Juve, sogno Tevez fino al 2018

Tevez2014La Juventus lavora per il rinnovo del contratto di Carlos Tevez. Abbagliata dalla costanza di rendimento dell’attaccante argentino, di gran lunga il giocatore più decisivo della serie A (l’Apache guida la classifica cannonieri con 10 reti, ed è terzo in quella degli assist con 5 passaggi decisivi), la società bianconera intavolerà nelle prossime settimana la trattativa per il prolungamento dell’ingaggio, che scade nel giugno del 2016. La gratitudine e la stima sono corrisposte: Tevez grazie alla Vecchia Signora si è rilanciato a livello internazionale, riconquistando la Nazionale e tornando uno dei giocatori più importanti del continente. E’ il più amato dai tifosi, ed è diventato uno dei leader dello spogliatoio in poco più di un anno di permanenza sotto la Mole. Le condizioni per il rinnovo ci sono tutte: Marotta vuole offrigli un contratto fino al 2018, a cifre praticamente immutate (4,5 milioni di euro a stagione). Il suo sogno è concludere la carriera nel Boca Juniors, ma l’argentino sembra convinto a rimandare ancora per due anni, come ha notato suo malgrado il presidente degli Xeneizes Daniel Angelici, che due settimane aveva fatto un tentativo per anticipare il suo rientro: un invito respinto al mittente da un Tevez sempre più innamorato della Juve.

 

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Per Marotta lo scudetto è un obbligo

marottaPer José Mourinho, ci ha tenuto a sottolinearlo in una celebre conferenza stampa, la Champions League per l’Inter doveva essere un sogno e non un’ossessione. Beppe Marotta, a distanza di quattro anni e mezzo, conia un altro termine legato a un trofeo da conquistare. “Il quarto scudetto consecutivo è un obbligo per la Juventus”, ha dichiarato l’amministratore delegato della Vecchia Signora. Allegri è avvisato e mezzo salvato, anche se il dirigente bianconero ci tiene a complimentarsi con tecnico e squadra, dando un (buon) voto a quanto visto fin qui: “Voto 8 a Max e ai suoi ragazzi”. “Lo scudetto è un obbligo, così come entrare negli ottavi di Champions League era un dovere. E secondo me abbiamo le carte in regola per arrivare almeno ai quarti di finale. Quest’anno vorremmo anche la Coppa Italia, trofeo che ci manca da troppo tempo”, ha proseguito Marotta. Insomma, la Juventus punta a ben figurare in ognuna delle competizioni a cui partecipa. Certo, c’è quella macchia indelebile della Supercoppa italiana persa con il Napoli: “Solo un pizzico di delusione. Si è celebrata l’imprevedibilità del calcio. Avevamo la coppa in mano, più volte, e di fatto l’abbiamo quasi regalata. Buttati al vento almeno due match point, ma è giusto riconoscere anche il valore del Napoli, ottima squadra. Ci sarebbe piaciuto portare a casa un altro trofeo, non è stato così, in ogni modo sul campo la partita è finita 2-2, non è stata una disfatta”.

 

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StoriediCalcio. Cristo sì è fermato a Eboli, Dirceu no: il destino di un campione

20141212_153501“L’ importante è arrivare alla salvezza. Sono contento di giocare un altro anno in Italia. Molti brasiliani non si sono trovati bene, ma io sono un tipo malleabile, che sta bene con tutti, non ho problemi di caldo o di freddo”.

Josè Guimaraes Dirceu.

 

 

Il sole e la terra, la brezza alza la polvere. Più che un campo di calcio sembra una prateria arida, da Far West. Il Campione è arrivato. Qualcuno non ci credeva, non ci ha voluto credere fino a che non l’ha visto di persona. Possibile che l’uomo che trafisse San Dino Zoff, ai mondiali, abbia scelto una piazza – calcisticamente – piccolissima, minuscola, dove il calcio è una poesia pasoliniana di muscoli, botte, ginocchia sbucciate e mazzate strapaesane? Sì, è possibile. Dirceu si è fermato ad Eboli.
“Ho girato mezza Spagna per il grande Ardiles, non ho paura mica di allenare i campioni”. Osvaldo Bagnoli non lo voleva. O meglio, avrebbe preferito l’argentino. E invece, alla riapertura delle frontiere, l’Hellas Verona gli portò in ritiro Josè Guimaraes Dirceu e l’oggetto misterioso Wlady Zmuda, colosso polacco fuggito dall’Est con la fama (e solo quella) di difensore più impenetrabile del Muro di Berlino.

