StorieDiCalcio. Quella volta che i Tre Leoni vennero afflosciati dai “camerieri”

Inghilterra-Italia-0-1-capelloDa sempre gli inglesi si sono considerati, non lesinando il proverbiale senso di superiorità, gli unici e autentici maestri del calcio.
La presenza nella Nazionale italiana di campioni come Giuseppe Meazza, Angelo Schiavio, Giovanni Ferrari, Raimundo Orsi, e l’indiscusso carisma del Ct Vittorio Pozzo garantiscono che la vittoria nel Mondiale del 1934 non resti un episodio isolato ma sia la consacrazione di un ciclo appena inaugurato e destinato a raccogliere successi per quasi un decennio.
Anche una sconfitta, come il 3 a 2 maturato, proprio contro gli inglesi il 14 novembre 1934, passa alla storia come una prova di formidabile coraggio e determinazione agonisti. Tanto che la partita è passata alla storia come la battaglia dei leoni nello stadio di Highbury.Italia-Inghilterra
Il 16 maggio 1948 è la data che segna il definitivo tramonto della stagione di Pozzo: a Torino, l’ennesima sfida contro l’Inghilterra è persa con l’umiliante risultato di 0 a 4.
È in questa occasione che nasce il cosiddetto gol alla Mortensen: l’interno di Sua Maestà scivola sul fondo mortificando Grezar e da lì sembra inviare un cross per Lawton e Finney a centroarea, ne esce invece un tiro arcuato che si infila sotto la traversa, appena toccato dalle mani protese del portiere Bacigalupo.
1973, declina la Nazionale degli azzurri “messicani”, giunti secondi a Città del Messico dietro il Brasile di Pelé. Una intera generazione di campioni si avvia al declino, quando, nuovamente per celebrare la ricorrenza dei 75 anni della nostraFedercalcio, viene organizzata una doppia amichevole di lusso, con Brasile prima e Inghilterra poi nei panni degli ospiti d’onore. Una franca vittoria sui campioni del mondo cinque giorni prima ha preparato la partita coi Maestri. Il pomeriggio del 14 giugno, al Comunale di Torino, vede gli inglesi attaccare nel caldo opprimente e gli italiani colpire con freddezza, al culmine di giocate di alta qualità.


Un’invenzione di Rivera per Pulici, sostituto di Riva, porta al primo gol: fulmineo guizzo di Anastasi a ribattere in rete la respinta del portiere. Nel secondo tempo, una stangata di Capello su assist di testa di Pulici confeziona il raddoppio, poi Rivera coglie l’incrocio dei pali con un gran destro in corsa e Shilton deve superarsi su Anastasi. A ottenere la storica prima vittoria sugli inglesi è una squadra perfetta sintesi tra le ragioni dell’esperienza dei senatori (Burgnich, Facchetti, Mazzola e Rivera) e la freschezza di importanti forze nuove (Bellugi, Anastasi, Pulici e il giovane Causio, irresistibile nel finale).EURO 2012: ITALIA-INGHILTERRA, 79 ANNI DI SFIDE
Restava un ultimo complesso, la vittoria sul suolo degli eterni avversari. I quali scelsero come data per l’amichevole il 14 novembre sempre del 1973, trentanovesimo anniversario della battaglia di Highbury. Si giocò nel tempio di Wembley, questa volta, e tu il trionfo del calcio all’italiana. Sotto una pioggerellina fastidiosa, gli inglesi attaccarono per tutta la partita. Avevano definito la Nazionale azzurra “una squadra di camerieri” e il trasparente riferimento al passato di Chinaglia in Inghilterra fornì al nostro centravanti un formidabile propellente psicologico. Il Ct Valcareggi teneva i suoi arroccati in difesa, con licenza di liberare ogni tanto il contropiede che la serata di grazia di Rivera trasformava in arma affilatissima: Shilton si superò su Riva e Chinaglia, Zoff dall’altra parte dovette lavorare di quantità e qualità. Poi, a quattro dalla fine, la beffa: Capello lancia Chinaglia che fugge sul fondo liberandosi di Mc Farland e scucchiaiando un rasoterra su cui lo stesso Capello tocca un attimo prima dell’arrivo in tuffo di Shilton. Lo stadio ammutolì: il leone inglese si era afflosciato, i “camerieri” lo avevano domato con astuzia pari alla superiorità tecnica.


