Juve, Pogba tra Psg e Barça, Cavani sostituto giusto?

cavani_1052894sportal_newsIn attesa di conoscere il futuro di Tevez, sempre tentato dall’opportunità di tornare al Boca, la Juventus riceve segnali incoraggianti da Cavani, uno degli obiettivi di mercato per la prossima stagione. Il Matador considera l’avventura a Parigi al capolinea e ha incaricato il fratello/agente Fernando di guardarsi attorno per trovare la giusta sistemazione.
In cima ai pensieri dell’ex bomber del Napoli ci sarebbe, secondo la Gazzetta dello Sport, la Juventus. Cavani sa che, in bianconero, tornerebbe protagonista assoluto, nel campionato che lo ha reso un campione di fama mondiale. Il problema vero è di natura economica. Il Matador guadagna circa 9,5 milioni di euro a stagione, troppo per le casse della Vecchia Signora (intenzionata a spendere, al massimo, cinque milioni per il suo nuovo top player).
Attenzione anche alla concorrenza. L’Atletico Madrid è sempre in corsa (blocco del mercato permettendo) e lo United pare intenzionato a farsi avanti in maniera importante, soprattutto se deciderà di rinunciare a Falcao e Van Persie, quest’ultimo altro possibile obiettivo bianconero. Da non escludere neppure l’opzione Milan, soprattutto se dovesse esserci un cambio di proprietà e, di conseguenza, nuovi capitali da investire sul mercato. La Juventus però potrebbe sbaragliare tutti offrendo in cambio Pogba.JuveFiorentina

Manca un solo punto allo scudetto

Massimiliano Allegri ha la serenità stampata in volto dopo la vittoria con la Fiorentina. Quella di chi sa di non potere perdere lo scudetto con 14 punti di vantaggio dalla seconda a 5 giornate dalla fine. Insomma, per gettare tutto alle ortiche servirebbe giusto una congiunzione astrale inimmaginabile. O un miracolo al contrario, come ha dichiarato il tecnico, pronto a mettere le mani sul tricolore già dalla trasferta sabato contro la Sampdoria
“Credo che la vittoria contro la Fiorentina ci consenta di affrontare il campionato con molta più serenità perché quando arrivi lì ti manca sempre un pezzetto per vincere e c’è questa voglia di arrivare più velocemente al traguardo, e stasera era importante. Con 14 punti di vantaggio è fisiologico che poi vedi dei cali di attenzione, non dimentichiamo che quest’anno molti giocatori non sono stati a disposizione. Credevo di fare un ottimo lavoro perché il gruppo ha dei valori morali oltre a quelli tecnici perché senza i grandi giocatori è difficile vincere i campionati e fare bene in Champions”, ha voluto sottolineare.

 

(mbocchio)