 

L’estate del 1982 era stata avara di soddisfazioni per lo Zingaro. Spagna, mondiali. La Seleçao più bella di sempre s’era schiantata contro l’Italia del magnifico redivivo Paolo Rossi. Fu lo splendido seppuku del calcio carioca che, da allora in poi, per vincere, dovette vendere l’anima alla colonizzazione tattica europea. Dirceu era in panchina. Telè Santana, dopo la grande paura di Siviglia contro l’Urss, gli aveva sistematicamente preferito Toninho Cerezo. Anche per questo, forse, Bagnoli lo temeva. Temeva fosse un calciatore in declino, peraltro appena scaricato dall’Atletico Madrid, che potesse spaccargli lo spogliatoio costringendolo a reinventare ogni volta la formazione. Ma il profeta venuto dalla Bovisa si sbagliava: Dirceu prese per mano la squadra conducendola alla finale di Coppa Italia contro la Juve e ad uno storico quarto posto che sembrò far da preludio a quello che, due anni dopo con lo scudetto di Elkjaer e compagni, sarebbe dovuto accadere. Verona amò Dirceu, riamata. Poi accadde l’imprevedibile: il rinnovo non arrivò ma la chiamata del Napoli sì e il brasiliano si accasò all’ombra del Vesuvio. E, come sempre accade quando chi è troppo amato va via, divenne il Nemico.