Non abbiamo nemmeno dimenticato l’attaccante dell’Italia, Roberto Bettega realizzare di testa il gol del 2-0 contro l’Inghilterra, a Roma il 17 novembre 1976, in una sfida valida per le qualificazioni al Mundial del 1978 in Argentina.italia-inghilterra-1980-Tardelli
1980, gli Azzurri di Enzo Bearzot perdono Paolo Rossi e Bruno Giordano alla vigilia della fase finale per le note vicende del calcioscommesse: la Nazionale spuntata si smarrisce e chiude l’Europeo “made in Italy” al quarto posto, impreziosito però dalla vittoria sull’Inghilterra per 1-0 a Torino, grazie alla rete di Marco Tardelli.
Il 7 luglio 1990 a Bari si gioca la finale per il terzo e quarto posto dei Mondiali organizzati proprio dall’Italia. Dopo la beffa di Napoli ai rigori contro l’Argentina, gli Azzurri di Azeglio Vicini si rifanno nella finale di consolazione battendo per 2-1 gli inglesi: Baggio e Schillaci.
Tutto il resto è storia recente: Inghilterra-Italia 2-4 dopo i calci di rigore a Kiev all’Europeo 2012 : dominio italiano sin dal primo minuto.


Infine Manaus, all’ultimo Mondiale, quello brasiliano. Inghilterra-Italia 1-2: Balotelli ci mette la testa, Tre Leoni al tappeto.

 

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Torino abbraccia Conte: cori ed applausi per gli Azzurri. Che però hanno deluso in Bulgaria

Conte CtIn molti temevano che per Antonio Conte ci sarebbero stati più fischi che applausi in vista del ritorno a Torino da Ct della Nazionale per l’amichevole dello Juventus Stadium tra Italia ed Inghilterra.
I rapporti tra l’allenatore della Juventus dei record ed il tifo bianconero, già messo a dura prova dalla decisione di lasciare la Vecchia Signora nella scorsa estate, è stato ulteriormente incrinato dall”affaire’ Marchisio.
Per fortuna, nulla di tutto questo, almeno per ora, si è verificato, anzi. Circa seicento tifosi, appostati fuori dall’hotel in cui alloggia la Nazionale, infatti, hanno accolto con grande entusiasmo, cori ed applausi gli azzurri diretti allo stadio Olimpico per l’allenamento pomeridiano.
L’oriundo Eder ha salvato un’Italia orribile: 2-2 con la Bulgaria.
Lo stesso Conte Conte, dopo aver abbandonato piccato la conferenza pre-partita alla domanda su Claudio Marchisio, è tornato a esporsi alle domande dei giornalisti dopo il 2-2 con la Bulgaria confezionato da Eder, oriundo fortemente voluto dal Ct nonostante le polemiche.Nazionale italiana a Torino
“Mi è piaciuta la squadra, ho visto una squadra che ha giocato a calcio ed ha fatto la partita – ha spiegato l’allenatore salentino -. Per le occasioni avute l’Italia avrebbe meritato di più, su un campo storicamente ostico per noi. Abbiamo preso gol su due ripartenze, dobbiamo migliorare. L’Italia ha fatto la partita in lungo ed in largo, anche se è mancata un po’ di cattiveria in zona gol. Eder? Rispondiamo con i fatti, per me e per i ragazzi conta lavorare sul campo. Chiedo solo di poter lavorare in pace”.
E a proposito di Eder, Conte ha voluto puntualizzare: “La squadra non s’è fatta condizionare, credo sia abituata ad essere circondata da casino. Noi andiamo avanti così, nonostante le assenze e le risposte sono state sicuramente confortanti. In fase di possesso cerchiamo di dare ampiezza alle giocate, ma a volte c’è il rischio che se gli interni restano larghi allora gli avversari possono andare in porta”.
L’ex mister della Juventus ha infine ammesso la superiorità della Croazia (vincente 5-1 con la Norvegia), che guida il gruppo H delle qualificazioni a Euro 2016 a +2 sull’Italia: “Non mi fa innervosire, ha dimostrato finora di essere più forte dell’Italia ed è giusto così. Ci giochiamo la qualificazione con loro e la Norvegia. Lavoriamo per colmare la differenza che al momento c’è”.

