Il Bari e “Una meravigliosa stagione fallimentare”: il sogno di una città

maxresdefaultSiamo una città di cuore. E non solo quando si parla di calcio. Poche, semplici parole che sono sgorgate dal profondo. “Non so come mi siano venute in mente, eppure sono qui” penso, citando malamente Vasco Rossi. Ho da poco finito di guardare l’anteprima di “Una meravigliosa stazione fallimentare”, il cine-documentario del regista Mario Bucci che racconta il declino e l’ascesa di una squadra, l’As Bari (o per meglio dire la Fc Bari 1908), durante la stagione calcistica 2013/2014. Non è solo il racconto di una squadra che dai bassifondi della classifica di serie B, arriva a sfiorare un obbiettivo – ma sarebbe meglio chiamarlo un sogno – dichiaratamente irraggiungibile in quella stagione: la serie A. E’ anche o, – per meglio dire – soprattutto, la storia di un popolo di cuore.
Perché sì, siamo tutti un po’ baresi quando nonostante le difficoltà non ci arrendiamo all’evidenza e continuiamo a sperare in un sogno. E poco importa se ad un passo dalla meta ci svegliamo: il sacrificio della squadra è il nostro sacrificio e anche di una “semi vittoria” si può gioire. E sfido chiunque a non emozionarsi nel rivedere l’arrivo dei giocatori all’aeroporto Bari dopo la sconfitta contro il Latina. Un sogno infranto, ma comunque nell’etere si diffondono cori, urla di gioia, ci si scambia smartphone per una foto con l’allora capitano del Bari – o della Bari, per meglio dire – Marino Defendi. Ed è lui stesso a stupirsi: “Perché tante manifestazioni di affetto? Abbiamo perso, dovreste lasciarci soli. E invece siete qui a incitarci, a consolarci. Perché?” La risposta è semplice: i baresi sono persone di cuore, capaci di stringersi di fronte alle difficoltà, a fare proprio un bisogno della città e gridarlo al mondo con cori unanimi.Bari
D’altronde non il tifo della scorsa stagione calcistica non è un esempio unico. Aprite le pagine dei social in questi giorni. La città si è di nuovo unita per il ritorno di una sua bandiera: Nicola Bellomo, che dopo aver seguito la squadra per 5 stagioni, aveva lasciato Bari. E ora torna, portando con sé la speranza di un’altro ritorno, che come il ritorno in serie A lo scorso anno ha il sapore dolce di un sogno irraggiungibile, ma forse non troppo. Sto parlando del ritorno di Antonio Cassano. E chi può volerlo più dei baresi. Esattamente come come con #compriamolA, con #iocicredo e #happysevieniallostadio, la città si è nuovamente stretta intorno ad un simbolo, scandito in 14 lettere e un hashtag: #compraaCassano.
E così è partita una nuova battaglia, combattuta sempre sui social a colpi di videoselfie e dichiarazioni. E protagonisti, come sempre a Bari, non si differenziano per classi sociali: dal pescivendolo al sindaco Decaro, passando per registi, scrittori, attori, nonché lo stesso Presidente Paparesta. Non sappiamo se anche questo appello supererà i confini della città come fu per #compriamolA (nessuno si è dimenticato l’accorato appello di Rocco Siffredi), ma quel che è certo è che questa sfida la città la sta vivendo unita. E di certo i baresi non vogliono smettere di sognare. Come sempre, mettendoci i tutto l‘entusiasmo di cui sono capaci e, soprattutto, il cuore. O per meglio dire 50mila cuori, i cuori di una città che, nonostante tutto, non smette mai di crederci.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

Pogba è un Van Gogh

PogbaPirloMino Raiola, agente di tantissimi fuoriclasse, tra cui Pogba, si è soffermato, in particolare, proprio sul francese della Juventus, uno degli uomini mercato più chiacchierati e stimati: “E’ come un Van Gogh. Quante vale? Dipende da quanti soldi ha chi lo compra. Paul non si permette mai di dire all’allenatore in quale ruolo vorrebbe giocare e deve migliorare in questo. Ad un certo punto un grande inizia a dire cosa vuole”.
Il noto procuratore svela dei retroscena sull’arrivo di Pogba alla Juventus: “Il Milan voleva prenderlo insieme al Genoa e mandarlo lì: bocciata. L’Inter non voleva fare uno sgarbo a Ferguson: bocciata. Con la Juventus il patto era che le avrebbero preso per dargli un ingaggio da prima squadra e non mandarlo in prestito. Il primo a cui lo proposi, però, fu Sabatini alla Roma”.
Non mancano i consigli alla Juventus: “Cosa deve fare la Juve? Come diceva papà: meglio vendere e pentirsi che non vendere e pentirsi. Se non vendi Pogba non hai i soldi per fare una squadra per vincere la Champions. Se vuoi tenerlo devi fare una squadra così forte che poi Paul ci possa ancora crescere. Ma se non lo vendi non hai i soldi per farlo”. Una battuta anche sulle possibili destinazioni: “Quella del Psg è la piàù naturale: se ci vuole andare, chi gli può dire di no? Ma non so se è il momento di giocarsela. Il rinnovo era facile. Non rinnovando avrei messo in una posizione di difficoltà la Juventus e di debolezza Paul. Voglio che chi lo compri creda in lui e lo strapaghi. Se non sarà quest’anno sarà l’anno dopo. Intanto è ad un livello di reputazione top e può restare un altro anno”.Raiola

