“La Squadra d’oro” spazzata via dai carri armati sovietici

UngheriaTerror Háza, Casa del Terrore. L’indirizzo, Andrássy út 60, Budapest. Questo edificio ricorda torture, stragi, massacri ed eccidi. È il simbolo, tremendo, dei 100 milioni di morti ammazzati dalle dittature comuniste in tutto il mondo. Ed è qui, attorno a questo palazzetto ungherese a tre piani in stile neorinascimentale costruito alla fine dell’Ottocento, che, da una quindicina d’anni ogni 25 febbraio, si raccolgono migliaia di persone per celebrare solennemente la Giornata Nazionale delle vittime del Comunismo.
Nel 2000 il Parlamento ungherese ha deciso di ricordare in maniera tangibile le vittime dell’Olocausto compiuto in nome dell’ideologia comunista, quei cento milioni di morti ammazzati che sono la vergogna dell’umanità.
Tra i simboli della tragedia del comunismo c’è anche la vicenda di un grande campione di calcio, Ferenc Puskás.
Un unico filo che tiene insieme storie e avvenimenti diversi. Il calcio come protagonista della storia, come televisione che sembra commedia dell’arte, o come rito di passaggio della vita. Il calcio, insomma. Solo un gioco, più di un gioco.
Carri armati e pallone. Speranze e tradimenti. Sogni e crudeli risvegli. La libertà che finisce. Ungheria 1950, nel grigio clima del regime comunista nascque l’Aranycsapat, la Nazionale di calcio di Puskás e Hidegkuti. Una squadra che regalò vittorie, spettacolo. Ma soprattutto tanta gioia agli ungheresi oppressi da un regime spietato e dispotico.Puskas
“La Squadra d’oro” la chiamavano. Capace di giocare 50 partite, vincerne 43, pareggiarne sei. E perderne una, ma importantissima: la finale di Coppa Rimet con la Germania. La storia di quella Nazionale si scontrò però con i fatti che sconvolsero l’Ungheria nel 1956 .


Soprattutto i giovani adoravano Puskás e credevano che quella fosse più di una squadra di calcio. Le sue vittorie, nella manipolazione del regime, confermarono che il comunismo avrebbe avuto la meglio sull’odiato occidente capitalista. Ma quello che per gli adolescenti è un semplice sogno, per il regime ungherese diventò uno straordinario mezzo di propaganda e controllo delle masse. “La vittoria è necessaria al partito” dicoevano i burocrati del governo. E l’Aranycsapat vinse.
Trionfi su trionfi. Gli inglesi umiliati a casa loro. Puskás, Hidegkuti, Kocsis, Budai, Bozsik. Più che una squadra, una filosofia di gioco. Imbattibili, o quasi. Ma la sconfitta nella Coppa Rimet nel 1954 fece scattare la delusione. E la rabbia verso il regime. Scoppiò la rivolta, la gente chiese democrazia, il mausoleo dei dirigenti comunisti si sgretolò. Arrivò Imre Nagy. La gente andò in piazza. Lottò. Ci furono gli scontri, molti videro i loro amici falciati dalle raffiche dei soldati russi. Il sogno venne spazzato via dai carri armati sovietici. “La Squadra d’oro” non c’era più. La speranza di cambiamento nemmeno.Soccer - Friendly - England v Hungary - Wembley Stadium
Allo scoppiare della Rivoluzione ungherese Puskás si trovava insieme a tutta l’ Honved in Europa e la squadra decise di non tornare in Ungheria, almeno per il momento, notando la situazione assai complessa. Alcuni giocatori cercarono di fare emigrare clandestinamente anche le proprie famiglie, per questa diserzione tutti i giocatori ricevettero una squalifica di due anni da parte dell’Uefa e Puskás passò questo periodo tra l’Italia e l’Austria complice anche il fatto che fosse circolata insistentemente anche la notizia della sua morte durante gli scontri. Trovò quindi nel 1958 posto nelle file del Real Madrid di Santiago Bernabeu, per diventare un’autentica leggenda.

 

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Da Ascoli… a Bilbao, il Toro è nella storia

Europa-league_artikelBoxLa sofferenza è nella natura del Toro, fa parte della sua storia. E allora passare il turno così, soffrendo, dopo essere stati raggiunti più volte e aver trovato la forza di scappare ancora, è stato il massimo. Lo è stato per i 2500 “maratoneti” in trasferta e lo è stato per il popolo granata rimasto a casa a trepidare, davanti alla tv, mentre gli uomini di Ventura confezionavano questo pazzo 3-2 a Bilbao che li qualifica agli ottavi di Europa League. Nella serata dell’en plein italiano in coppa, è vendicato anche il Napoli, che per mano dei baschi aveva detto addio ai gironi di Champions League.QuagliarellaBilbao
“Siamo nella storia”. Con queste parole Giampiero Ventura ha voluto sottolineare l’impresa basca.
“Siamo il primo club italiano a vincere qui a Bilbao – ha ricordato l’allenatore ligure -. Abbiamo giocato con molta ambizione e ora siamo felici, dopo aver passato una tappa difficile. Ci rimarrà l’orgoglio per una prestazione straordinaria. Il segreto della vittoria? Aver giocato a calcio con personalità leggendo bene tutte le situazioni. Siamo scesi in campo con serenità, avremmo anche potuto chiuderla prima”.
“Prima della partita mi sono fermato con Glik, Darmian e Vives e ho ricordato loro la partita di Ascoli, la nostra prima in serie B – ha svelato ancora Ventura -. All’epoca davvero non sapevamo cosa ci attendesse. Per loro essere arrivati fino all’Europa League è un motivo di orgoglio, così come essere ancora in corsa in campionato dopo aver sbagliato tre rigori”.