 

(mbocchio)

CalcioInglese. Liverpool-United, il derby degli dei decaduti

rovesciata-juan-mataUna mezza rovesciata volante di Mata, il rosso diretto a Gerrard, un tentativo di rissa finale, nervosismo, gol e ritmi altissimi su un panno liscio come quello del biliardo. Il bello e il brutto del calcio è andato in scena sabato ad Anfield Road, nella partita tra Liverpool e Manchester United.
Chiamarla semplicemente partita, però, è decisamente riduttivo. È il derby d’Inghilterra, la madre di tutte le partite d’Oltremanica, l’eterno match tra le due squadre più vincenti ed amate (e odiate, il filo è sempre lo stesso) della terra d’Albione.
A ben vedere bisognerebbe dire che lo era. Oggi forse, oltre all’intensità della rivalità, ne è rimasta solo la nomea. Le due squadre, che un tempo si sfidavano per il titolo di capitale del calcio inglese a dispetto di una Londra periferica, oggi svolgono un ruolo da comprimarie della Premier League a dispetto dell’avanzata delle squadre della City (e del Manchester City). Stagioni altalenanti (il campionato spettacolare dei Reds dello scorso anno è arrivato dopo diversi anni di vacche magre), acquisti onerosi e non sempre azzeccati, obiettivi falliti e gioco incerto le hanno fatte piombare al ruolo di nobili decadute. Nonostante ciò, il fascino di Liverpool – Manchester United è rimasto immutato.
Sabato il derby del nord-ovest se lo sono aggiudicati i Red Devils di Van Gaal, che hanno violato la tana degli Scousers, ottenendo tre punti importantissimi. Perché oltre all’importanza della sfida in sé, c’era anche l’importanza vitale per la classifica. Ad otto giornate dalla fine, in lotta per la Champions League ci sono 7 squadre, e tutto è ancora aperto, e prima della sfida di Anfield il Manchester City, l’Arsenal, il Southampton e il Tottenham avevano messo in cassaforte i preziosissimi tre punti di giornata.chris-smalling-mario-balotelli-liverpool-manchester-united-premier-league-220315_513lgu7jgthv1krwop47uytoe
Dopo l’inizio di stagione disastroso del Liverpool (proseguito anche in Europa), ritrovarli nel novero delle candidate alla Champions ha del miracoloso. La squadra di Rodgers ha invertito la rotta proprio a partire dalla bruciante sconfitta dell’andata ad Old Trafford, cominciando una spettacolare rimonta e arrivando al derby di ritorno con 5 vittorie consecutive e la possibilità di sorpasso proprio ai danni dei Red Devils, i quali, dal canto loro, proprio non possono permettersi un altro anno fuori dall’élite europea, soprattutto dopo la faraonica campagna acquisti che ha portato Falcao, Di Maria, Blind, Herrera e tanti altri alle dipendenze di Van Gaal.
Con queste premesse, la sfida di Anfield non poteva che essere scoppiettante, e a renderla ancora più prestigiosa è la presenza di Pelé nella Main Stand, la tribuna d’onore. Nonostante ritmi altissimi da parte di entrambe le squadre e pressing selvaggio, però, il primo tiro arriva solo al quarto d’ora, ed è subito decisivo: Juan Mata raccoglie un assist preziosissimo di Herrera e porta in vantaggio i Mancuniani, proprio sotto la Kop. Sturridge prova a reagire, ma il pallino del gioco finisce nelle mani dello United, che amministrano la gara. Fino al 35’, quando Lallana sfiora il palo e per poco non pareggia i conti. Il pallone finisce fuori ma ha almeno il merito di svegliare i Reds.
Proprio Lallana, ad inizio ripresa, cede il posto a capitan Gerrard, una leggenda dalle parti del Merseyside, all’ultimo derby prima di volare a Los Angeles. Ma l’ultima sfida con lo United, per il capitano, dura soli 40 secondi. Gerrard entra in maniera ruvida prima su Mata, e poi con i tacchetti sulla gamba di Herrera. Una colossale ed inspiegabile follia da parte di Gerrard che lascia attonito tutto l’impianto (ad eccezione del settore ospiti, dove giustamente la Stretford End formato trasferta di Manchester accoglie con un boato il cartellino rosso al capitano nemico).
Nonostante i tentativi di reazione da parte dei padroni di casa, al 60’ arriva il raddoppio, che è un vero e proprio capolavoro : cross morbidissimo del neo-entrato Di Maria in area che chiude la triangolazione con Juan Mata, autore già del gol del vantaggio, il quale svetta in area, si coordina e in mezza rovesciata beffa Mignolet.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