Per Pirlo è il numero uno

Andrea Pirlo incorona Paul Pogba e effettua un virtuale passaggio di testimone con il centrocampista francese: “Paul Pogba è il numero uno, senza dubbio uno dei migliori al mondo e sono sicuro che non tornerà al Manchester United”.
Il numero 21 della Juventus motiva così la sua convinzione: “A Manchester hanno fatto un grosso errore a scartarlo e a farlo andare. Per qualsiasi motivo abbiano scelto di non dargli una possibilità, hanno senza dubbio commesso un errore. Sono certo che non tornerà lì”.
Pogba sembra destinato a lasciare la Vecchia Signora in estate, ma Pirlo non è così convinto che abbandonerà il club in cui è esploso: “Adesso è alla Juve e lui sa che è in uno dei migliori club del mondo. La prima volta che abbiamo giocato insieme alla Juventus, ci accorgemmo tutti che in lui c’era qualcosa di speciale, tant’è che in soli due anni è diventato uno dei migliori giocatori al mondo”.

 

(mbocchio)

Cassano ha messo la faccia dove il calcio chiude gli occhi

Parma - SampdoriaVi ricordate la sana provincia italiana? Massì, Parma, il bel vivere, terra di arte e di storia, di grande musica e di grande cucina, di Toscanini e Verdi, del Mazzola detto il Parmigianino e di Paola Borboni, di Bevilacqua e di Bertolucci, di Lino Ventura e di Pietro Barilla, insomma di vita vera, piena e dolce.
Tralascio, in controtendenza, fatti di cronaca nera e finanziaria, vengo al calcio e al Parma football club che ha nove punti in classifica e questo è niente. Non ha un centesimo in cassa, non paga i dipendenti, cambia presidenti e padroni, non meglio identificati e per fortuna, in questo vuoto nulla che è diventato, ci ha pensato Antonio Cassano da Bari a mettere la faccia là dove tutti si sono nascosti con il coraggio di don Abbondio. Ci ha pensato lui, dopo sette mesi di attesa alla cassa, sette mesi senza stipendio. Per uno che vive da anni con il culetto nella nutella sono briciole ma è il principio, è la dignità di un professionista, è il rispetto comunque di patti che, già lo dicevano i latini ma probabilmente quelli del Parma calcio non hanno frequentato il liceo classico, vanno onorati.
Cassano non fa il capopopolo, non si piega e nemmeno si spezza ma è arrivato al capolinea. Potrebbe anche lasciare il calcio, ha dato e ha preso in misura abbondante, non ha fatto il militare a Cuneo ma ha girato il mondo, da Bari a Roma, da Madrid a Genova, a Milano, a Parma, seminando avversari e talento. Chi glielo doveva dire? Ma la vita è bella, quella del football poi, soprattutto quando si ha per l’appunto talento, anche trascurato come è il caso di questo ” uagliò ” barese che cento ne ha fatte e mille ne ha combinate. Però c’è un limite a tutto e a Parma lo si era capito dai tempi di Tanzi Calisto, uno che ha avuto la faccia, non soltanto una, di costruire un sogno e di trasformarlo in incubo, per poi far pagare pegno a tutti.
Le scorie di quella dannata gestione sono ancora presenti, vive, la presidenza Ghirardi è stata un’altra fase di farsa imprenditoriale, il Parma ha continuato a vivere ma in realtà stava sopravvivendo, mentre nessuno tra Lega e Federcalcio lo prendeva a schiaffi. Se ne è accorta l’Uefa che l’ha lasciato fuori dai giochi, le istituzioni nostrane si sono fermate a 1 punto di penalizzazione, per non molestare il manovratore, mentre per società di serie B e inferiori le pene sono state tremende. La legge non è uguale per tutti anche nel calcio, anzi prevede le classifiche e va sull’onda del popolo. Così, dopo sette mesi di presa in giro (Cassano, in verità, intervistato da Pier Luigi Pardo, ha usato espressione più consona a Barivecchia), la bella provincia italiana è stata smascherata, proprio da uno sfacciato che, stavolta (ma non è la prima) ci ha messo la faccia tutta, senza mezzi toni, mezze frasi come molti sodali suoi. Eppoi il problema non riguarda soltanto i calciatori del Parma che possono rinunciare a qualche privilegio per mesi e mesi, ma gli altri dipendenti, dico massaggiatori, magazzinieri, impiegati, segretari, un mondo che si trova a fare i conti senza l’oste; oggi Rezart Taci, presidente della federazione albanese degli scacchi e azionista di riferimento del Leyton Orient, terza serie inglese, ha messo un fante, Emir Kodra, come presidente del Parma football club, gli albanesi sono, dunque, i nuovi padroni e sparano alla luna, offrono due milioni e mezzo a Pazzini il quale si è subito consultato con Cassano sulla realtà del club, non della squadra. Fantantonio gli ha spiegato in minuti due tutto lo scibile di questa bella provincia. Gli ha ricordato che è più facile dialogare con il Frambo (al secolo Cesare Frambati, capo dei tifosi), come è accaduto domenica dopo la disfatta con il Cesena, che con i due albanesi e con il resto della comitiva. E’ una bella commedia italiana. Nessun applauso, soltanto un grazie al barese disoccupato. La serie A continua, la coppa Italia anche, stasera il Parma ospita la Juventus. Partono alla pari. Non ridete, Taci vi ascolta.