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Nella mitica Catedral, sulle cui ceneri è stato eretto il San Mames, ci aveva addirittura lasciato le penne la Juventus il 18 maggio 1977 per 2-1. Era la finale di ritorno della Coppa Uefa ma, in virtù dell’1-0 dell’andata, i bianconeri conquistarono ugualmente il trofeo.

 

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L’Anpi all’attacco del giocatore dell’Ascoli. “Ma oggi se dici saluto Romano pensano che stai salutando Prodi trombato”

Leo Perez (1)Sos. In un clima certamente non costuituente, di accelerazione in accelerazione, di forzatura in forzatura, il premier Matteo Renzi è arrivato in solitudine al traguardo delle riforme.
Non da trionfatore, con le opposizioni che non votano. In poche parole, per dirla come Stefano Fassina, “Renzi ha tirato la corda in una direzione che ferisce la nostra Costituzione. Siamo, come si vede, ormai al di fuori della dialettica in seno a un partito”. Bensì “quasi a un punto zero della democrazia”, dice il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky.
Già, ma dove sono i girotondi di berlusconiana memoria, dove sono oggi i vari Pancho Pardi e Dario Fo che accendevano le polveri, dov’è il Popolo Viola e dov’è addirittura l’Anpi, l’associazione dei partigiani, che si strappava le vesti in difesa della Costituzione quando premier era il Cavaliere?
Niente in vista all’orizzonte. Ma a ben guardare l’Anpi invece, si è mobilitata per il giocatore dell’Ascoli Leo Perez.
Oibò, ma cosa avrà mai fatto di tanto grave? L’associazione partigiana chiede che l’attaccante bianconero non esulti più dopo un gol con il braccio destro alzato, a ricordare il saluto fascista. Il calciatore da tempo va spiegando che non è questa l’ispirazione della sua esultanza e chiede di evitare di strumentalizzare politicamente il gesto.
Punta centrale, 26 anni, italo-argentino, Perez segna e saluta sempre allo stesso modo: corre verso la curva e alza il braccio destro teso in alto. Con o senza maglietta. Ogni gol segnato nel girone B di Lega Pro viene festeggiato con il braccio alzato rivolto ai supporter bianconeri. “Un saluto romano in piena regola”, sostiene l’Anpi. E giù il tormentone.Calcio:Perez,'mio saluto dopo gol non ha connotato politico'
Il caso di questi saluti non è inedito nel mondo del calcio: “Sono fascista ma non sono razzista” disse Paolo Di Canio all’indomani del saluto romano alla curva sud della Lazio nella partita con il Livorno dell’11 dicembre 2005. Mentre al centrocampista dell’Aek Atene Giorgos Katidis il saluto nazista a torso nudo dopo la vittoria in Super League contro il Veria ad Atene nel marzo 2013, costò la radiazione dalla Nazionale greca.
Ma ci fu anche chi, fedele alla propria ideologia comunista come Paolo Collier, salutava il proprio pubblico negli stadi con il pugno sinistro alzato.
Nel 1988 fa moriva il leader del Msi Giorgio Almirante: ai funerali il saluto romano chiuse un’epoca. “Da allora è solo folclore, ma è ridicolo ritenerlo reato”, è convinto Marcello Veneziani.
“Il saluto romano cominciò a declinare quando cominciarono le vie di mezzo, i saluti a mezz’asta, le manine ambigue con leggera motilità, per dissimulare l’atto impuro, come quelle che si usavano nelle auto kitsch di un tempo appiccicate ai lunotti – ha spiegato Veneziani – . Sono grotteschi i saluti romani in epoca democratica e antifascista. Ma ancora più ridicolo far scattare la denuncia d’apologia di fascismo per un saluto innocuo e antico, come se il folclore fosse criminalità. La nostalgia è un sentimento, non un delitto. Si può esser giudicati fessi per un saluto romano, non delinquenti. Anacronistici, non terroristici. Tanto per fare archeologia comparata, non mi dispiace neanche il pugno chiuso, ha una forza simbolica raccolta e concentrata, una promessa che coincide con una minaccia. Però che volete, provo maggior simpatia estetica per il saluto romano rispetto al pugno chiuso. È un segno estroverso, meno cattivo, più classico, più naturale, più socievole e più teatrale, perfino autoironico…”.
Per concludere: “Oggi se dici Saluto Romano pensano che stai salutando Prodi trombato. A volte ho nostalgia del saluto romano. Ti evitava con un gesto unico e collettivo giri prolissi con fastidiose strette di mano, scambi di cortesi e sudate ipocrisie del tipo ‘piacere, onorato, molto lieto’, e via coglionando il prossimo con ricevuta di ritorno. Rivalutai il saluto romano dopo una conferenza in un Lions club, quando alcune persone stringendomi la mano, mi tastarono con un dito il polso; mi dissero poi che era il saluto massonico. Se era ridicolo il primo, non vi pare ridicolo pure il secondo? Erano un po’ comici i camerati che a fascismo sepolto andavano in camicia nera, ma non trovate un po’ comici pure i fratelli col cappuccio e il grembiulino?”.

 

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Quando il Toro incornò il Real Madrid. La Maratona sapeva che stava per succedere qualcosa di speciale