Un campionato fu falsato pro-Juventus. Ecco chi lo ha detto

DelPieroRonaldo“L’unico campionato falsato a favore della Juventus fu quello del 1997-‘98”. Parole forti, dato che a pronunciarle è Franco Carraro, che nel 2006 era presidente della Figc e nel 1998, l’anno del rigore negato a Ronaldo per contatto con Iuliano in Juventus-Inter, era a capo della Lega Nazionale Professionisti.
“Le sentenze dicono che la Cupola nel calcio c’era e noi dobbiamo stare alle sentenze – ha dichiarato Carraro -. Ovviamente anche quando dichiarano prescritto un reato. Bisognerebbe tutti avere l’intelligenza di metterci una pietra sopra. A differenza che nel 1998 nei due anni presi in considerazione la Juventus aveva la squadra più forte. Ha vinto sul campo, anche con parecchi punti di divario, e non a causa delle interferenze. Che però ci furono. Ci furono molte cose che non andavano bene”.ronaldo-iuliano
“Tornando a Calciopoli, ci sono stati dei comportamenti della società che hanno compromesso quel risultato. Alla fine, tra l’altro, la sentenza nei confronti della Juventus è il frutto di un patteggiamento. Per questo ritengo inopportuno che la Juventus chieda ora risarcimenti”, ha aggiunto Carraio. Spiegando: “Patteggiare una pena e poi chiedere i danni è il comportamento schizofrenico di uno che voglia avere la moglie ubriaca e la botte piena”.


Di lunga data gli scontri di Carraro con Moggi: “In una passata intervista fu autocritico e lo apprezzai. Disse che si rimproverava di essersi compiaciuto per l’essere apparso tanto potente. Sono d’accordo, mentre quando dice che senza l’Avvocato Agnelli e Umberto non sarebbe stata possibile Calciopoli penso che abbia insieme torto e ragione. Credo anche io che se ci fossero stati l’Avvocato e il Dottore, Calciopoli sarebbe stata altro. Ma solo perché la Juventus avrebbe reagito con altro piglio e altro stile alla situazione. Non certo perché avrebbero impedito all’indagine di fare il suo corso. L’indagine è stata fatta in maniera autonoma e in buona fede. La Juventus, anzi l’intero gruppo ha sbandato, come del resto è normale per un qualunque gruppo perda due grandi leader a distanza così ravvicinata”.

 

(mbocchio)