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“Datemi un pallone”, sussurra. L’umiltà è autentica, è un uomo come tutti gli altri. Anche se ha disputato tre mondiali e svariate Olimpiadi. E adesso, appena arrivato al Massajoli, lo stadio nel cuore della città, chiede quasi sottovoce che gli passino la palla. “Datemi un pallone”. Baam! Baam! Buum! La sfera colpisce tre volte il muretto che divide il rettangolo verde (che, in verità, di erba ne ha poca) dalle gradinate. Al terzo tiro il pallone esplode, si schianta. A Eboli, uno così, non l’avevano ancora mai visto. E, forse, non lo vedranno mai più.
“Dirceu non sei più straniero: Napoli ti ha accolto nel continente nero”. Vederselo ritornare a casa con addosso una maglia azzurra, paladino al servizio di un condottiero nemico. A Verona, il ritorno (da avversario) di Dirceu fu un mezzo dramma. Che andò a sublimarsi in quella lotta senza quartiere, a colpi di cori, striscioni e sfottò che ha regalato all’Italia vette di goliardia tuttora ineguagliate. “Giulietta è ‘na zoccola”. Ma a Napoli le cose non vanno benissimo, manco se il cielo avesse ascoltato le maledizioni lanciate dal Veneto sul capo del (presunto) “rinnegato”. Il Ciuccio di Corrado Ferlaino si affida a Pietro Santini, che un anno prima aveva portato la piccola Cavese a disputarsi la promozione in Serie A. C’è Dirceu, ci sono giovani, certezze e qualche top player ante-litteram. E c’è Ruud Krol, talento impossibile che non imparerà mai a parlare italiano. Le cose, però, andranno male. Si pedala poco e il Napoli, a fine stagione, si piazzerà a un solo punto dalla terzultima retrocessa. Lo Zingaro, con cinque gol e caterve di assist per gli attaccanti, è l’uomo che ha salvato gli azzurri da una clamorosissima retrocessione. Per lui, però, spazio non ce n’è più. Nel calcio, spazio per la gratitudine non ce n’è. Ferlaino vola in Catalogna, a scippare al Barcellona il talento più grande. A Napoli sta cominciando la leggenda di D10s Maradona. Il brasiliano – per ragioni di limiti di tesseramenti stranieri – deve rifare le valigie. Lo chiama, per puro caso, l’ambizioso Ascoli di Costantino Rozzi.
Alla fine degli anni ’80, la Serie D (come oggi) è un megatorneo tra cittadine medio-piccole opposte, spesso, da tenacissime rivalità. Il calcio, però, sta diventando (quasi) una scienza. Josè si impegna a fondo per trasformare l’Ebolitana in un gioiellino di periferia. Dal Brasile arriva l’amico-allenatore Rubens. Zona alta, in un mondo pallonaro popolato da liberi sanguinari armati di catenaccio e machete. Fa arrivare al campo le primissime sagome, quelle che si usano per allenarsi a tirar le punizioni. Fa apportare alcune migliorie agli spogliatoi e si premura che tutti abbiano maglie, pantaloncini e tute sociali. La seconda maglia degli azzurri ebolitani diventa gialloverde, come la Seleçao. Dirceu dispensa consigli a tutti, compagni di squadra, tifosi e ragazzini: “Vuoi sapere come si fa a tirare forte come faccio io? Devi colpire il pallone dove c’è la valvola…”.
Campioni tristi, già. Dirceu ad Ascoli arriva praticamente da svincolato. Lo ha chiamato Rozzi, il presidente dai calzini rossi, in fretta e furia, per sostituire Ludo Coeck, colonna dell’Anderlecht sbarcato nelle Marche nell’estate del 1984. Ma era rotto. Lo sfortunatissimo Ludo (che morirà un anno dopo in un maledetto incidente d’auto) non giocherà nemmeno una partita con la casacca bianconera. E lascerà Carletto Mazzone nei guai fino al collo, scoperto fino all’arrivo del brasiliano. Le cose, però, si mettono subito malissimo e, alla decima giornata, accade l’impossibile: il presidentissimo decide di silurare il mister. Troppe sconfitte. Per sostituirlo, una mandrakata: Mario Colaussi sarà l’allenatore ufficiale. Sì, perchè dalla Spagna arriverà un uomo destinato a diventare storia, leggenda e icona del calcio italiano ma sprovvisto di patentino federale, Vujadin Boskov. L’Ascoli, però, non si salverà. Dirceu scivola in B mentre il “suo” Verona vincerà lo storico scudetto. Lo Zingaro, di nuovo svincolato, si lascia anche le Marche alle spalle. E se ne va a Como.
Essere “nomadi” è una vocazione, più che un destino. Josè, oltre a disputare la serie D con l’Ebolitana, gioca al Futsal, in serie A, al Nord. Il Futsal è la grandissima moda del momento, il calcio a cinque, il pallone democratico che consente a tutti di poter giocare senza dover fare i conti con l’immensità di un prato verde. E poi, come ogni brasiliano, a Natale se ne torna a casa. Quando non c’è lui la squadra non gira, si affloscia e le speranze di promozione si affievoliscono insieme alla classifica. Qualcuno maligna: “S’è venuto a pigliare i soldi a Eboli”. Il suo ingaggio era di cento milioni. Ma aveva accettato l’Ebolitana per cortesia nei confronti del suo presidente, Cavaliere, di cui era buon amico e perchè aveva voglia di star tranquillo, lontano dalle pressioni delle grandi piazze. E tutti, in città, lo sapevano anche chi adesso si improvvisava suo detrattore. Chi va allo stadio lo fa per soffrire, per arrabbiarsi. Se ciò vale per l’Arsenal di Nick Hornby volete che non valga per l’Ebolitana?
“Ho una squadra giovane, la guida sarà Dirceu, che fra l’ altro è già abituato a giocare in una provinciale, visto che viene da Ascoli. Manca un giocatore esperto per il centrocampo: sono stati fatti i nomi di Casagrande, Icardi e qualcun altro, vediamo chi arriverà”. Roberto Claguna, allenatore del Como 1985-86, alla presentazione del ritiro precampionato, alla “Repubblica”. La star di quella squadra, che s’era salvata alla grande l’anno precedente grazie ai suoi gol, era il campione (sfortunato, maledettissima Sla) Stefano Borgonovo. Però, come troppo spesso accade quando si finisce a frequentare i piani bassi della classifica, l’allenatore finisce esonerato. E la società si affida a qualche espertissimo. Capitò, in Lombardia, il decano Rino Marchesi. Di cui, Dirceu, non era certo il pupillo. L’anno finirà con venticinque presenze e due gol, salvezza acquisita e valigia di nuovo in mano. Destinazione Avellino.
Per strada, in piazza, su viale Amendola, tutti lo riconoscono e tutti lo fermano. Lui non si nega a nessuno. Che sia per un caffè o per una partitella a calcetto. Ha sempre il borsone pronto, in auto. “Se potessi giocherei sempre”. Lo diceva e tutti gli credevano, perchè, sulla soglia dei 40 anni, era ancora lì pronto a calciare una palla ovunque dove glielo chiedessero. Come quando era bambino, sfondava finestre, rompeva i vasi e mamma Diva Delfina andava fuori di matto. L’ultima prova l’aveva data quando era arrivata la capolista Juve Stabia allenata dall’ex leggenda del Napoli Canè. Un gioiello su punizione, insaccato proprio sotto la curva ebolitana. Una magia preziosa, uno sgarbo alla boriosa prima della classe. Un miracolo balistico nel pallone proletario della serie D degli anni ’80. Adesso, però, è tempo di andare. Ad Eboli si è fermato già troppo, due anni, è tempo di rifare le valigie.Dirceu
Non lo sa ancora nessuno, ma quello sarà il canto del Cigno. In Irpinia, il trentaquattrenne Dirceu conduce l’Avellino di Luis Vinicio, ‘o Lione, alla sua ultima, esaltante stagione in serie A. Il brasiliano prende in mano le redini della squadra e segna a ripetizione. Specialmente sui calci di punizione, la sua specialità. E’ il perno del calcio totale all’irpina secondo l’adattamento di Vinicio. Che porta l’Avellino ad un onorevolissimo ottavo posto, a cinque lunghezze dalla qualificazione in Coppa Uefa. E a togliere ai tifosi qualche soddisfazione, tipo le vittorie casalinghe contro la Roma di Sormani ed Eriksson e contro il Milan dell’alba berlusconiana. Quel campionato sarà storico per un’altra ex del brasiliano. Trascinato da Maradona, il Napoli conquista il primo scudetto della sua storia. Quell’anno sarà l’ultimo di Dirceu in A e il penultimo dell’Avellino in massima divisione.
Rio de Janeiro, 15 set 95 (Adnkronos/Dpa)- E’ morto questa mattina in un incidente automobilistico a Rio de Janeiro Dirceu Guimaraes, 43 anni, uno dei giocatori brasiliani piu’ amati e che per anni ha militato nel campionato italiano. Nell’incidente, occorso questa mattina a Barra da Tijuca, un’elegante quartiere nella zona occidentale della megalopoli brasiliana, e’ morto anche un impresario italiano amico di Dirceu.
Eboli non dimenticherà il Campione. Qualche anno dopo, il nuovo stadio, moderno e tra i più grandi della provincia di Salerno, porterà il suo nome. Perchè chi ama non dimentica, soprattutto in periferia. Soprattutto lì, dove s’è fermato Cristo.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