Toro e Real Madrid (1)Il Toro va nella bolgia basca del San Mames. Fa sempre un certo effetto parlare di tori in terra spagnola, visto che viene subito spontaneo pensare alle corride. E quella di questa sera contro l’Athletic Bilbao sarà sicuramente una corrida, una sfida difficile ma possibile per i granata che tentano di superare il turno di Europa League dopo il 2-2 dell’andata.
“In qualche modo il Toro è nel mio destino, ho sempre amato la corrida… Ne ho viste tantissime fin da bambino di corride. Mio padre faceva il macellaio, mi portava sempre con sè. Dopo le corride macellava gli animali morti. Aiutavo gli adulti a spostare le carcasse, prendevo anch’io il toro per una zampa. L’abitudine mi ha tolto ogni paura. Non mi impressionavo a vedere il toro morire nell’arena, a vedere tutto quel sangue dopo, quando veniva squartato. Mi pareva tutto naturale. Per me era solo un divertimento andare alla corrida”, disse Fernando Llorente alla vigilia del derby della Mole, lui che è cresciuto proprio nell’Athletic Bilbao.Toro e Real Madrid (2)
La corrida per quasi tutto il mondo rimane una barbaria, non per la Spagna. “È ancora una tradizione molto amata. Volevo diventare un torero, da piccolo. E spesso mi travestivo da torero”, concluse l’attaccante juventino.
Ma nella corrida capita anche che il toro possa incornare proprio il torero. E, proprio parlando del Torino, ciò avvenne addirittura contro il Real Madrid, evento che costituisce un precedente ben augurante.Toro e Real Madrid (4)
Che notte quella notte! Lo stadio Delle Alpi pieno zeppo lo si vedeva raramente, soprattutto quando era la sponda granata di Torino a giocarci: la scomodità e la scarsa visuale non invogliavano di certo una città che stava già iniziando a perdere, pian piano, quella contrapposizione storica che faceva di Toro-Juve uno dei derby più belli del mondo.
Ma che notte quella notte! Non c’erano le luci della grande ribalta perchè non era San Siro. “Ma eravamo tutti lì”, ricordano i tifosi del Toro: una volta si diceva torinisti, quando la voce di Ciotti graffiava ancora fuori dalla radio, oggi basta dire del Toro e già la cosa in sè richiama tutta una serie di sventure calcistiche, più che corride e melodie spagnoleggianti. Per questo ricordare quella notte, che di spagnoleggiante ebbe molto, fa quasi strano per chi del Toro conosce tutto: perchè la leggenda granata in Italia è già consegnata alla storia, ma a livello internazionale la maledizione aleggia più forte che mai.

 

Perchè il Grande non fece in tempo a lasciare il segno della storia agli albori della Coppa dei Campioni, perchè il Puliciclone si infranse sulle montagne del calcio atletico degli anni ’70, e perchè le altre campagne europee si risolsero in una tempesta in un bicchier d’acqua.Toro e Real Madrid (3)
Ma quella notte, proprio quella notte, la curva Maratona sapeva che stava accadendo qualcosa di speciale, anche se non sapeva che quelli sarebbero stati gli ultimi, veri, anni ruggenti. Ma allora era il 15 Aprile del 1992, e un anno prima di alzare l’ultimo trofeo della sua storia, la Coppa Italia 1993 strappata alla Roma, il Torino affrontava il Real Madrid nella semifinale di ritorno di Coppa Uefa. Proprio il Real Madrid, a Torino a giocarsi una finale europea col Toro, l’anno in cui la Juventus dopo quasi quarant’anni non partecipava alle Coppe.
Un sogno, e a snocciolare la formazione di quella sera (Marchegiani, Bruno, Mussi, Fusi, Annoni, Cravero, Scifo, Lentini, Casagrande, Martin Vazquez, Venturin) i tifosi granata hanno la consapevolezza che al di là dei miti di Superga e degli anni ’70, i tempi belli sono esistiti eccome. C’erano Lentini, pieno di talento e di imprevedibilità, Scifo e Martin Vazquez (strappato l’anno prima proprio al Real, a suon di miliardi!) che portavano l’esperienza internazionale, e soprattutto in panchina c’era un allenatore destinato a restare nel cuore della Maratona, per una sedia alzata in cielo per protestare contro l’ennesima grande ingiustizia granata, nella finalissima contro l’Ajax.Toro e Real Madrid (5)
Sì, perchè quella notte impossibile, sembra tale proprio perchè ci fu un lieto fine strepitoso, quasi inedito nella tormentatissima storia del Toro: 2-0 in casa alla squadra più prestigiosa del mondo, un’autorete di Rocha e un gol di Fusi spalancarono le porte del paradiso, la prima finale europea. Ma il Toro, che sennò non sarebbe il Toro, quella finale la perse contro l’Ajax, tra pali colpiti e rigori negati ad Amsterdam che scatenarono l’ira di Mondonico di cui sopra. Poi le strade si separarono, e per il Toro furono solo dolori, e una partita così non arrivò più.
Eh già, che notte quella notte, e che bello per un tifoso granata soprattutto pensare che c’è stata davvero.

 

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Champions. Juventus: Tevez, riecco il ciuccio

JuveBorussia BildCarlos Tevez ha festeggiato il gol nell’ottavo di finale di Champions contro il Borussia Dortmund mettendosi in bocca un ciuccio, nascosto nei pantaloncini ed estratto durante l’esultanza.
L’attaccante della Juventus aveva già gioito in questo modo a settembre, in occasione della rete contro il Milan. Sul web non si risparmiano l’ironia e le domande su dove l’Apache tenesse il ciuccio fino a quel momento.
Massimiliano Allegri accoglie soddisfatto la vittoria per 2-1 contro i tedeschi: “Potevamo fare un gol in più, però direi che il risultato è giusto. Abbiamo fatto una buona partita, specie nel secondo tempo abbiamo concluso tanto. I ritmi li abbiamo elevati, concedendo zero occasioni al Borussia. Loro giocano bene in velocità, con spazio alle spalle. Abbiamo fatto la gara che dovevamo fare, le gare a questi livelli sono equilibrate. Abbiamo difeso in modo ordinato, sbagliando qualche contropiede in campo aperto. Alla fine sono contento della vittoria e di quanto fatto dai ragazzi”.
Il Borussia ha dominato per lunghi tratti di gara a centrocampo: “Abbiamo impostato la gara giocando a cavallo del centrocampo non concedendo spazi alle spalle. Devi usare la testa, a questi livelli non domini l’avversario e devi fare bene. Nella ripresa abbiamo mostrato buone combinazioni, recuperando palla più avanti. Nel primo tempo erano molto intensi, poi sono calati e giocando di ripartenze abbiamo creato pericoli. Volevamo aggredirli alti, ma quando non riesci devi fare pressione a metàcampo, senza andare allo sbaraglio. I dettagli fanno la differenza, i ragazzi sono molti bravi”.