Il ritorno. Zizou pensa alle Champions mancate, ma anche a Pogba

ZizouLa parte più corposa dei ricordi di Zinedine Zidane legati all’Italia è quella che riguarda la sua esperienza alla Juventus: “Rimpianti per non aver vinto la Champions con la Juve? Si. D’altronde, l’ho persa contro il Real Madrid. E l’anno dopo, l’ho persa contro il Borussia Dortmund”.
Il popolare Zizou, oggi allematore del Castilla – il Real Madrid B – è stato ospite del centro sportivo della Juventus a Vinovo.Zidane figurina
Il francese di origini algerine non è arrivato per “spiare” il lavoro del tecnico bianconero Massimiliano Allegri in vista della sfida di Champions proprio contro il Real. Zizou, che sta partecipando ad un master organizzato dalla Fédération Française de Football dedicato ai grandi ex calciatori che stanno intraprendendo la nuova carriera di tecnici, ha fatto tappa allo Juventus Center nell’ambito dei corsi di aggiornamento previsti dall’iniziativa presso i grandi club europei.Zidane Real
“Un pò di rimpianti li ho – ha ammesso Zidane – perchè avevamo una squadra talmente forte sulla carta che avremmo dovuto vincere almeno una Champions League. È una cosa che mi resta ancora di traverso…”.
“Juventus e Real a quell’epoca erano le due squadre più forti al mondo – ha ricordato il Pallone d’Oro ‘98 – ma è con la Juventus che sono cresciuto. Quando sono arrivato in Italia, è qui che la mia carriera è cominciata. Perchè fisicamente è qui che mi sono formato”.
Pagine di calcio poetiche in maglia bianconera, ma anche un addio nel 2001 che fece scalpore, anche se poi proprio da quella cessione la Juventus fece partire un nuovo ciclo vincente: “Come reagirono i miei compagni alla mia cessione? Penso che se lo aspettavano, perchè erano sei mesi che se ne parlava. E poi dopo cinque anni…”.
Secondo quanto riporta il quotidiano catalano “Sport”, il Real Madrid si sarebbe già attivato per portare Paul Pogba nella capitale spagnola in estate, e avrebbe incaricato proprio Zidane di imbastire la trattativa con la Juventus. Il campione del mondo a Francia ‘98 avrebbe già iniziato un’attività diplomatica con i vertici della società di corso Galileo Ferraris, a Torino. L’ex bianconero infatti vuole ricreare a tutti i costi il trio francese Varane-Benzema,-Pogba.image002
Intervistato da “L’Equipe”, ha parlato di Pogba in questi termini: “Considerando che ha solo 21 anni, quello che sta facendo Paul è un qualcosa di enorme. Forse stiamo parlando un po’ troppo di lui ma se continua così può diventare uno dei più grandi giocatori di sempre. È una combinazione tra Makelele e Vieira, se fossi il suo allenatore io lo schiererei anche più avanzato. Se arriverà mai al Real Madrid? Vedremo, di certo i migliori finiscono tutti lì”.PogbaRealLa valutazione è però ben chiara, e Marotta e Agnelli non faranno sconti: non ci siede nemmeno al tavolo per una cifra inferiore agli 80 milioni di euro.

(mbocchio)

Il caso. Capire il miracolo del Carpi al di là della battuta di Lotito

Carpi (A)È bastato un pareggio con il Bari per agguantare il traguardo con quattro giornate d’anticipo. La notizia fa il giro del mondo: il piccolo Carpi è promosso in serie A.