 

(rassegna stampa, Il Giornale)

StorieDiCalcio. Il calcio volante (umano troppo umano) di Cantona

Cantona_KickLà dove l’Europa è ancora viva e vegeta, lì è cominciata la sua storia. In quel porto dove i berberi incontrano gli shardana, nelle bettole fumose in cui i galli stringono le mani ai corsi mentre i greci fumano oppio afghano, là dove i baschi se e suonano di santa ragione con i genovesi mentre puttane sfregiate attendono il loro uomo di ritorno dalla rapina a Mentone. Eric Cantona è nato lì, a Marsiglia. E di Marsiglia – madre e matrigna, generosa e violenta – ha preso tutto, ma proprio tutto.
Per i benpensanti, Cantona è una sorta di Albert Bergamelli del football. Potente, cattivo e spietato. Un gangster dell’area di rigore che non va d’accordo con nessuno. Tranne che con Valderrama, forse. Altri, benpensanti anche loro ma sempre online con l’occhio fisso alle kulture dei ggiovani, ne vorrebbero fare una sorta di Balotelli ante-litteram, soporifero e twitteroso anche se twitter ancora non c’era. Non c’hanno capito una beata mazza, come li correggerebbero quelli di Oxford. Eric Cantona è stato tra i più grandi calciatori moderni non solo a causa di un talento smisurato ma anche, e forse soprattutto, grazie a un’umanità sconfinata. Umanità in senso latino, mediterraneo: homo sum, humani nihil a me alienum puto. L’umanità storica di Publio Terenzio Afro, non quella anglosassone delle Ong diabetiche e degli “angeli” zuccherosi e dell’ “ama il prossimo tuo” a prescindere, estremisti del porgere l’altra guancia. Prima uomo e poi pallonaro, prima essere umano e solo dopo (e forse suo malgrado) figurina.


Vent’anni fa, giusto vent’anni fa, Eric Cantona – le Roi della sponda United di Manchester – volò oltre i cartelloni pubblicitari dell’Old Trafford e colpì, con un calcio volante alla Bruce Lee, tale Matthew Simmons, tifoso ospite del Crystal Palace. Figlio dei suoi (e dei nostri) tempi, Simmons s’era precipitato – all’espulsione di Cantona – dalla gradinata fin giù alla prima fila per dare del “francese figlio di puttana” a un fucking bastard dello star system del calcio che, evidentemente, riteneva di cartone e, perciò, inoffensivo. Solo che Cantona, prima uomo e poi pallonaro, prima marsigliese e mediterraneo e poi superstar del football, lo prese a calci. Volanti. Certo, la violenza non risolve niente. eric-cantona-nel-film-de-force-220324Cantona, però, è stato umano troppo umano in un mondo di cartone, disumanizzato e disumanizzante. Carne e sangue (al cervello) contro la teppa prima urlante e poi vergognosamente piagnucolosa che pensa di avere il diritto di insolentire impunemente tua madre dato che “ha pagato il biglietto”. Del resto, lo ha detto anche il Papa. Le mamme non si toccano se no arrivano i pugni. Funziona così, da sempre, in ogni scuola elementare e media del mondo. E pure nei bar, nelle discoteche, nelle fabbriche, negli uffici a volte anche nelle redazioni dei giornali progressisti e non. E’ una considerazione talmente ovvia e umana che subito s’è innescata una cagnara. Ma questa del pugno papale è un’altra storia, che interesserebbe più Renè Guenon che noi, infelici e pochi, che ripudiamo le statistiche ingegneristiche della Ds perchè cerchiamo ancora, nel calcio, qualche brandello d’epica.
E’ stata la salsedine del Mediterraneo e il fumo delle bettole del porto a fare di Eric Cantona l’icona che è ancora oggi. Capostipite no, capoclan forse. Dei marsigliesi del pallone, geni sregolati e umani, troppo umani. Non è stato certo l’unico dei marsigliesi della pedata a far parlare di sè per atteggiamenti e comportamenti che definire sopra le righe sarebbe davvero troppo poco. Zinedine Zidane, per esempio. Uno degli ultimissimi talenti francesi, il magnifico berbero di Juve e Real Madrid, ha tutto uno score di mattane – culminate con la testata mondiale a Materazzi – che nemmeno l’imposizione di un profilo bassissimo e quasi istituzionale (tra club, nazionale francese e Fifa) ha potuto nascondere.
Oggi Eric Cantona fa il direttore sportivo dei redivivi Cosmos di New York. Dal calcio giocato s’è ritirato a trentun anni perchè s’era stufato e voleva far l’attore. Ha tanti amici, come il regista Ken Loach che ha costruito su di lui il film “Il mio amico Eric”. Rimane politicamente scorrettissimo. Che Dio ce lo conservi. Le tirate contro l’avidità della finanza e del mondo delle banche, per esempio; le velleità politiche e presidenziali nel 2012 in Francia. Fa parlare di sè perchè fa quello che gli pare. Senza timori. E’ una figura strana, tipo il cattivo che diventa eroe ma che paladino proprio non può esserlo perchè gli manca il candore. Solo lui, in una celeberrima pubblicità degli anni ’90, poteva ammazzare a pallonate i demoni violenti e gli arbitri corrotti venuti a giocarsi a pallone il possesso della Terra. E solo lui poteva salutarli: “Au revoir” che, poi, qui in Italia divenne un umanissimo, apotropaico e glorioso “A soreta”.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