Carlos Tevez non si illude dopo il 2-1 maturato allo Stadium: “La sfida è apertissima”.
Un risultato positivo: “Sì, penso che abbiamo vinto una bella partita, il gol loro è stato un errore nostro, ma penso che abbiamo fatto una bella partita”.
Al ritorno sarà una partita difficile: “Sì io penso che quando comincia la Champions non c’è partita chiusa, neanche se oggi vincevamo 3-0. Andiamo a Dortmund ,dove non sarà una partita semplice. Io penso che tutto sia difficile”
Funziona l’intesa con Morata: “Stiamo giocando insieme da abbastanza partite e questo si è visto in campo”Tevez e ciuccio

La polemica di Klopp: “Pogba almeno da giallo”

Jurgen Klopp ammette di aver perso meritatamente, ma lo fa con l’amaro in bocca. L’allenatore del Borussia Dortmund, intenzionato a giocarsi le proprie carte al ritorno, in casa: “Abbiamo giocato meglio nel primo tempo, avevamo l’intenzione di fare pressing sui portatori di palla e sui centrali Bonucci e Chiellini. Abbiamo regalato due gol troppo facili alla Juve, è sempre un problema in queste gare”.
“Nel primo tempo avremmo meritato qualcosa di più, ma nella ripresa i bianconeri hanno meritato la vittoria e forse avrebbero meritato altro – riconosce il mister -. Abbiamo delle chance per il ritorno, per noi cambia poco: dobbiamo vincere in ogni caso in Germania. Dobbiamo sfruttare il calore del nostro pubblico. Possiamo recuperare al ritorno, possiamo riuscirci sul nostro campo”.

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Klopp però non ha digerito la decisione di lasciar proseguire, da parte dell’arbitro, su una presunta manata di Pogba a Kirch: “Alcune decisioni dell’arbitro non mi sono piaciute, Pogba era almeno da giallo”, conclude.

 

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StorieDiCalcio. Silvio, Wanda e il thailandese: il triangolo crepuscolare del Milan

silvio-milan“Il Milan? Un affare di cuore, costoso, ma anche le belle donne costano”.

Silvio Berlusconi

 

 

In principio fu l’elicottero. Scese aviotrasportato e si palesò ai suoi: “Adoro l’odore del napalm al mattino”. Rubando la battuta a quel militare americano che combatteva i vietcong, in “Apocalypse Now”. Era il 1986, Madonna cantava “Isla Bonita”, Gianna Nannini spantecava per il suo “Bello e impossibile”, al cinema usciva “Top Gun” e Ronald Reagan, alle prese con l’Irangate, ad aprile, aveva bombardato la Libia di Gheddafi.
Lui, Berlusconi, apparve dal cielo come un cavaliere che prometteva l’Apocalisse del vecchio pallone. La sua squadra, il Milan, rimase di stucco. I tifosi si gasarono e lo juventino Stefano Tacconi si buscò una multa dal presidente Boniperti, che gli pagò direttamente l’Avvocato Agnelli: “L’elicottero gli servirà per scappar via”. Silvio invece non scappò e fondò l’epopea degli Invincibili. Dopo anni passati a sguazzare nel fango della B, causa Totonero, con il patema del fallimento Farina concausa di troppe mediocri stagioni, il Milan ritrovava – per la prima volta dopo l’Abatino Gianni Rivera – l’orgoglio rossonero.
Cancellò ogni riferimento a ciò che era stato prima di lui, anche perchè con Rivera non andò mai d’accordo. Silvio Berlusconi creò il “nuovo” Milan, squadra imbattibile con una narrazione: la famiglia di Milanello, chi arriva qui una volta è milanista per sempre.


Bisogna aspettare un po’ prima di poter alzare al cielo un trofeo. Prima si deve svecchiare, pianificare, ripartire. La parola d’ordine rossonera è una sola, categoria e impegnativa per tutti. Essa trasvolò sui cieli di Milanello accendendo i cuori dei tifosi del Diavolo: modernità. Arriva Arrigo Sacchi, uno sconosciuto. Arrivano Gullit e Van Basten, che proprio sconosciuti non sono. La svolta è nel girone di ritorno, l’avversario è il Napoli di Maradona. Gli azzurri di Ottavio Bianchi sognano di regalare il secondo scudetto ai ragazzi della Curva B cantati da Nino D’Angelo, icona nazionalpopolare di quegli anni ’80 napoletani. Ma si sfiatano nel girone di ritorno e si fanno rimontare, clamorosamente, proprio dal Milan che espugnerà il San Paolo nella gara decisiva: tre a due e tanti sospetti. Come quello della camorra, per esempio, che avrebbe imposto al Napoli – secondo la vulgata popolare partenopea – di perdere il titolo perchè altrimenti ci avrebbe rimesso troppi soldi con le scommesse clandestine. Era il 1988, Ancellotti e compagni si avvieranno a vincere lo scudetto sulle note di “Gimme Hope Joanna” di Eddie Grant, quella canzone che nel Mezzogiorno d’Italia diventerà ultrapop grazie alla trasposizione parodistica e casereccia del mitico Gigione: “Giovanna minigonna”.
L’anno dopo il mondo sarebbe cambiato. Anche quello del calcio. Nel 1989 sarà l’Inter dei record del Trap a vincere lo scudetto. Ma il Milan, mentre crolla il muro di Berlino, ha il tempo di issarsi sul tetto d’Europa: in finale di Coppa dei Campioni i rossoneri schiantano la Steaua Bucarest amata e protetta dal figlio del signor Nicolae Ceasescu. Pure per loro, i Ceasescu, l’anno finirà malissimo: i rumeni si ribellano e mettono fine al regime. Il dittatore sarà fucilato il giorno di Natale dell’89, a Targoviste, la capitale della Transilvania del conte Dracula. La storia non aspetta nessuno e segue il suo cammino. Quella del calcio, mentre il mondo cambia senza sapere manco dove sta ancora andando, è già segnata: da quel momento in poi e fino a un pugno d’anni fa il Milan è tra le grandi del mondo. Berlusconi, demiurgo calcistico, imprenditoriale e politico, fa e disfa concetti, rimodula la comunicazione, riesce a vendere di tutto. Il vecchio pallone delle filastrocche (Sarti-Burgnich-Facchetti..ricordate?) è schiattato, definitivamente. Modernità, si diceva. Nasce il turnover compaiono i diritti tv. Viva gli stranieri, viva i campioni. Il calcio è spettacolo, così è.