“Se sale il Carpi, fra due o tre anni non abbiamo più una lira dai diritti televisivi”, si lasciò scappare lo scorso gennaio Claudio Lotito, presidente della Lazio, rifondatore del calcio a Salerno e uomo forte in Lega calcio e Figc, nella famosa telefonata registrata da Pino Iodice, dg dell’Ischia Isolaverde. La missione che sembrava impossibile, invece si è avverata.Carpi (1)
Del fatto straordinario, più che la stampa sportiva se ne stanno occupando i media finanziari di tutto il mondo. C’è la corsa a spiegare come abbia potuto realizzarsi il sogno del Carpi: dominare il campionato di serie B, venire promosso nella massima categoria, ma soprattutto – in termine di bilanci – facendo come si suol dire “le nozze con i fichi secchi”.
È già stata definita l’impresa low cost. La promozione del club in provincia di Modena è costata solo 100mila euro spesi in cartellini la scorsa estate e un monte ingaggi complessivo da 2,5 milioni. Cifre che fanno gridare al miracoloso fuori programma. Il Carpi, infatti, era stato originariamente allestito per una tranquilla salvezza: taglio del budget, nessuna spesa pazza e massima attenzione ai conti. Ma l’intuizione del ds Cristiano Giuntoli, accompagnato da quel pizzico di fortuna che non guasta mai, ha cambiato i piani: tante scommesse azzeccate e la scelta di scegliere un allenatore specialista in promozioni, ora arrivate a nove, Fabrizio Castori.
Un’altra lettura tecnica dell’impresa è il percorso netto – 26 punti su 30 – nel proprio stadio “Sandro Cabassi” nel girone d’andata. È stato in quel momento che è iniziata la fuga poi trasformatasi in marcia trionfale, dove anche la “corazzata” Bologna ci ha rimesso le piume.Carpi (2)
È venuto subito spontaneo fare il paragone con quello che forse è stato e rimane il più illustre cittadino di Carpi, Dorando Pietri: ebbene, la squadra di calcio ha fatto meglio di lui, non è crollata sul più bello. Pietri infatti, ai Giochi Olimpici londinesi del 1908, aveva tagliato per primo il traguardo, sorretto dai giudici di gara che l’avevano soccorso dopo averlo visto barcollare più volte, stremato dalla fatica. A causa di quell’aiuto fu squalificato e perse la medaglia d’oro, ma le immagini e il racconto del suo arrivo, facendo il giro del mondo e superando la cronaca viva di quei giorni, lo hanno consegnato alla storia dell’atletica leggera.
La promozione nel grande calcio è giunta dopo 106 anni complessivi di vita e i 15 di rinascita, causa fallimento nel 2000, del club.Carpi
Ma cosa c’è alla base di questo enorme risultato? Fuori dal campo esiste una società basata su un groviglio armonioso di imprenditori locali operanti nella maglieria: i proprietari Stefano Bonacini e Roberto Marani, titolari del marchio “Gaudì”, convivono tranquillamente con il presidente azionista di minoranza Claudio Caliumi, patron della griffe di moda femminile “Marilena”, e con lo sponsor “Blumarine” della famiglia Tarabini.Carpi (3)
In campo abbiamo visto una squadra piena di elementi che si sono rivelati utilissimi e funzionali alla causa: dal bomber nigeriano Jerry Mbakogu all’ala goleador Antonio Di Gaudio, passando per l’attaccante pescato nei dilettanti Kevin Lasagna, il capitano Filippo Porcari e il portiere brasiliano Gabriel (Gabriel Vasconcelos Ferriera è il nome completo), in prestito dal Milan.
Unico neo di un campionato che certamente verrà ricordato per sempre, è stata la positività per la presenza un metabolita della cocaina, riscontrata a Fabio Concas in un controllo antidoping al termine del derby d’andata con il Modena. Il giocatore ha però risolto immediatamente il contratto.
Il prossimo anno inevitabilmente il Carpi sarà costretto a giocare le proprie partite a Modena, vista l’inadeguatezza dello stadio, che contiene poco più di 4mila spettatori.

 

(mbocchio)

Toro-Juve e l’ultrà che morde il cane: quando gli scontri cancellano il calcio giocato

assaltoPullman-310x174Domenica pomeriggio a Torino abbiamo assistito a un Evento e a un Non Evento: il Non Evento è trascorso sul rettangolo verde della partita, un derby Toro-Juve. L’Evento si è materializzato qualche minuto prima del Non Evento, quando un grosso petardo è esploso nel settore della curva Sud più vicino allo spicchio degli ospiti, provocando tra i tifosi granata una decina di feriti – per fortuna in modo lieve.
Se vostra zia ha visto almeno un telegiornale negli ultimi giorni, provate a chiederle se ha sentito la storia della bomba carta. Poi domandatele chi ha vinto la partita. Capirete così perché, a dispetto del fatto che i granata non battevano la Juve sul campo da vent’anni, la bomba carta è diventata la vera notizia, o come si dice in gergo giornalistico “l’uomo che morde il cane”.
Al fattaccio è seguita un’escalation mediatica che non si arresta tuttora: la responsabilità del botto rimbalza tra granata e juventini, mentre la vicenda si arricchisce di ricostruzioni incrociate e contraddittorie. In margine arriva la confessione di un uomo di mezza età colto nell’atto di tirare due manate alla fiancata del pullman della Juventus (al quale è stato rotto un vetro, ma in un diverso momento). C’è pure l’intervista esclusiva al padre del diffidato che ha lanciato un fumogeno raccolto da terra.
Ora, mettiamo subito in chiaro che non c’è nessuno da salvare e niente da giustificare, tantomeno se si parla di bombe carta. Ma un conto è domandare la giusta sanzione per le scelleratezze e pretendere che i controlli vengano fatti per davvero, un altro è cercare di capire come mai episodi simili siano divenuti eventi di una portata giornalistica tale da oscurare lo stesso evento-partita.