FA Cup. Le piccole eliminano dalla coppa Chelsea, City e Spurs

BradfordImponderabile. Illogica. Incredibile, ecco, forse sono questi i termini più calzanti per descrivere la Coppa d’Inghilterra, la più antica manifestazione tuttora disputata nata nel 1872, e in particolare quest’ultimo turno. Le big che cadono per mano di squadre di serie B o C, rimonte clamorose, pareggi e poi replay in stadi pieni e sognanti la gloria di Wembley, per una competizione tra le più avvincenti e affascinanti che esistano. Storie che sembrano uscite da un tempo antico, ma che invece sono avvenute in questo fine settimana.
Imponderabile. I giganti del Manchester United di Van Gaal, Di Maria, Falcao, Rooney e Van Persie sono di scena all’Abbey Stadium di Cambridge, contro lo United della città famosa in tutto il mondo per l’università, il canottaggio e la fiera rivalità con Oxford, ma decisamente molto meno per il calcio. Lo United di casa milita infatti in League Two, la quarta divisione del calcio inglese, ma ciò non impedisce ai locali vestiti di giallo e nero di alzare un muro e costringere il Manchester United al pareggio a reti bianche. I red devils ce la mettono tutta ma sprecano un’infinità di palle gol e rischiano solo in un’occasione, trovandosi però il muro eretto dai locali, per niente intenzionati a regalare loro la vittoria. Ora ci sarà il replay all’Old Trafford a decidere chi passerà il turno e approderà agli ottavi di finale.
Anche Liverpool e Sunderland, ai primi di febbraio, andranno a giocarsi la qualificazione a campi invertiti. I reds saranno di scena al Macron Stadium di Bolton, dopo il pareggio anch’esso a reti bianche e con pochissime emozioni (a volte capita anche in Inghilterra) tra le mura del vecchio e glorioso Anfield Road contro il Bolton delle vecchie conoscenze reds Heskey e Gudjohnsen, che milita in Championship da qualche stagione, i Black Cats cercheranno di battere il Fulham al Craven Cottage.
Illogica. Il Tottenham, prossimo avversario della Fiorentina in Europa League, sul verde prato di casa e sospinto dal forte vento del “When the Spurs Go Marching In” degli spalti del White Hart Lane, affronta il Leicester, vecchia conoscenza del calcio inglese che, dopo un decennio a vivacchiare sui prati cadetti, è tornato in Premier League e ora sembra corteggiare spudoratamente l’ultima posizione e il conseguente ritorno in Championship. I padroni di casa, messi in difficoltà dai blu delle Midlands sin dai primi minuti, passano in vantaggio con un rigore di Townsend e restano avanti fino al minuto 83, non senza difficoltà. Poi, appunto, l’illogicità del calcio e di questa competizione. Prima Ulloa pareggia sfruttando un rimpallo in area, poi al 92’, insperatamente(e complice un Vorm non proprio in versione Jascin), Schlupp segna il gol della rimonta delle volpi, che ribaltano il risultato e passano il turno, in un White Hart Lane ammutolito, eccezion fatta che per lo spicchio ospiti in delirio.
Illogica è anche la partita dell’Etihad. Il Manchester City dei fenomeni pagati a suon di milioni, secondo in Premier League e agli ottavi di Champions League, ospita tra le mura amiche il glorioso ma decaduto Middlesbrough, che gioca nella serie B britannica. I Citizens ci provano, attaccano e tirano in maniera incessante per tutto il primo tempo e buona parte della ripresa, meriterebbero il vantaggio ma davanti si ritrovano la retroguardia del Boro ben messa in campo e soprattutto i guantoni di Mejias Osorio, o la traversa, come per Lampard nella ripresa. Poi, illogicamente, il City va in confusione. Fernando e Caballero pasticciano e spianano la strada a Bamford per il clamoroso vantaggio ospite. Da lì in poi è il Middlesbrough a fare la partita, rischiando il raddoppio in più di un’occasione (clamorosa la progressione e il numero di Tomlin ai danni di un terrorizzato Kompany al 63’ che poi stampa sul palo il possibile gol del raddoppio) e cogliendolo al 90’, con una splendida azione di contropiede che chiude il match e mette la parola fine all’avventura in FA Cup dei mancuniani in blu.