La storia, però, è dietro l’angolo. Segue fili e trame che ai poveri umani non sono per visibili. Nemmeno se ti chiami Silvio Berlusconi. Da qualche tempo il Milan che comprava talenti in quantità industriale, al punto da sacrificare Papin e Savicevic in panchina, non sa fare altro che accogliere ex campioni in declino e a parametro zero. Galliani, il potentissimo è stato messo in discussione dalla Figlia del Capo. A Milanello, con l’ultimo senatore andato in pensione – Paolo Maldini – è cominciata la discesa agli inferi. E’ una famiglia, il Milan dell’era Berlusconi. E, adesso, dopo gli anni idilliaci da Mulino Bianco sta venendo fuori un clima di veleni, accuse e frecciate uguale a quello delle commedie familiari anni ’90 di Silvio Orlando e Athina Cenci. La modernità, però, bussa ancora alle porte della Milano rossonera. Non ha più il volto di un cavaliere elitrasportato ma i tratti duri e imperscrutabili dei mandarini d’Asia. Wanda e Bee, non è l’ennesima serie tv americana ma il futuro (forse) del Diavolo.
Wanda non è la Osiris. Lustri e paillettes non ce li ha, in compenso c’ha i quattrini. E’ una società cinese che punta a diventare una multinazionale del settore alberghiero e dell’edilizia commerciale. E s’è appena comprata Infront, l’azienda diretta dal nipote del signor Sepp Blatter, l’intramontabile Krusciov della Fifa. Infront gestisce i diritti televisivi della serie A e di buona parte della Bundesliga, oltre all’organizzazione di eventi sportivi, specialmente sci e altre discipline invernali. Che c’entra, dunque, Wanda degli Alberghi con il business del calcio? Diversificazione dell’investimento, come suggerirebbero gli scienziati della partita doppia? No, tutt’altro. Il calcio deve essere turismo. Il pallone è una miniera d’oro da sfruttare fino all’ultima pepita. Wanda vuole costruire il nuovo stadio del Milan. stadio-milan2-1Il progetto c’è già e sembra aver riscontrato l’apprezzamento di Berlusconi. Gli stadi di proprietà per svuotare le tasche dei tifosi fino all’ultimo: è il capitalismo, bellezza. Se ne facciano una ragione anche gli abitanti di Portello: lottate contro il Dragone e le scimitarre di Emirates, ritiratevi subito prima che non vi dichiarino quartiere canaglia. A proposito, Wanda potrebbe addirittura entrare nel capitale sociale del Diavolo. Rassegnatevi.
Tra Silvio e Wanda, però, c’è un terzo uomo. Ha uno di quei nomi impronunciabili che soltanto l’Asia misteriosa e lussureggiante può partorire. Si chiama Bee Taechaubol, ha 40 anni, un impero immobiliare sterminato e grane in patria con la Borsa thailandese. Sogna di ripercorrere le orme di Erick Thohir, l’indonesiano che ha fatto cucù a Massimo Moratti. L’approccio di Bee è deciso, da uomo d’affari: un miliardo sul banco. Peccato, però, che a Berlusconi non piaccia. In primo luogo soldi ancora non se ne sarebbero visti. In seconda battuta non è che puoi presentarti a Milanello pretendendo di rottamare Silvio. Dopo la fregatura incassata dal fiorentino Renzi, Berlusconi non potrebbe lasciarsi uccellare sul campo che – più di ogni altro – ha rappresentato il suo vanto, il calcio. Intanto il mondo gira, la storia segue il suo corso e non guarda in faccia a nessuno. La modernità è diventata più grande di lui, Berlusconi si trova stritolato da quel demone che aveva prima evocato a suo vantaggio e che adesso lo ha messo all’angolo, alla gogna. Viva i campioni, viva i bilanci. Viva i soldi. Il calcio è spettacolo. The show must go on, altrimenti “perdi appeal” e nessuno compra più i diritti tv.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

Allegri, contro il Borussia sarà euroJuve

juventusatalanta-21_1050026Photogallery“Per martedì siamo pronti, sarà #eurojuve!”. Massimiliano Allegri carica la Juventus in vista della sfida di Champions League contro il Borussia Dortmund dell’ex bianconero (e granata) Ciro Immobile. “Vincere queste partite fa bene – aggiunge su Twitter commentando la vittoria contro l’Atalanta – a volte abbiamo avuto poca pazienza ma i ragazzi sono stati bravi”.