Le intemperanze sugli spalti hanno oscurato il calcio giocato

Perché non è sempre stato così, e chiunque ne dubiti provi a scorrere gli archivi telematici dei giornali, a partire dagli anni Settanta e Ottanta fino al decennio Novanta e oltre. Gli incidenti erano molti di più e molto più gravi, ma rimanevano confinati alla cronaca nera, spesso quella cittadina, parecchio al di là delle prime pagine sportive e non. Era negligenza dei cronisti? Era prudenza atta a scoraggiare l’emulazione di simili comportamenti? O era – specie negli anni di piombo – un riflesso di tempi permeati da tanta, troppa violenza? Difficile rispondere, sta di fatto che fino ad anni molto recenti la gerarchia dei valori-notizia nel calcio è stata assai diversa dall’attuale.
È inutile nascondersi dietro a frasi di rito come “vorremmo potervi parlare di calcio giocato, ma purtroppo ancora una volta…”: ormai ogni settimana c’è un’”emergenza”, uno “scandalo”, una “vergogna” legata al tifo, e questo non accade soltanto in presenza di episodi che si impongono da soli all’attenzione pubblica, come la morte di Ciro Esposito o la devastazione di piazza di Spagna ad opera degli hooligans olandesi.
Lungi dal sottolineare la portata dei fatti veramente gravi, questo clima di denuncia permanente li affoga tutti in un mare di rassegnata indignazione, dove non si distingue più nulla: dalla polemica contro mamma Esposito alla contestazione contro la Roma eliminata in coppa Italia, dalla ramanzina del capo ultrà atalantino al raid allo stadio di Varese, dalle bombe carta ai gestacci contro il pullman, tutto diventa ugualmente “inaccettabile” e “indegno”. E allora via alla girandola di “soluzioni”, in un climax di assurdità: vietare gli striscioni (anche quelli per Armandino, perché è meglio non correre rischi), impedire ai giocatori di “frequentare gli ultras” (sic), punire le società che intrattengono rapporti con le curve dopo aver proclamato per anni che la via maestra passava per la collaborazione tra club e tifosi “come in Inghilterra”.
Il calcio italiano è ridotto in uno stato miserevole come non mai: privo di scossoni al vertice, povero di talenti e di quattrini, disertato da spettatori, sponsor e grandi nomi. Eppure la bulimia mediatica non può placarsi, anzi si fa tanto più grave quanto meno si riesce a raccontare colpi di mercato e polemiche arbitrali come ai “bei tempi”. Restano gli ultras, vestigia di un tifo che va morendo di anno in anno ma può ancora servire come bersaglio ideale su cui pestare a man salva: a torto o a ragione li si può tacciare di qualunque nefandezza, finanche di mafia. Non hanno né uffici stampa pronti a recriminare né avvocati o amici che si faranno sentire ai piani alti delle redazioni.
Per questo, almeno fino a quando gli stadi non verranno chiusi ad oltranza, si troverà sempre lo striscione o il coro da additare alla pubblica esecrazione, anche in mancanza di bombe carta. Benvenuti in serie A, dove ad ogni turno di campionato un ultrà morde un cane.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

Premier. Il portiere Adrian super pararigori e hidalgo insuperabile del West Ham

adrian-balotelli-ok-310x174La miglior salsa del mondo è la fame.

(M. Cervantes)