Incredibile. O anche “Clamoroso a Stamford Bridge!”, prendendo a prestito e riadattando per l’occasione la famosa frase di Sandro Ciotti, è la partita Chelsea – Bradford City. La corazzata di Mourinho, schiacciasassi in Premier League, si ritrova ad affrontare tra le mura amiche il modesto Bradford, un passato anche in Premier League e ora in League One, la serie C d’Oltremanica. Compito agevole per i blues, che infatti si portano sul 2-0 già prima del 40’ grazie a Cahill e Ramires, servito alla perfezione dal possibile acquisto romanista Salah. Ma qui siamo in FA Cup, e al 41’ i Bantams accorciano le distanze grazie a una bordata di Stead, che manda in delirio il settore in giallorosso, già felice per aver fatto un gol ai londinesi. Ad un quarto d’ora dalla fine arriva il pareggio, con Felipe Morais, cresciuto proprio nell’Academy del Chelsea, che manda in visibilio il North Stand per l’occasione completamente occupato dai vessilli giallorossi. Ma non finisce certo qui, siamo in FA Cup! All’ 82’ Marriner ribalta il risultato, portando incredibilmente il Bradford in vantaggio. A nulla servono i 7 minuti di recupero, perché i Bantams segnano anche il 4° gol con Yeates in uno Stamford Bridge davvero incredulo. Il Bradford elimina il Chelsea e approda agli ottavi, con il sogno Wembley all’orizzonte. Mou, a fine gara, tranquillizza di non aver snobbato affatto la partita ma che, al contrario, sta tutta qui la bellezza di questa competizione, dove alle volte una piccola squadra ne batte una di gran lunga superiore.
Ma anche l’incredibile Southampton dei miracoli, terzo in classifica, si arrende in casa all’orgoglioso Crystal Palace trasformato dall’arrivo di Alan Pardew da Newcastle. Il primo tempo è scoppiettante: Pellè segna il vantaggio dopo soli 8 minuti, gli risponde due minuti più tardi Chamakh che pareggia. Al 16’ minuto Dann cerca di anticipare le punte dei Saints in area e finisce per mettere il pallone nella propria rete, per il nuovo vantaggio dei padroni di casa, raggiunti nuovamente dopo 5 minuti da Sanogo che pareggia i conti. Al 38’ Chamakh, sempre lui, addirittura ribalta il risultato portando in vantaggio le aquile di Londra per il 2-3 finale.
Il paragone. Quest’ultima giornata sembra essere l’esempio calzante della differenza tra la nostra coppa nazionale e quella britannica. Lungi dal cadere nella facile retorica del “all’estero è tutto migliore, qui fa tutto schifo” applicata al mondo pallonaro e diventare esterofili, ché non è nostra intenzione, viene spontaneo e quasi inevitabile però fare un paio di paragoni con il turno in coppa Italia appena disputatosi, e più in generale sullo stato della competizione. La Coppa Italia, inutile girarci intorno, nel nostro paese che pur vive di calcio è vista come un peso, e lo si vede dal larghissimo uso delle seconde linee, dal gioco svogliato in stadi freddi e semivuoti (in cui invece spiccano gli ultras, gli unici davvero sempre presenti, c’è da dirlo), da risultati tutto sommato scontati nonostante qualche sporadico brivido.
Emblematiche, a tal proposito, le parole di mister Sarri, l’allenatore dell’Empoli il quale, a margine dell’immeritata sconfitta a Roma contro i lupi giallorossi e tralasciando le polemiche sui torti arbitrali, aveva espresso chiaramente il suo disappunto verso la coppa : “A me non piace. Per il tipo di regolamento che ha, la ritengo la manifestazione più antisportiva d’Europa. Penso non ci sia paese europeo in cui ci sono squadre che entrano al quinto turno. Quindi di andare fuori in coppa italia non mi importa nulla”.
Un punto lo ha centrato, in effetti. Magari è solo un analisi superficiale, chissà, però viene da chiedersi cosa potrebbe succedere se la Juve, anziché giocare da gennaio in poi, entrasse in gioco già a settembre e si ritrovasse ad affrontare il Matera disposto a vendere cara la pelle nella partita della vita? Il Napoli andare a giocare a L’Aquila con il serio rischio di essere battuto? O la Roma, vedersela contro la gloriosa Spal? Ne abbiamo avuto un piccolo assaggio in questi anni, con San Siro invaso dai tifosi del Novara o dello Spezia per la partita della vita o gli avellinesi colorare di biancoverde lo Juventus Stadium , pur sapendo che la propria squadra ne avrebbe prese di santa ragione. Sarri potrebbe aver centrato il punto.