Llorente, finito brutto periodo

Llorente celebra il ritorno al gol dopo oltre due mesi. “Sono molto felice per la vittoria e soprattutto per la fine di un brutto periodo”, scrive su twitter l’attaccante spagnolo che pubblica la foto della sua esultanza dopo la rete del pareggio della Juventus contro l’Atalanta.juventusatalanta-21_1050020Photogallery

Anche Pirlo dice la sua

Andrea Pirlo vuole riportare la Vecchia Signora sul tetto d’Europa: “Sono venuto qui per vincere e ci siamo riusciti, sono molto felice. Ora però dobbiamo fare il salto di qualità. Prima di smettere voglio vincere la Champions League con la Juventus”.
Quest’anno, il prossimo ostacolo sarà rappresentato dal Borussia Dortmund: “Loro da retrocessione? Non cadremo nel tranello”.
“Contro l’Atalanta eravamo ancora arrabbiati, avevamo buttato via due punti col Cesena: non doveva più ripetersi – ricorda il regista bresciano -. Questo vantaggio non è nulla, bastano una sconfitta e un pareggio. Il campionato resta aperto”.
Nessun problema con Allegri: “Con il mister è tutto ok, giocavo sempre anche al Milan”.

 

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Holligans del Feyenoord, una lunga tradizione di violenza e scontri

tifosi-Feyenoord-670x274Alle spalle hanno una storia impressionante di violenze. Devastazioni, saccheggi, pestaggi, furti. Perfino un omicidio brutale compiuto a colpi di martello. Ma nel cursus honorem degli hooligans del Feyenoord che, indisturbati ospiti, hanno messo a ferro e fuoco Roma dopo averlo largamente e serenamente annunciato sui Social Network, spicca indimenticabile quella battaglia campale, il 23 marzo 1997, rimasta incisa negli annali come la battaglia di Beverwijk, “Slag bij Beverwijk“, uno scontro premeditato e progettato a tavolino quando le due frange più violente delle tifoserie dell’Ajax e del Feyenoord, che nutrono un odio profondo e reciproco – le due città si trovano a 40 chilometri di distanza l’una dall’altra – , la F-Side e la SCF Hoolingas, decisero di incontrarsi armati di tutto punto, nei pressi dell’autostrada A9, a Beverwijk, appunto, per rispolverare i ricordi di una precedente battaglia sull’A10.
Fu lì, in quell’occasione, che ci scappò il morto. Carlo Picornie, 35 anni, uno dei membri più anziani dell’ala più violenta dell’F-Side dell’Ajax fu accerchiato dagli avversari e colpito ripetutamente in testa: morì per le gravi lesioni cerebrali riportate.
L’idea di quello scontro era nata perché nel precedente conflitto sull’A10, anch’esso pianificato a tavolino come se si trattasse di una scampagnata, le due tifoserie avevano deciso di incontrarsi, per picchiarsi, portando ognuno 50 hooligans all’appuntamento. Invece gli SCF Feyenoord si presentarono in centinaia mettendo in fuga gli avversari grazie alla preponderanza numerica. Fu così deciso di darsi una seconda chance ma, a questo punto, con più persone. Insomma una vera e propria battaglia, con ogni mezzo. Basti pensare che alla fine dello scontro fu sequestrato di tutto: mazze da baseball, cacciaviti, forbici, storditori elettrici, coltelli, pietre, molotov, chiavi inglesi, bastoni e spranghe di ogni foggia e dimensione. I tifosi bloccarono il traffico sull’autostrada e si affrontarono senza esclusione di colpi. Dietro di loro lasciarono una devastazione inimmaginabile, decine e decine di macchine carbonizzate. Centinaia furono i feriti.

La battaglia di Beverwijk contro l’Ajax pianificata a tavolino

La polizia sapeva in anticipo che le due tifoserie avevano pianificato di incontrarsi per darsele di santa ragione ma non sapeva esattamente dove sarebbe avvenuto lo scontro. Centinaia di agenti furono schierati nei pressi di Beverwijk ma furono presi in contropiede dalla velocità d’azione delle tifoserie tanto che quando arrivarono sul posto riuscirono ad arrestare pochissime persone e la battaglia si era perlopiù già consumata, anche in questo caso con la preponderanza degli hooligans del Feyenoord, considerati i più violenti. Sul terreno i segni della devastazione. E il corpo senza vita di Carlo Picornie. Della sua morte vennero accusati diversi tifosi avversari. Ma, alla fine, fu condannato a 5 anni di carcere solo Leonardo P. Panton, accusato dai suoi stessi compagni che lo avevano visto picchiare selvaggiamente Picornie in testa con il lucchetto di una bicicletta. Anche una telecamera di sorveglianza riprese quelle immagini terribili ma, alla fine del processo, fu chiaro che le responsabilità di quell’omicidio ricadevano anche su altre persone che furono protette dall’omertà del gruppo. Pagò, insomma, solo Panton che, infatti, accusò pubblicamente i suoi ex-compagni di averlo “venduto”.

 

Violenze e devastazioni a non finire contro gli altri club europei

Le vicende degli anni successivi dimostreranno, in effetti, che quella violenza era ed è nel Dna delle frange più estreme della tifoseria del Feyenoord. Che non ha mai rinunciato a esercitarla in più occasioni. Droga e alcool a fiumi sono i compagni di viaggio costanti di questa tifoseria – identica, come si è visto, a quella più estrema dell’Ajax – che ha lasciato il segno dovunque. Indimenticabili, per andare indietro nel tempo, gli incidenti con i supporter del club londinese del Tottenham che lasciò sul campo oltre 200 feriti. Una storia che si è ripetuta nel 1983 incancrenendo l’odio fra le due tifoserie. L’anno precedente lo stesso trattamento era stato riservato dagli hooligans ai “cugini” dell’Alkmaar Zaanstreek-combinatie. Nel 1991 toccherà ai conterranei del Twente, il club della città di Enschede.
Per restare in tempi più recenti, l’estate scorsa la violenza degli hooligans del Feyenoord si è scatenata contro gli avversari turchi del Besiktas e, qualche mese dopo, è toccato ai croati del Rijeka.
La storia del Feyenoord è insomma costellata di episodi di una violenza incredibile. E stupisce che il club del Feyenoord non sappia dire altro che «non è un problema che i club possono risolvere»: «da un lato siamo orgogliosi per la prova della squadra, dall’altro proviamo disgusto e vergogna per il comportamento riprovevole di un branco di senza cervello. Allo stadio però è andato tutto bene», dicono dal club olandese. Il dg del club Eric Gudde, assolve la società: «Siamo responsabili di come le persone si comportano nello stadio. Per l’organizzazione dell’Olimpico abbiamo lavorato duramente per settimane e tutto è stato eseguito alla perfezione», ma la violenza di quei «rivoltosi che, a differenza dei veri sostenitori, è andata a Roma a quanto pare con intenzioni molto diverse» «non è un problema che i club possono risolvere».
Intolleranza zero, avverte il capo del Coni, Malagò: «vanno adottati gli stessi provvedimenti che vennero applicati in passato nei confronti degli hooligans».