Ci sono cavalieri che uccidono i draghi, altri che liberano principesse, altri ancora che girano il mondo affrontando mulini a vento. E c’è un cavaliere andaluso, a Boleyn Ground, che difende l’inviolabile santità della sua porta. Nel duello si esalta. Quando non ha nulla da perdere diventa eroico, nell’uno contro uno è insuperabile. Adrian San Miguel de Castillo, per tutti semplicemente Adrian, l’hidalgo con i guantoni donchisciotteschi del West Ham.
Il portiere del West Ham è diventato il paladino del dischetto. Ne ha parati tre di fila, in tre partite diverse. Davanti a lui son caduti mercenari e prodi eroi. Son caduti, ultime vittime sue, Harry Kane del Tottenham, David Nugent del Leicester City e Charlie Austen del Qpr. Grazie a lui gli Hammers sono usciti indenni dall’incontro contro gli Hoops. Zero a zero che, per i colori che furon grati alla famiglia Churchill, vuol dire retrocessione quasi certa.
Nell’ennesima annata altalenante del West Ham, Adrian è diventato una certezza. Ha personalità e non si fa scrupoli a stendere e minacciare nemmeno sul bolso gangsta Balotelli. La sua è una storia di sangue, lacrime e sudore. È nato a Siviglia, anche calcisticamente. È figlio del Betis non delle grandissime di Spagna e della loro retorica. Viene dall’Andalusia dove trovò gloria eterna il Cid Campeador, icona, leggenda e mito castigliano della Reconquista. Mangia polvere per gustare la gloria, nessuno gli ha regalato mai nulla. Manco in Inghilterra. Il mondo si accorge di lui quando elimina, praticamente da solo, l’Everton in Fa Cup. Protagonista della sfida dei venti rigori, sigla dal dischetto il penalty delle cento pistole beffando i Toffees e, soprattutto, il loro portiere che dagli undici metri ha sbagliato mira. La sfida fraticida: anche lui è spagnolo come Adrian ma è castigliano di Getafe, Joel Robles.


Sam Allardyce, odiato-amato condottiero Hammer, si coccola il suo paladino: è di un’altra categoria. Gli ha regalato un punticino insperato nella tana biancoblù. Ed è solo l’ultima soddisfazione che l’hidalgo Adrian dona ai suoi. Soddisfazione che ha un sapore ancora più deciso perchè arriva in un punto morto di una stagione a cui il West Ham sembra non aver nulla da chiedere. Lusso dell’eroismo, roba da cavaliere, roba da don Chiosciotte nel pallone dei buoni sentimenti.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

Il Watford, laboratorio vincente della famiglia Pozzo, ricordando Elton John e Blissett

WatfordChi si ricorda di Luther Loide Blissett? Nella First Division inglese vinse il titolo di capocannoniere nella stagione 1982-’83, diventando uno dei primi calciatori di colore a giocare con la Nazionale dei Tre Leoni. Il 15 dicembre 1982 segnò una tripletta in Inghilterra-Lussemburgo, ma in seguito non riuscì più ad andare in gol con l’Inghilterra.
Venne acquistato dal Milan, allora neopromosso in serie A. Con i rossoneri collezionò 30 presenze e 5 reti in campionato ma, più che altro, si fece suo malgrado notare per numerose prestazioni deludenti che non gli permisero di ottenere le simpatie dei tifosi milanisti: i tanti (e spesso clamorosi) errori sottoporta di cui si rese protagonista in rossonero portarono il giornalista Gianni Brera a soprannominarlo irriverentemente “Callonissett”, in assonanza con un altro ex centravanti meneghino, Egidio Calloni, famoso in fatto di gol sbagliati.watford_taylor-blissett-barnes-etc_b1
Ebbene, Blissett era un prodotto del vivaio del Watford, che visse il suo periodo d’oro a partire dal 1977 quando Elton John, da sempre tifoso della squadra, rilevò la società e assunse, come sua prima mossa da presidente, Graham Taylor, allenatore allora esordiente sulla panchina. In sei anni Taylor condusse gli Hornets dalla Fourth Division alla massima serie, in cui il Watford esordì nella proprio nella stagione 1982-‘83 cogliendo un secondo posto finale alle spalle del Liverpool, grazie anche ai 27 goal di Blissett. L’anno successivo la squadra esordì in Coppa Uefa, dove fu eliminata agli ottavi di finale dallo Sparta Praga, e raggiunse la finale di Fa Cup, persa contro l’Everton.Programme-1983---Luther-Bli
Dal 2012 il club è di proprietà della famiglia Pozzo, la stessa dell’Udinese, che hanno esportato in Inghilterra il loro progetto ormai collaudato: valorizzare i calciatori con calma e poi rivenderli a cifre importanti e tenere quindi a posto i bilanci. Tutto frutto di pazienza e lavoro, vale la pena ricordare la cessione di Sanchez al Barcellona che ha fruttato una grande plusvalenza. Ma nel passato anche l’affare-Biehroff: comprato dall’Ascoli e venduto a caro prezzo al Milan.
La vita è sempre piena di sorprese. La stagione di Marco Motta è stata molto particolare. Perché l’esterno difensivo ha iniziato l’annata con la Juventus che non è riuscita a cederlo nel mercato estivo e agli ordini di Allegri Motta non è mai sceso in campo. Poi all’improvviso è arrivata la chiamata proprio del Watford, che a fine febbraio lo ha metsso sotto contratto e gli ha dato soprattutto un posto da titolare. Con la squadra dei Pozzo sabato scorso Motta ha festeggiato la storica promozione in Premier League.