Se sarà la Nazionale degli oriundi, chiamiamola Italian TopPlayer Footbal Team

oriundi-310x158Per dirla alla Sorrentino, hanno tutti ragione. È vero, i tempi cambiano e non ha senso cercare di fermare l’orologio della storia. Le frontiere sono aperte per chiunque, dei colabrodo in pratica: e volete che si chiudano proprio per i nostri “cocchi” calciatori, simboli perfetti dei sogni proibiti di ogni italiano medio? E poi c’è la legge Bosman, l’Unione europea, la globalizzazione, la cittadinanza che ormai non si nega a nessuno… Insomma, a parte rare eccezioni, tra le quali spicca Roberto Mancini, è quasi un plebiscito per la convocazione di sempre più “oriundi” in Nazionale. Che poi Mancini, va detto, guidando una squadra che si chiama Internazionale e spesso scende in campo con dieci o undici giocatori stranieri, non sembra avere tutte le carte in regola per difendere a spada tratta l’italianità del football nostrano.
Insomma, dopo l’exploit di Mauro Camoranesi con Lippi (a metà del decennio scorso); e dopo i meno fortunati inserimenti di Amauri, Thiago Motta e Paletta nella selezione prandelliana presa poi a pallate in Brasile, ora è il turno degli oriundi targati Conte: l’italo-brasiliano Eder e l’italo-argentino Vazquez. E domani, chissà? Vista la facilità con cui i calciatori sanno scovare un prozio di Terni, un bisavolo di Caserta o un cugino acquisito discendente da un emigrato veneto, è facile pensare che la Nazionale del futuro sarà composta da nomi spagnoleggianti, brasileiri, africanofoni, arabizzati. Tutti orgogliosamente impegnati a cantare un inno fatto imparare a memoria dai procuratori, che grazie alla maglia azzurra potranno monetizzare il presunto amor di patria e la sicura quotazione internazionale dei propri pupilli.
Oltre a Mancini poche voci dissonanti, dicevamo. Una, autorevole, è quella di Gigi Garanzini, che ha sottolineato come riempire di oriundi la selezione italiana di rugby non è servita molto a far decollare né la squadra azzurra, né il campionato della palla ovale: «Le squadre di club possono far giocare qualsiasi numero di stranieri, comunitari e extracomunitari… Secondo me le Nazionali, proprio per distinguersi dalle squadre di club, dovrebbero essere riservate a chi, in quel Paese, ci è nato». Pareri minoritari, ahinoi. Quindi destinati a non invertire la tendenza.
Per cui mettiamoci il cuore in pace. Siamo destinati, in un futuro ormai prossimo, a vedere in campo una squadra che rispecchierà poco o niente pregi, difetti, facce e nomi della gens italica. E invece del vecchio accento ciociaro di Ciccio Graziani, della cadenza friulana di Zoff, dell’arguzia romanesca di Totti e dell’anglo-calabrese di Ringhio Gattuso, nelle interviste post-partita sentiremo parlare i “nostri” con cantilene carioca, espressioni gauche e gutturalismi nordafricani.
Pazienza. Però fra tante mutazioni che ci vengono imposte, una sarebbe particolarmente gradita: cambiate nome alla Nazionale. Chiamatela, chessò, Selezione All Stars del campionato italiano. Oppure Italian TopPlayer Footbal Team. O magari mettiamo il nome all’asta e appaltiamolo alla corporation multinazionale che pagherà di più. Ma Nazionale italiana non più, per favore. Quel nome, un po’ antico e polveroso ma ancora onorato, lasciamolo alle squadre di Vittorio Pozzo, di Valcareggi, di Bearzot, persino di Lippi, che pure ha il demerito di aver aperto il Vaso di Pandora. Quel nome va protetto dal telecalcio contemporaneo, come si fa con i panda e le stelle alpine.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

Il sociologo (di sinistra) Ilardi contro i parrucconi: “Basta colpevolizzare i tifosi”

ultras-310x206Ci sono temi che sono destinati sempre e comunque a far notizia. Nel bene e, soprattutto, nel male. Perché, è cosa ormai arcinota, lo stadio è terra di frontiera, dove le convenzioni sociali saltano e dove anche un dimesso pensionatino può trasformarsi, per un rigore non dato o per una papera clamorosa, in un bestemmiatore da competizione, un pericoloso eversivo. Montare il caso, allo stadio, è la cosa più facile del mondo. Basta un coro, basta alzarsi dal proprio sediolino per far arricciare il naso ai custodi della Fiamma Sacra del Pensiero perbene.
A questo stato di cose, proprio di una certa sinistra che – avverando una profezia un po’ datata di Pannella – si sta evolvendo in cultura estremamente conservatrice, si è ribellato anche un sociologo che proprio a sinistra ha le sue ascendenze culturali. Massimo Ilardi, sul Garantista, tuona contro i parrucconi dall’indignazione facile che individua in Repubblica.IlardiM

MARMELLATE PERBENISTE. Ilardi se la prende con il servizio – firmato da Maurizio Crosetti – sulla contestazione dei tifosi romanisti dopo la scoppola rimediata in Europa League dalla pattuglia giallorossa al cospetto della rampante Fiorentina dell’ex Montella: “Arriva a scrivere (il giornalista di Repubblica ndr) accecato dalla sua furia di uomo benpensante, una frase talmente idiota, non solo per un ultras della curva sud ma per un qualsiasi pacifico tifoso della tribuna Monte Mario, che un governo del calcio serio e affidabile lo espellerebbe a vita come provocatore da tutti gli stadi della nazione. Scrive: «Di fronte a tutto questo, cosa volete mai che siano una sconfitta per zero a tre, una partita di pallone, una papera del portiere». A questo punto ammettiamolo: si può combattere la violenza, l’ignoranza, la prepotenza ma la stupidità no. Non ci sono armi adeguate per difendersi dalla stupidità. «Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi»: lo affermava Albert Einstein, uno che di infinito se ne intendeva.”. E’ ancora poco, perchè Ilardi ha in serbo altri attacchi.