Calciomercato. La Lucarelli: “No a Balotelli all’Inter. Per lui meglio andare in un cantiere”

141228-balotelli-inter-bis-i-motivi-per-cui-non-si-fara-fotoLo stanno rimandando al mittente, come uno smartphone che, nonostante tutti gli sforzi, non riesce a connettersi. Manco all’adorato Twitter. Come un frullatore che riesce a far solo casino ma che sminuzza e maciulla poco (o quello che non dovrebbe), ecco che si materializza il fantasma del cavallo di ritorno, Mario Balotelli. Il Mancio interista pare gli abbia perdonato le marachelle di Manchester sponda City e adesso l’avrebbe richiamato a Milano, sponda Inter. Il ritorno del Balo ha diviso gli interisti. C’è chi, pochissimi a dire il vero, è pronto a concedergli l’ennesima chance e sogna il Gangsta Football a San Siro. La stragrande maggioranza dei supporters nerazzurri, però, lo vorrebbero a Milano solo per sottoporlo alla giusta punizione: la fantozziana crocifissione nella sala mensa della Pinetina. Gettar la maglia in terra, calpestare i simboli Bauscia non lo si perdona a nessuno.Selvaggia-Lucarelli-1 Tra i tanti che già si son schierati, c’è anche la mitica Selvaggia Lucarelli. Un messaggio sui social che si legge tutto d’un fiato, SuperMario, vai a lavorare.La Lucarelli ha sentenziato: “Balotelli non lo vuole più nessuno. Il Liverpool lo mette nella calza della Befana a chi se lo piglia, lui vuole tornare all’Inter ma all’Inter i tifosi lo schifano ed è probabile che in questo momento, se volesse tornare, lo schiferebbe pure la Fico. Insomma, direi che per lui è il momento di unirsi a un’unica, nuova squadra che di sicuro lo accoglierebbe a braccia aperte: quella degli operai di un bel cantiere edile nel bergamasco”.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