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

StorieDiCalcio. Elogio dello stadio tra rumori, profumi e istinti

upton-park-310x232Nella vita reale si sentono gli odori. Succede anche negli stadi e sui campi di calcio. In televisione, no. Nelle dirette Sky, purtroppo, gli odori non arrivano. Ancora. Però ci dovrebbero pensare. Perché è un peccato per chi sceglie di restarsene a casa a seguire la partita della sua squadra del cuore sdraiato sul divano. Forse, in quella posizione, gli arrivano gli odori del sugo che bolle in cucina. Ma chi ha frequentato un po’ gli stadi sa che non è proprio la stessa cosa.
Lo stadio è un animale: è terra, è erba tagliata di fresco, è folla. E’ gli odori di tutte queste cose che si mescolano. Una volta era anche l’odore rassicurante di noccioline tostate e sbucciate. Poi quello acre dei fumogeni e quello irritante dei lacrimogeni. L’odore di polvere pirica dopo l’esplosione di un petardo, prima dei Daspo.
Lo stadio è anche il susseguirsi delle stagioni, che davanti alla tv di Sky si avverte molto di meno. E’ l’odore delle prime piogge autunnali che ti fa capire come sia arrivato il momento di rimettersi a lavorare dopo la pausa e i sogni dell’estate. Il tempo di cominciare a mettere fieno e punti in cascina per far crescere le speranze e la classifica. Dopo la semina d’autunno, arrivano i profumi dell’inverno, l’umidità, il freddo che fa serrare le fila dei tifosi. Infine il tempo della raccolta, la primavera; quando si fanno i conti per sistemare la classifica, per strappare la sospirata salvezza, per conquistare la promozione, o la vittoria inseguita da tanto tempo. E’ comunque la stagione degli odori forti, anche allo stadio; del sudore di chi ti esulta vicino (ed è l’unica volta che riesci a sopportarlo senza storcere la bocca), di chi ti abbraccia per festeggiare insieme.
Lo stadio è un animale. Anche per i rumori che fa. Nessun sistema dolby surround riuscirà mai a rendere il boato della folla dopo un gol come lo sente chi sta dentro il catino di uno stadio. Nessun impianto hi-fi ti farà sorridere come quando senti dal vivo i lazzi dei tifosi della curva dietro al portiere avversario al momento del rinvio. Nessun impianto per quanto sofisticato è in grado di rendere l’emozione di un coro d’incitamento che parte dalla curva e s’impossessa poi di tutto lo stadio fino a diventare un ruggito.
Per tutto questo lo stadio è e resterà sempre un animale, che – in quanto tale – non sarà mai in grado di farsi intervistare dai microfoni di Sky. Al limite potrebbe rilasciare un ringhio. Oppure un ghigno. Ma sempre animalesco.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

Con Novara-Alessandria sono ritornate le sfide del quadrilatero

Alessandria-Novara 23_01_2015 (92)Rimonta vincente, al Novara è andato il derby piemontese contro l’Alessandria: vittoria per 2-1 davanti al pubblico amico.
Ma poco importa che si sia trattato del big match del girone A della Lega Pro e che il Novara, che avrebbe voluto essere ripescato in serie B, sia visto da molti come la vera squadra da battere, forte del duo Felice Evacuo-Pablo Andrés González. Quello che conta è che le partite tra il Novara e l’Alessandria sono mai sfide normali e affondano le radici nella storia più bella e mitica del calcio italiano.
Il metodo di lavoro che George Arthur Smith, allievo di William Garbutt, applicò all’Alessandria presentava aspetti inediti per il calcio italiano dei primi decenni; introdusse allenamenti intensi e mirati, irrobustì il centrocampo arretrando due attaccanti per ispirare meglio la manovra offensiva ed insegnò un gioco corale basato su schemi e palla a terra.Alessandria-Novara 23_01_2015 (187)
L’opera di Smith, morto durante la Prima guerra mondiale, fu ripresa da Carlo Carcano (che la esportò alla Juventus e in Nazionale), dall’ungherese Béla Révés, dal viennese Karl Stürmer e da Umberto Dadone, e garantì alla giovane società diversi decenni di militanza ad alti livelli facendo affidamento su elementi provenienti quasi esclusivamente dal vivaio.Alessandria-Novara 23_01_2015 (217)
Alessandria, la cui scuola calcistica sfornò autentici campioni come Adolfo Baloncieri, Luigi Bertolini, Giovanni Ferrari e Gianni Rivera, tanto per citarne alcuni, andò così a comporre il “quarto lato” di quello che la Gazzetta dello Sport in un’inchiesta del 1914 definì il “quadrilatero delle università del foot-ball”, completato da Vercelli (sette scudetti vinti), Novara (vi giocò anche Silvio Piola) e Casale Monferrato (il primo club italiano a battere un sodalizio inglese, il Reading nel 1913, e scudettato nel 1914), tutte città dove l’”autodidattica calcistica” aveva avuto come inaspettato risultato una “sicura marcia ascensionale di unità che fino a ieri erano confinate in una categoria inferiore”, contro cui nulla potevano “il rinnovarsi e l’intensificarsi della forza degli squadroni maggiori”.