TIFA, CONSUMA, TACI. Ilardi arriva al nocciolo della questione e ci va giù duro “Il fatto è che Maurizio Crosetti crede davvero che le passioni, il disordine, la disarmonia possano essere tranquillamente ridotti e governati da regole e norme. Il tifoso, secondo lui, deve stare composto, deve mostrarsi sereno pure quando la sua squadra perde, deve portare la famiglia allo stadio (magari facendo un mutuo!), deve applaudire in piedi gli avversari, deve possedere la sua brava tessera del tifoso. E così accanto ai pensionati, ai cacciatori, ai pescatori, agli scacchisti, ai naturisti, ai bocciofili e a tutti i frequentatori di circoli e club ci troviamo ora anche il tifoso. E a chi gli chiede che hobby ha? Lui pronto risponde: faccio il tifo e tira fuori orgoglioso la sua brava tessera”. La passione, perciò, dovrebbe davvero diventare un bene di consumo?1roma-fiorentina_curva-sud-garcia-striscione-500x299

L’AUTOGOL DEI BENPENSANTI. Il problema ha risvolti sociologici importanti, più si “deve” essere moderati più c’è il rischio, per Ilardi, di mattane diffuse e folli: “Un’ultima considerazione – chiede il sociologo -. Reclamare la moderazione e soprattutto quella dei giovani ha sempre portato alla costruzione della tomba dove giace la creatività. Forse per capire basterebbe un pò di cultura senza scomodare l’intelligenza. Ma cultura e intelligenza fanno fatica ad imporsi e così lasciano il campo a coloro che fanno a gara per chi ce l’ha più duro. Poi però arrivano le sorprese e improvvisamente tutto si ammoscia: l’eccesso di alcool devasta sempre più i giovani, lo stupro é diventato un gioco di massa, la violenza contro i gay un passatempo quotidiano, la caccia all’immigrato uno sport nazionale. E come si giustificano di solito i colpevoli di questi reati? Confessando semplicemente che si annoiavano e allora per passare il tempo…”.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

 

 

Real Madrid. Tifosi infuriati “aggrediscono” Bale: e se fosse accaduto in Italia?

hi-res-465185545-gareth-bale-of-real-madrid-cf-looks-on-during-the-la_crop_northCerte cose succedono solo da noi. L’Italia è il Paese dei Balocchi dove tutto si può fare. Ci vogliono gli stadi di proprietà, politiche serie, vedi in Inghilterra. Vedi in Spagna. E via discorrendo. Se siete tra i cultori di queste amenità applicate al calcio, adesso rischiate di farvi scoppiare il fegato.
Il Daily Mail ha ripreso un video che riporta l’aggressione – ridicolo chiamarla così ma occorre adeguarsi agli standard catastrofisti degli ultimi tempi in tema di sport – di due tifosi del Real Madrid che, delusi dalla sconfitta patita dai Blancos contro il Barça di Luis Suarez, hanno aspettato che l’Asso di Denari Gareth Bale uscisse dallo stadio per picchiare contro la sua automobile, una rombante Bentley. Oltre a questo non è successo niente. Bale se l’è svignata e i due ragazzi hanno dovuto fornire le loro spiegazioni ad alcuni poliziotti che li attendevano. Ma se fosse successo in Italia – che ha praticamente snobbato i fatti spagnoli – di cosa staremmo parlando?bale-aggredito
Della solita tiritera e cioè che stadi di proprietà e politiche di marketing e merchandising devono allontare i bruti, i delinquenti, i violenti, i razzisti, gli incolti, i drogati e i pensionati bestemmiatori dai campi sportivi d’Italia. Come possano riuscirci è mistero della fede. Fatto sta che s’è sempre montato un caso sul confronto tra tifosi e squadra, ultimo caso a Roma, figuratevi cosa sarebbe accaduto se, invece che Bale, in quell’auto ci fosse stato Nigel De Jong o Juan Jesus.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

StorieDiCalcio. Tevez Apache irrequieto in fuga dalla comoda vita da top player

tevez-310x186Dribbla con passo bailado De Maio e Bertolacci che non gli stanno dietro, oscilla sulla destra, si spinge veloce sul fondo dell’area genoana, sembra non avere spazio ragionevole per tirare ma lui è Carlos Tevez, quello che ci prova sempre, e colpisce di destro, con la consueta forza, il pallone si alza sotto la traversa e poi finisce in porta. Perin non può opporsi, come a Dortmund non poteva Roman Weidenfeller. È un gol archetipo. Ogni volta che lo segna, Tevez, ti sembra di averlo già visto, e sarà anche così, e continuerà a segnarlo.
Dove vede uno spiraglio si infila, tirandosi dietro la forza del suo destino, e con essa l’individualismo che per brevità diremo sopravvivenza, che lo ha portato fuori dalla Fuerte Apache la villa 31 nascosta dal muro nel 1978 per il mondiale, che diventa Fuerte Apache, con la sua miseria coperta.