Benitez e la gioia di battere la Juve

NapoliSupercoppaJuventus-Napoli 7-8 dcr. La Supercoppa Italiana va all’ombra del Vesuvio dopo una partita eterna, con due grandi protagonisti: Carlos Tevez e Gonzalo Higuain, autori di una doppietta a testa. Dopo l’1-1 dei tempi regolamentari i due argentini si ripetono nel secondo supplementare. Ai rigori (si procede a oltranza dopo gli errori di Jorginho e dello stesso Tevez) è decisivo l’errore di Simone Padoin dopo ben 18 tiri dal dischetto. E’ la seconda volta che i partenopei si aggiudicano la competizione: ventiquattro anni fa batterono proprio la squadra bianconera.
“Battere la Juventus è sempre bello, farlo così ancora di più”. Rafa Benitez non nasconde la sua grande soddisfazione per la vittoria della Supercoppa Italiana da parte del suo Napoli.
“Dedichiamo questo successo ai nostri tifosi – le sue parole -, questo risultato ci aiuterà a replicare una prestazione simile anche in campionato. Per me è la decima coppa, ma è più importante per il Napoli e per la gente che ci ha seguiti fino in Qatar”.
Grande protagonista Gonzalo Higuain. “Lui sa fare la differenza, ma a prescindere da questo sono contento per la vittoria di un gruppo che ha lavorato tantissimo e si è dimostrato fortemente unito, compresi i tifosi. Abbiamo visto che anche Rafael è stato decisivo. Mertens? Sapevamo che aveva qualche problemino, per questo dall’inizio ha giocato De Guzman”, ha aggiunto il tecnico spagnolo.JuveDoha

Allegri e la sostituzione di Pirlo: “Mi serviva copertura”

Massimiliano Allegri mastica amaro per la sconfitta della sua Juventus ai rigori a Doha contro il Napoli, che si è aggiudicato la Supercoppa Italiana.
“Dispiace soprattutto per il gol preso nel finale, dopo che avevamo avuto in mano la partita fino a pochissimo dalla fine. Abbiamo avuto anche qualche match point, ma non l’abbiamo sfruttato a dovere. Abbiamo però visto una bella partita, giocata a viso aperto tanto da noi quanto dal Napoli”, l’analisi del tecnico bianconero ai microfoni della Rai.

https://www.youtube.com/watch?v=CsB5S214vyQ
Alle telecamere non è sfuggita la rabbia di Pirlo, sostituito pochi istanti prima del primo pareggio di Higuain. “Andrea ci garantisce tanto palleggio, ma mi serviva più copertura – la spiegazione del toscano -. La squadra ha comunque fatto tutto quello che doveva, anche se nei supplementari potevamo essere più cattivi. Dopo l’1-1 abbiamo provato ad alzare il ritmo, ma si sono iniziate a sentire le prime fatiche della stagione. Restiamo comunque primi in campionato e conserviamo una grande fiducia per il 2015”.

 

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Zeman, l’ennesimo fallimento: “Esonerato dal Cagliari”

Zeman esoneroE’ già finita l’avventura di Zdenek Zeman sulla panchina del Cagliari: il tecnico boemo è stato esonerato in mattinata, e non è più l’allenatore dei sardi. Zeman paga i numeri, disastrosi, del suo Cagliari: soltanto due vittorie, certo roboanti (4-1 in casa dell’Inter e 4-0 ad Empoli) ma troppo poche, contando che tra le mura amiche del Sant’Elia il suo Cagliari non ha ancora vinto. A convincere definitivamente i dirigenti sardi a cacciarlo, potrebbe essere stata la sua particolare scelta adottata durante la partita di giovedì sera contro la Juventus: l’abbandono del suo marchio di fabbrica, il 4-3-3, a favore di un 4-4-2 estremamente difensivo, con quattro difensori centrali e due terzini schierati a centrocampo. Una scelta, quella di Zeman, in contrasto con i propri principi offensivi e la stessa scelta di progetto tecnico, da parte del presidente Giulini e dello staff della squadra cagliaritana.