“Quando sono arrivato al Watford mi ha stupito l’affetto che mi ha circondato fin dal primo momento. Non me lo aspettavo, pensavo che il clima fosse un po’ più distaccato – racconta- . Non ci ho messo troppo tempo ad ambientarmi, mi hanno fatto tutti sentire parte di un progetto, ho faticato di più a capire come si guida a destra”.Motta
“Qui – ha proseguito l’ex giocatore della Juve – gli stadi sono sempre pieni, c’è il tutto esaurito. Sempre. E impianti all’avanguardia: nuovi, funzionali, a misura di tifoso. Noi abbiamo centrato la promozione lo scorso weekend vincendo in casa del Brighton & Hove Albion. Ecco: sono quint’ultimi eppure nel loro impianto, il Falmer Stadium, non c’era un solo posto libero. Certo, capiamoci: anche in Italia, anche a Torino c’è uno stadio all’avanguardia ed è lo Juventus Stadium, io ci ho giocato fino a qualche mese fa. È vero, si riempie, ma spesso e volentieri solo per le partite di cartello”.

https://www.youtube.com/watch?v=5wnvWJgqF7Y
E sulle differenze tra il calcio inglese e quello italiano, Motta ha aggiunto: “Qui in Inghilterra è diversa, totalmente opposta proprio la mentalità, il modo in cui viene trasmessa la passione per la propria squadra del cuore, di padre in figlio. Nei settori riservati ai tifosi in trasferta trovi di tutto: la vecchietta che sferruzza a mano uno sciarpone molto vintage e che porta i nipotini a vedere il club del suo cuore, il professionista di 40- 50 anni che sta tranquillo e seduto e al massimo applaude al gol, dimostrando aplomb molto british, e pure il gruppo di ragazzini e anche moltissime famiglie. E se la squadra perde non ce n’è uno che contesti, insulti o fischi i propri giocatori. Sono applausi, a patto che tu in campo dia tutto quello che hai. Quando sono arrivato al Watford mi ha stupito l’affetto che mi ha circondato fin dal primo momento. Non me lo aspettavo, pensavo a un clima più distaccato. Non ci ho messo tanto ad ambientarmi, i compagni, lo staff tecnico e la società mi hanno fatto subito sentire parte importante del progetto. Non smetterò mai di ringraziarli per avermi aperto un mondo”.

 

(mbocchio)

Boskov. Un anno fa se ne andava. Nessuno come lui capiva l’Uomo e il Calcio

boskov-640x480«Rigore è quando arbitro fischia», è già una massima dell’immaginario nazionale. Una sentenza che rivela una filosofia (non solo calcistica) implacabile. Accanto alle imprese sportive, dell’allenatore serbo Vujadin Boskov si ricorderanno le tante pillole di saggezza. «Pallone entra quando Dio vuole». Come non credergli. Con annessa poi una buone dose di teologia fatta di scongiuri. «Meglio perdere una partita 6-0 che sei partite 1-0». Si può dargli torto? «Se io slego il mio cane, lui gioca meglio di Perdomo (uruguaiano del Genoa, ndr). Io non dire – precisava – che Perdomo giocare come mio cane. Io dire che lui potere giocare a calcio solo in parco di mia villa con mio cane». Genio e schiettezza. Un grande Boskov, dunque, campione anche d’ironia: «Benny Carbone con le sue finte disorienta avversari, ma pure compagni». Nel mirino anche grandissimi del calibro di Ruud Gullit. Per lui la doppia uscita in odore di malizia: «È come cervo che esce di foresta». Quando poi dalla Samp tornò al Milan, commentò: «Gullit è come cervo ritornato in foresta». C’è poi il grande la grande lezione di pragmatismo: «Io penso che per segnare bisogna tirare in porta. Poi loro sono loro, noi siamo noi». E ancora: «Se vinciamo siamo vincitori se perdiamo siamo perditori»

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

StorieDiCalcio. Sangue e arena: StellaRossa-Partizan derby eterno di Belgrado

-A volte l’uomo è straordinariamente, appassionatamente innamorato della sofferenza.