Tevez scavalca, dribbla, corre

Si libera prima di un bollitore e della sua acqua che lo hanno tatuato per sempre: ustioni su faccia e collo; poi di una famiglia ingombrante: il padre viene ucciso in una sparatoria; infine dei tanti altri calciatori che sono caduti prima: come Dario Coronel detto Cabañas, l’altro Tevez. A Fuerte Apache vi diranno: «Tevez è il calciatore più forte di Buenos Aires è solo uno dei migliori calciatori della villa 31». Riscrivendo l’assioma argentino che recita: «Maradona è il calciatore più forte del mondo ed è solo uno dei migliori calciatori argentini». Carlitos comincia palleggiando con le pietre, e quando arriva ai palloni nel Santa Clara non gli pare vero. Ogni volta che tira in porta sembra ancora che non senta la differenza tra pietra e cuoio. Si porterà dietro molte cose Tevez, nonostante la fuga riuscita, il suo stato di pigro dormiveglia che pare un coprifuoco prima di un assalto e, infatti, improvvisamente si accende e scatena, in una accelerazione infernale.

Ha la faccia del duro, e pure l’anima

E l’irrequietezza di non voler rimanere sempre a un tocco dalla svolta, dalla consacrazione, nonostante infligga continue umiliazioni a difensori e portieri avversari, nonostante abbia girato molto, rispetto al casino fatto, ha vinto poco. È un Sivori con una assiduità maniacale, è un Messi con meno continuità e gol. Ci sono settimane e stagioni che vengono decise da lui, e ci sono state altre che ha visto passare in panchina o vagando per il campo. Può essere indolente rispetto al gioco, insolente con gli allenatori (citofonare Mancini), e poi risolvere con il suo gol archetipo: dribbling in velocità e tiro dalla distanza imprendibile, a volte anche da fermo come a Dortmund, consegnando Klopp alla solitudine della notte tedesca. Con lo scorrere delle partite e degli anni sembra voler ancora una volta sfuggire, quest’ultima rispetto a chi lo vede un campione mancato. Ci sta provando, non lo aiuta il suo procuratore Kia Joorabchian capace di stendere ombre su ogni pallone che Carlitos tocca. Per ora, gli è riuscita la fuga. Rimane da scegliere dove parcheggiare la propria carriera: tra epopea o divagazione.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

A chi la maglia azzurra? A noi… Mancini boccia Conte sugli oriundi

mancini-670x274E’ una frase che farà sicuramente discutere quella con cui Roberto Mancini, allenatore dell’Inter, ha commentato la scelta dell’allenatore della Nazionale Conte di chiamare Vazquez e Eder, attaccanti naturalizzati di Sampdoria e Palermo, a indossare la maglia azzurra per la partita di qualificazione a Euro 2016 dell’Italia con la Bulgaria e la successiva amichevole con l’Inghilterra.
“La Nazionale italiana deve essere italiana” dice Mancini bocciando l’apertura del Ct Conte agli oriundi. “Penso che un giocatore italiano meriti di giocare in Nazionale, mentre chi non è nato in Italia, anche se ha dei parenti, credo non lo meriti. E’ la mia opinione”. Un’uscita destinata a riaprire l’acceso dibattito sul calcio italiano incapace di valorizzare le proprie risorse. Mancini ha anche chiarito che bisognerà vedere alla prova la Nazionale di Conte con dentro i due nuovi arrivi: “La Germania ha vinto un Mondiale così? Ma i loro giocatori sono nati in Germania…”, ha concluso.
L’allenatore del Palermo Beppe Iachini ha difeso il suo attaccante Vazquez (originario dell’Argentina) dalle critiche di chi non vorrebbe vederlo in Nazionale: “Vazquez convocato da Antonio Conte? Non vedo perché no, sua madre è italiana, più italiano di lui… È chiaro che sarebbe meglio avere giocatori nati in Italia, ma se ci sono giocatori come lui che sentono comunque l’appartenenza alla maglia azzurra non vedo dove stia il problema”.
Il brasiliano Eder, per il quale stravedono i tifosi della Sampdoria, ha il passaporto italiano grazie a un bisnonno che viveva nella Marca trevigiana. Saranno i due “oriundi” a dare nuova linfa al calcio italiano (che farà a meno di Pirlo e De Rossi) sul modello della Nazionale tedesca che ha aperto le porte a sei giocatori “tedeschi” di seconda generazione? È presto per dirlo. Intanto il dibattito sull’Italia “melting’gol” è aperto, aspettando il fischio dell’arbitro il 28 marzo.