Zenga in pole – Chi sostituirà Zeman sulla panchina dei sardi? In pole position, secondo Sportmediaset, ci sarebbe una grande conoscenza del calcio italiano: Walter Zenga. Per l’Uomo Ragno, si tratterebbe di un ritorno nel calcio italiano, dopo tre stagioni trascorse tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Per Zeman si tratta dell’ennesimo esonero in carriera: ed è curioso che a farlo fuori, in pratica, sia stata la Juventus, la sua nemica storica.

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Il Real Madrid sul tetto del mondo

real-mondiale-per-club_1046531sportal_newsNon poteva interrompersi proprio nella finale del Mondiale per club la striscia di vittorie consecutive del Real Madrid.
La squadra di Ancelotti, alla ventiduesima affermazione consecutiva, ha piegato anche il San Lorenzo, campione del Sudamerica e squadra del cuore di Papa Francesco. Sergio Ramos e Bale, già in gol nella finale di Champions League contro l’Atletico Madrid, hanno firmato il 2-0 che è valso il trionfo.

https://www.youtube.com/watch?v=FurY4PGkQLc

 
Yepes e compagni, con un catenaccio all’italiana, hanno retto quasi un tempo, subendo al 40′ il colpo di testa di Sergio Ramos che ha sbloccato il risultato. Nella ripresa Bale ha approfittato di un’incertezza del portiere Torrico per chiudere i conti al 51′.
Per il Real Madrid si tratta del diciottesimo titolo internazionale; raggiunto il Milan in questa particolare classifica.

 

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Quando Jock Stein cancellò la Grande Inter

il-trionfo-del-Celtic-a-LisbonaLa prossima sfida di Europa League tra l’Inter e il Celtic di Glasgow riporta alla mente una delle pagine entrate nella storia del calcio mondiale. Quella che segnò in pratica la fine del ciclo della Grande Inter di Helenio Herrera.
Il 25 maggio 1967, si giocò infatti a Lisbona la finale di Coppa dei campioni e il Celtic vinse in rimonta sui nerazzurri 2-1.
Fu la prima e unica conquista scozzese nella massima competizione europea, e chiuse il periodo d’oro del club milanese, reduce da tre scudetti, due Coppe campioni e due Intercontinentali in tre anni. In quei pochi giorni di primavera perse Coppa campioni, scudetto all’ultima partita (a Mantova e a favore della Juventus, il giugno, con la storica “papera” del portiere Giuliano Sarti), e persino l’accesso alla finale di Coppa Italia contro il Padova il 7 giugno.
La Grande Inter era dunque al tramonto. Ma la sfida di Lisbona consegnò agli annali anche il mito del Celtic di Jock Stein.Celtic_Coppa_Campioni_1966-67
Il calcio scozzese oggi non se la passa troppo bene, ma 47 anni fa il Celtic Glasgow fu la prima squadra britannica a laurearsi campione d’Europa. Il primo successo inglese arriverà infatti solo un anno più tardi col Manchester United dei tre Palloni d’oro Charlton, Law e Best. “Questo è un primato che nessuno potrà mai toglierci. Altri club potranno vincerne più di noi, ma il primo club del Regno Unito capace di conquistare la Coppa campioni è stato e rimarrà per sempre il Celtic” ha ricordato spesso Bobby Lennox. Non fu l’unico primato stabilito quel giorno dai biancoverdi cattolici di Glasgow. Vincendo la finale del 25 maggio 1967, quando i campioni di Scozia sconfissero appunto 2-1 l’Inter di Helenio Herrera che aveva vinto due finali nel triennio precedente, gli Hoops ottennero un altro primato: tutti i giocatori erano nati a meno di una cinquantina di chilometri dal Celtic Park, lo storico stadio. In realtà tutti erano nati nel raggio di 15 chilometri, tranne Lennox, nato a Saltcoats (45 chilometri). Un primato incredibile già allora, figurarsi oggi dove i giocatori stranieri sono ormai norma anche nei settori giovanili. Nella finale di Lisbona nessuno al di fuori dei tifosi scozzesi era disposto a concedere serie possibilità di vittoria al Celtic.

