanno il piacere di passare le loro scoperte che dei veri e propri istruttori di gesti e moduli (funzione che viene dopo). Negli anni li abbiamo visti affrontare situazioni diverse ma sempre con lo stesso carattere, con la stessa calma, un sintomo di maturità, mentre intorno tutti cambiavano idee e riscrivevano storie e sentenze: dandosi nuove identità. Sono delle certezze, tra le poche che l’attuale campionato italiano si può permettere.NapoliCagliari Zeman ha trovato a Cagliari, squadra e città che furono di Manlio Scopigno, il giusto “contesto” per praticare la sua filosofia. Benitez ha fatto fare al Napoli – non senza difficoltà – un salto temporale e mentale che nessun allenatore italiano avrebbe potuto nemmeno immaginare. Hanno una sincronia filosofica più che calcistica, Benitez ha un leggero interesse in più a capitalizzare l’estetica in risultato positivo, incentrando sulla responsabilità il gioco; Zeman ha la libertà dei pirati al largo degli oceani, assalta, senza preoccuparsi delle perdite, procede a valanga, Scopigno avrebbe detto: “Quos Deus perdere vult, amentat prius”, quando uno vuol perdere Dio gli dà una mano, è tutta qui la sua grandezza, nello sprezzo. Per questo sarà spettacolo al San Paolo, nonostante le assenze, su tutte quella di Insigne che se è vero che Benitez lo ha fatto uomo, a Zeman si deve il calciatore. Hanno una sapienza arcana che li mette al riparo dalle abitudini pallonare italiane, che li separa dalla massa di tecnici che hanno la faccia intonata agli studi televisivi.

(rassegna stamoa, Barbadillo.it)