 

(rassegna stampa, Secolo d’Italia)

Lo Shakhtar Donetsk ha paura della Guerra, ma ferma il Bayern

Shakhtar (4)Lo Shakhtar di Mircea Lucescu ha fermato sullo 0-0 il Bayern Monaco di Pep Guardiola nell’andata degli ottavi di finale di Champions League e resta in corsa, a sorpresa, per la qualificazione. La squadra di casa non giocava una partita ufficiale da dicembre (ha svolto una tournée in Brasile) e, a causa del conflitto in corso in Ucraina, è stata costretta a disputare la sfida nello stadio di Leopoli, al confine con la Polonia, a più di mille chilometri da Donetsk.Shakhtar
Nonostante le difficoltà, con i tedeschi c’è stata partita eccome, contro i pronostici della vigilia: in ombra Robben, Goetze e Ribery, male Xabi Alonso, espulso nella ripresa. Mercoledì 11 marzo, all’Allianz Arena, il ritorno. Per gli uomini allenati da Guardiola lo 0-0 è un risultato pericoloso, perché con un pareggio con gol sarebbero eliminati.
Lo Shakhtar Donetsk, tra tutte quelle interessate da questi recenti disordini, è la squadra più famosa e quella con la più lunga tradizione di vittorie: ha vinto gli ultimi sei campionati e ha ottenuto risultati significativi anche nei tornei europei, ai quali partecipa regolarmente dalla stagione 2008’09, anno in cui vinse la Coppa Uefa. Il miglior risultato ottenuto in Champions League fu la qualificazione ai quarti di finale ottenuta nella stagione 2010-‘11 battendo la Roma. L’allenatore da dieci anni è il rumeno Mircea Lucescu (noto in Italia perché allenò brevemente l’Inter alla fine degli anni Novanta). Dal 2009 lo Shakhtar gioca le partite di casa alla Donbass Arena, uno stadio da circa 52 mila posti, molto apprezzato a livello europeo. Da circa un mese, però, la situazione è notevolmente cambiata.Shakhtar (2)
Il 23 agosto scorso due forti esplosioni hanno danneggiato una parte dello stadio, e al momento è molto improbabile che lo Shakhtar possa tornare a giocare alla Donbass Arena in tempi brevi. Il 3 settembre scorso, inoltre, alcuni uomini armati hanno temporaneamente occupato la sede della società, in circostanze ancora oggetto di indagini. I giocatori, i preparatori e tutto lo staff dello Shakhtar hanno vissuto anche in un albergo a poca distanza da piazza dell’Indipendenza, a Kiev, e si sono allenati nella piccola palestra dell’albergo.
“Non è facile per noi svegliarci la mattina, aprire i giornali e le televisioni”, ha detto il capitano della squadra, il 32enne difensore croato Darijo Srna, allo Shakhtar da undici anni.
“È casa mia. Sono felice lì. Il giorno in cui la guerra finirà, ritorneremo a Donetsk e bacerò la strada”, ha aggiunto Srna.
Dalla metà degli anni Novanta il presidente dello Shakhtar Donetsk è Rinat Akhmetov, un ricco imprenditore del settore minerario con un patrimonio che secondo Forbes si aggira intorno ai 12,5 miliardi di dollari. Negli anni, grazie ai soldi investiti da Akhmetov – che hanno peraltro reso possibile la costruzione del nuovo stadio nel 2009 – lo Shakhtar è riuscito ad acquistare calciatori di grande fama internazionale che difficilmente si sarebbero trasferiti a Donetsk se non motivati dalla promessa di ingaggi molto elevati. Allo Shakhtar Donetsk, inoltre, è emerso in anni recenti il talento di alcuni calciatori brasiliani come Willian (Chelsea) e Fernandinho (Manchester City).Shakhtar (3)
Da grande scopritore di talenti qual è sempre stato (fu lui a Brescia a lanciare Andrea Pirlo), Lucescu ha sempre puntato molto sul mercato brasiliano, prelevando giocatori giovanissimi in stock per poi farli maturare e rivalutarli tantissimo. Oggi i pezzi più pregiati sono il centrocampista Fred, che ha anche esordito nella Selecao, gli attaccanti Luiz Adriano (corteggiato a lungo anche dalla Roma) e Dentino (scuola Corinthians), gli altri centrocampisti Fernando, che ha disputato la Confederations Cup, e Douglas Costa (anche lui nazionale).
In Ucraina il presidente Akhmetov è soprattutto noto per gli ottimi rapporti di amicizia che per anni ha avuto con l’ex presidente dell’Ucraina Viktor Yanukovich, deposto.

https://www.youtube.com/watch?v=95fFkBFPIdU


Secondo Orysia Lutsevych, una ricercatrice del centro studi britannico Chatham House intervistata dal New York Times, Akhmetov ha beneficiato a lungo – anche sul piano finanziario – dei rapporti con Yanukovich. Ancora oggi, sebbene Akhmetov abbia espresso posizioni favorevoli verso il nuovo governo ucraino, in molti dubitano che si tratti di opinioni sincere, sostiene Lutsevych.