 

Il calcio offensivo predicato da Stein, sembrava fatto apposta per favorire il contropiede nerazzurro.celtic-inter-4 Il rigore concesso dal tedesco Tschenscher per un contrasto tra Craig e Cappellini, e trasformato da Sandro Mazzola dopo 11 minuti, incanalava la gara verso lo scenario ideale per Picchi e compagni. L’assedio biancoverde avrebbe mandato in crisi altre difese, certo non quella dei campioni d’Italia. Eppure nella ripresa al Celtic riuscì a far saltare il catenaccio e a ribaltare il risultato. Gli uomini di Stein compirono l’impresa grazie ai gol di Tommy Gemmell al 63’ e di Stephen Chalmers a quasi cinque minuti dai supplementari. Fu il trionfo del calcio d’attacco. Nessun fuoco di paglia, quel Celtic era una grande squadra: nel 1967 vinse tutte le competizioni cui partecipò (Coppa campioni, campionato, Coppa di Scozia e Coppa di lega) e tre anni più tardi ritornernò in finale di Coppa campioni, per venire sconfitto allo scadere dei tempi supplementari dal Feyenoord.

 

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Allegri dall’esonero alla Juve: “Nessuna rivalsa sul Milan”

allegridohaMassimiliano Allegri ha commentato la vittoria ottenuta dai bianconeri in Cagliari-Juventus, senza dimenticare la Supercoppa Italiana (con il problema dei diffidati) e un bilanci del suo personale 2014, iniziato con l’esonero dal Milan e chiuso da capolista con la Vecchia Signora.vidal-allegri-juventus-agosto-2014-ifa
La sfida contro il Napoli?: “Il fatto che non ci sia stato nessun ammonito vuol dire che la squadra ha lavorato bene nella fase difensiva, non commettendo grandissimi falli. Ho solamente detto che in una partita in mezzo al campionato è normale che per le due squadre, non solo per noi, ma anche per il Napoli, può creare degli svantaggi. Non solo per la partita di Doha, ma se prendi l’ammonizione a Doha sei squalificato con l’Inter. Chi non gioca questa partita ha dei vantaggi, sicuramente. È normale che se la partita viene giocata ad agosto sono tutti puliti dall’ammonizione e quindi direi che di queste problematiche non ce ne sono. Ma non voglio fare assolutamente polemica, anche perché credo che l’Uefa quest’anno abbia cambiato regolamento sulle ammonizioni e sui diffidati perché vogliono portare la finale della Champions League dove in campo ci siano tutti giocatori migliori. Siccome la Supercoppa italiana è una finale ed è un bene per il calcio italiano, credo che sia giusto far giocare in una partita tutti i migliori di entrambe le squadre”.TevezAllegri
La vittoria contro il Cagliari?: “Sul 3-1 la partita era ancora aperta perché se prendi un gol anche a tempo scaduto, poi c’è il recupero dove puoi rischiare. Quindi bisognava gestire meglio dopo il 2-0, dove abbiamo fatto per 6-7 minuti veramente bene, poi abbiamo smesso di giocare e abbiamo fatto un possesso palla dove eravamo fermi nelle posizioni, a differenza di quello che avevamo fatto fino a quel momento. Nel secondo tempo siamo ripartiti bene e, fatto il 3-0, abbiamo di nuovo smesso. Dopo il 3-1 abbiamo ripreso a giocare. Ci possono essere cali di tensione, ma in questo momento, soprattutto in questa partita, non bisognava rischiare assolutamente niente perché era importante chiudere l’annata al primo posto e prepararci al meglio per questa finale a Doha”.
Quali sono gli obiettivi?: “Ho la fortuna di allenare un gruppo che ha voglia di vincere e vuole continuare a stupire. Dopo 3 anni vuole fare ancora l’impresa cercando di vincere il quarto campionato. Non sarà facile perché la Roma è lì attaccata e quindi sarà un duello fino alla fine. E poi far bene in Champions. Io ho molta fiducia in questa squadra”.
Come definirebbe questo 2014 a livello personale? Avere chiuso in testa alla classifica è un po’ una rivalsa?: “Non ho rivalsa nei confronti di nessuno. Io faccio l’allenatore e ho avuto la fortuna di allenare il Milan per 3 anni e mezzo. Poi mi hanno messo un po’ in pensione per 5-6 mesi e poi fortunatamente è arrivata questa chiamata della Juventus. Credo che per un allenatore, allenare il Milan o la Juventus sia molto importante e non è da tutti, quindi mi ritengo soddisfatto e soprattutto fortunato per essere arrivato alla Juve dopo aver fatto il Milan. C’è un gruppo di ragazzi ottimo sul piano tecnico e su quello morale”.

 

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