Il giornale notava che una realtà di provincia poteva attuare “una sorveglianza diretta della sua squadra”, e che il giovane calciatore “nella piccola cerchia della vita cittadina che si alimenta delle nuove tradizioni sportive e le difende ad oltranza”, lontano dalla “tumultuosa e pericolosa vita scapigliata”, era pressoché obbligato “a spendere le ore di svago e di riposo nei quotidiani esercizi di allenamento”.
Gianni Brera, maestro di giornalismo, descrisse così le radici storiche delle sfide del quadrilatero: “Vercelli e Casale fanno parte del cosiddetto quadrilatero pedatorio piemontese, che comprende anche Novara ed Alessandria. La regione è di ethos composito… Per quando si riferisce al nerbo e alla bellezza (in senso morfologico) siamo al miglior livello italiano, ma non stupisce che il calcio tecnicamente più valido si giochi ad Alessandria, dove l’ibridazione etnica è più recente, e anche a occhio nudo è possibile rilevare una maggior aitanza della gente comune. Per essere composito, l’etnos del quadrilatero giustifica avversioni municipali che la dicono lunga sul carattere di questi padani. Il calcio offre magnifici pretesti a faide collettive e ricorrenti. Scendere sul campo di questa o di quella città significa essere pronti a qualsiasi conseguenza, non escluso il ricovero in ospedale”.

 

(mbocchio)

Dopo gli striscioni su Superga e l’Heysel, ora anche l’alluvione: tifo sempre più avvilente

NovaraAlessandriaEra già abbastanza avvillente l’idea di mettere il cartello -39 sul lunotto del pullman, nel posto dove in genere si piazzano i santini di padre Pio o il nome della scuola, come una festosa locandina del pellegrinaggio o della gita. Lo spirito di quei tifosi della Fiorentina a Torino doveva essere, in effetti, quello di un pellegrinaggio di seguaci della demenza da stadio. Poi però c’è stato lo striscione esposto nel settore ospiti, con Chiellini paragonato alle scimmie. E il solito -39, l’Heysel evocato, la colonna sonora con il coro sull’amore per il Liverpool. Ed ancora il vergognoso riferimento alla tragedia di Superga durante il derby con le lacrime di Sandro Mazzola pensando al padre Valentino e agli eroi del Grande Toro. Non basta. Cori vergognosi. Insulti che segnano il degrado morale cui si può arrivare su un campo di calcio: “Suicidati, buttati, ammazzati, devi morire, pezzo di m…”. Questi i termini, i modi con cui alcuni tifosi del Torino si sono rivolti al responsabile del settore giovanile della Juventus, Gianluca Pessotto, al termine della stracittadina Primavera (Coppa Italia) disputato lo scorso dicembre a Venaria.
Insomma, non proprio un singolo episodio e non proprio un singolo deficiente.
Sappiamo benissimo la rivalità esistente tra il Novara e l’Alessandria. Ebbene, proprio alla vigilia del big match dell’attuale campionato di Lega Pro, un anonimo supporter novarese, trincerandosi dietro al nickname “Ex curvaiolo” e prendendo come spunto le gloriose maglie grigie dell’Alessandria, ha diffuso sulla rete il seguente messaggio: “Siete grigi come il fango del Tanaro… merde”.
Non proprio una bravata, non proprio il feroce autocompiacimento di anonimi annoiati, ma piuttosto la fiera rivendicazione di appartenenza a un’idea dello stadio come teatro del peggio: noi godiamo a ricordarvi i vostri morti, ci piace così da sempre e dunque lo facciamo e basta.
La memoria è subito tornata indietro soprattutto a quel tragico novembre 1994: le città e i paesi duramente colpiti dalla terribile alluvione che portò morte e distruzione: 68 morti, migliaia di sfollati e 20mila miliardi di lire di danni.
Il Piemonte fu sconvolto allora da una delle esondazioni più disastrose nella sua storia che si estesero dal Cuneese all’Astigiano, all’Alessandrino e al Torinese. I bacini più colpiti furono quelli dei fiumi Tanaro, Bormida, Belbo e Po.
Il Novara per ora tace. A differenza di Andrea Agnelli che chiese pubblicamente scusa a nome della Juve per l’evocazione di Superga, il club azzurro non ha ritenuto per il momento di mandare un dirigente a dissociarsi: ma magari lo farà presto, e con la stessa veemenza con cui sono stati messe sotto accusa le autorità federali per il mancato ripescaggio in serie B.
In un campionato che sul campo ha pochissimo da dire, d’altra parte, ci si diverte altrove: sui pullman, in tribuna, fuori dalle curve chiuse per razzismo o abbandonate per odio verso il presidente, sotto le sedi della Federazione, nei cortei di protesta in motorino. Poi qualcuno ancora si stupisce che sempre più gente si diverta, la domenica, a fare proprio altro: una bella gita (senza -39 sul lunotto), un bel film al cinema (senza colonna sonora sulle stragi), al massimo una bella partita vista in salotto davanti alla tv. Bella? Vabbé, mica sempre, anzi, raramente. Ma almeno i cori non si sentono e gli striscioni non li inquadrano. Al massimo ti fanno vedere qualche replay di gente che si mena in area di rigore.