 

(mbocchio)

StorieDiCalcio. Il pallone che ci piace spiegato da Iribar storico portiere dell’Athletic Bilbao

ikurrPer noi ex ragazzi degli Anni Settanta, Josè Angel Iribar rimaneil volto serio di un uomo maturo nell’album delle figurine Panini. Uno con la faccia che pare scolpita nella pietra, che indossa una maglia nera e assomiglia vagamente a Zoff. Non c’erano tivù che trasmettevano le partite del campionato spagnolo, a quell’epoca. E tanto meno internet. L’immagine del mitico portiere dell’Athletic Bilbao e della nazionale spagnola era limitata a quella foto o a poche altre. Nelle quali il numero uno basco figurava sempre rigorosamente in maglia nera, come si usava a quei tempi.
Oggi Iribar è un distinto signore di 71 anni, arrivato a Torino al seguito della sua squadra, in veste di dirigente per la partita d’andata dei sedicesimi di Europa League. I capelli sono grigi, la fronte è ampiamente stempiata, ma il volto rimane scolpito nella pietra. Da 52 anni il suo nome è indissolubilmente legato ai colori biancorossi dell’Athletic: prima come portiere (dal 1962 al 1980), poi come allenatore (nelle stagioni 1983-84 e 1986-87), infine in qualità di dirigente. Per undici anni ha diviso il suo incarico in seno al club bilbaino con il ruolo di selezionatore della nazionale dei Paesi Baschi.
In una bella intervista concessa a Roberto Condio, de La Stampa, Iribar ha detto cose non banali, non scontate, non comode. In poche parole, cose lontanissime da quel calcio show-business che tanto piace agli sponsor e alle pay-tv. Del resto dal portabandiera dell’unica società al mondo che manda in campo soltanto giocatori baschi prodotti dal vivaio, che altro ci si poteva aspettare? Non a caso l’ex portiere, interpellato in proposito una quindicina d’anni fa, alla domanda «Ha senso, con l’Europa unita, far giocare solo i baschi?», era stato quasi profetico: «Rispondo con un’altra domanda: ha senso che ci siano squadre con due o tre spagnoli su undici? Di questo passo l’unica squadra solo spagnola saremo noi, pensi com’è buffa la storia».o_athletic_de_bilbao_historicos-42201

Ecco alcuni estratti dell’Iribar-pensiero

Sull’AthleticBilbao

«Manteniamo la stessa filosofia da 117 anni e continuiamo a competere con successo. Sì, vale la pena essere dell’Athletic. Io, tra giocatore, tecnico e adesso dirigente, sono arrivato al 52º anno. Questa è la mia seconda famiglia. Un club democratico e ben organizzato. E abbiamo un fortissimo senso di appartenenza e identità».

Sul vivaio

«Sono un assoluto difensore della nostra linea. Nonostante la legge Bosman abbia allargato il mercato e rinforzato i rivali. Noi abbiamo Lezama, scuola di football e di vita. Cerchiamo di formare giocatori e uomini. I talenti? Dipende dalle annate. Ma uno-due per stagione emergono. Ci vuole pazienza per vedere i cuccioli diventare leoni. Il marchio di Lezama è però un valore aggiunto, specie nei momenti di difficoltà. Crea gruppi più compatti».

Sullo stadio San Mamés

«Non è più la “cattedrale” del mito, ma l’ambiente è sempre lo stesso. Anzi, con la ristrutturazione abbiamo 8000 soci in più. Personalmente ho nostalgia del vecchio “tempio” anche se riconosco che serviva qualcosa di più moderno e funzionale».

Sul calcio moderno

«Forse servirebbero più Athletic. So che è complicato e che noi siamo dei romantici, per alcuni al confine con l’ingenuità, ma credo che un maggior legame con il vivaio e la propria terra darebbe anche più soddisfazione. Vero: noi spesso soffriamo, non vinciamo titoli dal 1984 ma facciamo tutto con grande allegria. E continuiamo a goderci la Liga, mai retrocessi come il Real Madrid e il Barcellona».Iribar_jamas_toco_fue_balon

Su Juventus e Torino

«Giocammo con la Juve la finale di Coppa Uefa del 1977. Furono sfide equilibrate: 1-0 a Torino, 2-1 a Bilbao. Poteva andarci meglio. Il mio amico Zoff ricorda sempre che al San Mamés soffrì moltissimo. Che bel calcio, quello: noi con 11 baschi come sempre, ma anche la Juve con 11 italiani… Ora loro hanno il “nostro” Llorente:
Fernando è stato importantissimo per noi. Gli abbiamo dato tutto, dall’affetto a un ottimo contratto. Lui però cercava una nuova sfida. Sono scelte personali che bisogna rispettare. Quanto al Toro, sappiamo che è in un momento straordinario, ha una difesa solida, gioca bene in contropiede e quel Quagliarella è in gran forma. In più ha un tecnico fine stratega. Come noi è un club con storia e vittorie, ma da un po’ digiuna. E come noi è riconosciuto fuori confine ed è una squadre del popolo».

 

L’incontro in Europa League tra Toro e Athletic Bilbao

La sfida Torino-Athletic Bilbao (stadio Olimpico) ha tutte le carte in regola per rivelarsi un grande classico europeo. Magari non dal punto di vista tecnico (i baschi stentano nella Liga e galleggiano a metà classifica, al 13° posto; mentre il Toro appare in ripresa e si trova in nona posizione, in compagnia dell’Inter), ma di certo sotto il profilo della tradizione, della storia, della passione e dell’attaccamento alla maglia. Moltissimi tifosi granata non nascondono la loro simpatia per la squadra basca e ammirano soprattutto la tenacia nel conservare la propria identità nel football globalizzato. A Torino sono attesi circa 1.500 sostenitori del Bilbao, e fra questi anche i 120 fedelissimi della peña“Los LeonesItalianos-ItaliakoLehoiak”, unico club italiano della formazione basca, interamente formato da tifosi tricolori innamorati dell’Athletic.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)