 

(rassegna stampa, Secolo d’Italia)

La Juventus non svende Pogba

PogbadellaJuveLa Juventus, pur mantenendo alto il livello di attenzione sul mercato, non ha alcuna intenzione di svendere Paul Pogba. Lo ha garantito l’amministratore delegato Giuseppe Marotta ai microfoni di Sky Sport HD, in occasione di Juventus-Genoa.

Dopo la notte di Dortmund è nata una Juve europea diversa?

“Quando è partito questo nuovo ciclo con Agnelli noi avevamo come obiettivo principale di riposizionarci laddove la Juve è sempre stata, dov’è la sua storia. Per cui di stagione in stagione siamo riusciti a riconquistare posizioni. L’aver ottenuto il quarto di finale di Champions è sicuramente un risultato lusinghiero, che premia il lavoro di tutta la società, di questo allenatore, di questo gruppo di giocatori che ha assunto un livello di maturità e di professionalità davvero notevoli”.

Quale è la situazione di Pogba? Un’eventuale semifinale di Champions potrebbe essere un buon motivo per Pogba per restare, ma anche per attirare altri grandi giocatori?

“Gli infortuni purtroppo sono una caratteristica, diciamo, che va annoverata in una gestione ordinaria di una squadra di calcio. Più o meno noi abbiamo subito degli infortuni importanti, però siamo riusciti a sopperire con la prestazione di quelli che sono definiti comprimari, o cotitolari, diciamo così. Per quanto riguarda la posizione di Pogba, intanto siamo qua a celebrare, tra virgolette, una vittoria ottenuta da compagni di squadra in una squadra in cui Pogba non c’era. Quindi significa, in sostanza, che ancora una volta il gioco del calcio è un gioco di squadra, non è un gioco individuale, dove la prestazione dei singoli è si importante, dove i valori sono importanti, però diciamo che l’atteggiamento del gruppo, l’atteggiamento della squadra e della società svolge un ruolo assolutamente determinante”.Marotta

Ancora Marotta: “Per quanto riguarda il futuro di Pogba, l’abbiamo detto più volte, è un giocatore che è esploso abbastanza rapidamente, da giovane promessa è diventato una realtà, noi siamo comunque una società che vuole vincere. Quindi non necessariamente dobbiamo vendere i nostri, tra virgolette, campioncini. Tutto qua. Poi è chiaro che un giovane di quella età, di quel valore, attira su di sé l’attenzione di tanti club, in questo momento, forse, più blasonati di noi, però, assolutamente da parte nostra non andiamo a cercare dei compratori”.

Nessun contatto, quindi?

“Nessun contatto, assolutamente”.

La Juve vince come collettivo, è il top player a fare la differenza?

“Anche se è un gioco di squadra, come ho detto prima, ci sono delle scale di valore. Evidentemente ci sono dei giocatori che danno un apporto maggiore rispetto ad altri e direi che va di pari passo anche con quello che è il valore del calciatore in termini di mercato e va di pari passo anche con quelli che, poi, sono gli aspetti contrattuali dei singoli giocatori che stipulano con le società. È evidente che più la squadra è costituita da campioni più si rischia di vincere, ma è altrettanto evidente, come ho detto prima, che ci sono altre componenti importanti. Noi cerchiamo di mixare entrambe le cose, cercando di dare una mentalità vincente al nostro gruppo, ma anche cogliere quelle opportunità che il mercato di stagione in stagione ha riproposto e riproporrà ancora. In questi anni la scala dei valori è aumentata, in termini di qualità, ed è ancora un obiettivo che noi perseguiamo nell’immediato futuro. Bisogna allestire una rosa competitiva, una rosa composta da campioni e da, magari, giocatori meno campioni, ma altrettanto importanti”.

 

(mbocchio)