 

(mbocchio)

Psg: è braccio di ferro Ibra-Cavani. La Juve sta a guardare

cavani_1042403sportal_newsIl club di Parigi non sta attraversando un buon momento. La squadra del sempre più discusso Blanc è terza in Ligue 1 e nettamente sfavorita in Champions, dove agli ottavi affronterà il Chelsea. Come se non bastasse deve fare i conti col dualismo tra Ibrahimovic e Cavani. Secondo il quotidiano francese L’Équipe la convivenza tra i due è diventata insostenibile. Se all’inizio tutto veniva mascherato, adesso è guerra.
I primi mugugni, soprattutto da parte di Cavani, prima di Chelsea-Psg dello scorso anno, quando si era lamentato di non giocare centravanti. A Londra, peraltro, Cavani ha giocato malissimo ed il Psg è stato clamorosamente eliminato. A Ibrahimovic quello sfogo non è affatto piaciuto, come non sono piaciute le scuse tardive (e in italiano) del Matador per il rientro posticipato dalla vacanze di Natale. Cavani non ha mai digerito il fatto di dover fare da sparring-partner a Ibrahimovic ed è finito ai margini della colonia “italiana” del Psg, capeggiata ovviamente dallo svedese.

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I due fuoriclasse rimarranno sotto la Torre Eiffel fino al termine della stagione, poi il Psg farà la scelta. Sembra che a pagare sarà Cavani, anche se i dirigenti del club non hanno intenzione di svendere un giocatore sul quale si è fatto un investimento enorme.

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Della situazione è pronta ad approfittare la Juventus, che con l’uruguaiano completerebbe un reparto offensivo sempre più da sogno. Secondo Tuttosport, infatti, sarebbe proprio lui il top player su cui si butterebbea giugno il club bianconero in caso di cessione di Paul Pogba, sulle cui tracce, oltre al Manchester United, nelle ultime ora è tornato prepotentemente il Chelsea.

 

(mbocchio)

Real Madrid pigliatutto anche per fatturato. E le italiane arrancano

Real-Madrid-c5a-670x274Ti piace vincere facile?” È il Real Madrid pigliatutto di Florentino Perez la società di calcio cui potrebbe essere associata la notissima pubblicità dei gratta e vinci. Tormentone musicale compreso. Già perché per l’ennesimo anno, secondo il rapporto della Football Money League che analizza il giro di affari dei maggiori club calcistici europei, proprio la squadra guidata da Carletto Ancelotti si aggiudica il primo posto per fatturato. Insomma, più titoli conquistati significa anche maggiore potere economico. E possibilità di prendere i pezzi più pregiati del mercato calciatori. Il Real Madrid ha incassato nella passata stagione ben 549,5 milioni di euro con un incremento del 6% rispetto all’anno prima. Stagione che ha visto per l’appunto il Real aggiudicarsi la “Decima” Coppa dei Campioni, o Champion League come adesso si chiama. La prima delle italiane è la Juventus, che però occupa soltanto la decima piazza.

Ecco l’elenco della Football Money League

Ma ecco la lista dei top club europei per fatturato: dietro al Real Madrid si piazza il Manchester United con un fatturato di 518 milioni, frutto delle sponsorizzazioni (+34%) e delle vendite (+24%). Terzo posto del podio è appannaggio del Bayern di Monaco di Guardiola con 487 milioni. Quarto posto al Barcellona di Leo Messi che ha fatturato 484,6 milioni; quinti e sesti i due club appannaggio degli sceicchi: il Paris Saint-Germain che di milioni ne ha prodotti 474 e il Manchester City con 414.

Le squadre italiane arrancano

Per vedere la prima squadra italiana bisogna scendere giù sino al decimo posto della classifica appannaggio della Juventus di Allegri. Prima della quadra torinese ci sono però ben tre club inglesi, a dimostrazione dello strapotere economico della Premier League rispetto alla nostra serie A: il Chelsea, l’Arsenal e il Liverpool rispettivamente al settimo, ottavo e nono posto. I campioni d’Italia precedono in questa speciale classifica il Milan che è dodicesimo, il Napoli sedicesimo e l‘Inter al diciassettesimo posto. Purtroppo il giro d’affari delle squadre italiane, eccetto appunto i bianconeri che hanno anche lo stadio di proprietà, è diminuito o rimasto invariato negli ultimi dieci anni. Esattamente l’opposto di quanto accaduto in Spagna, Inghilterra e anche Francia (ma solo per il Psg) dove le entrate dei club sono raddoppiate. Insomma non solo un Real Madrid pigliatutto anche per fatturato, ma almeno altre otto squadre con cui è arduo competere a livello economico. Un gap che sarà difficile da colmare a breve e che rende perciò più problematica la conquista dei trofei continentali alle nostre squadre.

 

(rassegna stampa, Il Secolo d’Italia)