(F. Dostoevskij)

Chi si sorprende lo fa solo perchè non conosce il calcio tra gli slavi del sud. Il derby eterno di Belgrado non è una partita come le altre: Stella Rossa e Partizan si odiano, da sempre. E l’anima slava è sempre quella, sia tra le pagine di Tolstoj che nelle strade di Belgrado: la vita è un bicchierino di vodka da schiantare dritto nelle budella.
L’ultima edizione dello scontro tra i grobari e i delije, sul campo, s’è concluso in un timoroso zero a zero. Partita blanda che l’arbitro, verificata la cattivissima parata che si andava consumando sugli spalti, ha fatto iniziare con 45 minuti di ritardo imponendo ai calciatori di tornarsene negli spogliatoi. Sulle tribune, invece, cinquanta arresti e quaranta feriti. Botte da orbi, mazzate e bombardamenti tra le due tifoserie faticosamente separate dalle forze dell’ordine serbe.
La storia del calcio slavo risente, come accade ad ogni latitudine quando si parla di uomini che prendono a pedate un pallone, dello spirito del tempo e della cultura popolare. Tra Partizan e Crvena Zvezda è sempre corso l’odio più genuino. In tema di insulti, era l’eterna lotta tra i grobari cioè i becchini, a causa delle divise bianconere della squadra del Partizan contro i Cigani, gli zingari, della Stella Rossa che da sempre seduce i cuori della folta comunità rom locale. In tema di autodefinizione, però, i sostenitori del Partizan hanno mantenuto l’epiteto mortifero affibbiato loro dai rivali che, invece, si definiscono delije, concetto che in italiano sarebbe perfettamente traducibile solo rispolverando le guerre lessicali del Ventennio con “balilla”, cioè giovane forte, coraggioso e patriota.

https://www.youtube.com/watch?v=9y8BhxsB99I
Nei regimi socialisti, come era la Jugoslavia di Tito, ogni squadra aveva un riferimento istituzionale. Non si può, perciò, immaginare una rivalità più accesa di quella tra l’esercito (Partizan) e la polizia (Stella Rossa). Rivalità politica, innanzitutto. La politica c’entra sempre. Anche oggi, con una situazione esplosiva dovuta alle mire occidentali sui Balcani e al rapporto, mai reciso se non nella parentesi Tito (che addirittura si permise il lusso, nell’intento di unificare culturalmente il Paese di nominare il croato Franjo Tudjiman presidente del Partizan), con Santa Madre Russia. Pure ieri quando le frange ultrà recitarono un ruolo importante nella guerra succeduta alla dissoluzione dell’ex Jugoslavia. La “Tigre” Arkan, per esempio, capo storico del tifo delije. Come oggi lo è Ivan Bogdanov.
Il calcio slavo è fenomeno politico e di popolo. Al calcio è legata una grandissima parte della storia recente balcanica. Le tappe fondamentali e drammatiche degli ultimi decenni sono indissolubilmente legate a partite di calcio. A cominciare dal 1952. A Tampere, in Finlandia. La selezione olimpica jugoslava affronta l’Urss. Ai calciatori sovietici (uno squadrone) Stalin affida una sola consegna: vincere. Umiliare i “traditori” slavi, punire l’arroganza del maresciallo Tito che nel ’49 ha rotto con Mosca. Ma i plavi prendono il controllo mentale dell’incontro: 5 a 1. Hanno fatto i conti senza Bobrov, giunonico delantero sovietico, che scaccia la Siberia in un glorioso secondo tempo: 5 a 5. Replay ma senza storia, gli slavi vincono 3 a 1 e al poligono di Karlovac esplodono salve d’artiglieria per celebrare la vittoria più dolce.


Maggio, 1990. Giocano, a Zagabria, la locale Dinamo contro la Stella Rossa. In palio c’è lo scudetto. Ma non interessa a nessuno. La Croazia dell’ex presidente del Partizan, Tudjiman, vuole staccarsi da Belgrado. I delije arrivano allo stadio Maksimir e si scatenano. Dall’altra parte, però, ci sono i BBB e gli ultrà croati che non sono proprio gli ultimi arrivati. La polizia, serba, carica loro. I BBB sfondano le recinzioni e si riversano in campo per affrontare i rivali di Belgrado. Lì e allora cambiò la geografia degli slavi del Sud. L’immagine del giorno è quella di un giovanissimo Zvonimir Boban, con indosso la casacca numero 10 della Dinamo, che prende a calci un poliziotto impegnato a malmenare i “suoi” tifosi. Boban, poi, verrà portato in salvo da dirigenti e sostenitori croati. Sarà squalificato per nove mesi e fuggirà a Bari prima di approdare al Milan.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

Il Bayern di Guardiola stravince (di nuovo) lo scudetto

BayerncampioneDie Meister canta la canzoncina multilingue della Champions League, per indicare i migliori.
Al Bayern Monaco di Guardiola, per diventare die Meister, ovvero campione di Germania, serviva solo la matematica, nonostante avesse seriamente ipotecato la Bundesliga quasi già a dicembre, visti i distacchi abissali dalle inseguitrici. Ora è arrivata anche quella : i bavaresi si aggiudicano il 25° Deutsche Meisterschale della loro storia, e con quattro giornate d’anticipo.
A deciderlo, un gol al 90’ di Kruse. Del Borussia Moenchengladbach. Un giorno dopo la vittoria casalinga del Bayern sull’Herta Berlino (ottenuta grazie a Schweinsteiger). Sì perché il gol della matematica vittoria del titolo arriva sul campo del Gladbach, che stende il Wolfsburg, la diretta inseguitrice dei bavaresi, oltretutto reduce dalle fatiche d’Europa League a Napoli la scorsa settimana. Però, per il momento, nessun festeggiamento a Marienplatz, dove solitamente un mare bianco e rosso (alle volte anche blu e grigio, a seconda delle sfumature cromatiche mai ben chiare del Bayern) abbraccia i suoi beniamini che si affacciano sul balcone del municipio. Guardiola vuole mantenere alta la concetrazione in vista della semifinale di coppa di Germania contro il Borussia Dortmund, e più in là anche la semifinale contro il suo ex grande amore Barcellona. Ancora un po’ di pazienza, quindi, per vedere se anche stavolta Thomas Müller prenderà in mano il megafono per far cantare la folla, proprio come nell’immediato post- partita con il Porto in Coppa dei Campioni.
E dire che sia Guardiola sia capitan Lahm, prima che il Wolfsburg scendesse in campo, si erano augurati che i diretti rivali vincessero in modo da ritardare il verdetto, poiché “non è emozionante festeggiare a casa sdraiati sul divano, meglio sul campo”. Cinismo e pragmatismo di stampo teutonico e catalano. Che volete, sono fatti così.

https://www.youtube.com/watch?v=xkEjQTaY1YQ
Il gioco ed i numeri, del resto, giustificano questa nonchalance di fronte a, ormai, vittoria certa. Su 30 partite giocate, 24 sono state le vittorie e 4 pareggi. 77 gol fatti e 13 subiti, e questo solo in campionato, in cui i punti di vantaggio dalla diretta inseguitrice Wolfsburg sono 15. Un cammino sontuoso, che trova la sua forza sia nel collettivo, sia nelle qualità dei singoli. E se il Bayern comincia ad avere dei fuoriclasse già in porta…
Se poi qualcuno volesse proprio malignare e cercare il pelo nell’uovo, anzi, per dirla con mr. Claudio Ranieri “attaccarsi al fumo della pipa”, potrebbe dire che lo scorso anno la vittoria del campionato arrivò addirittura a Marzo, e l’anno prima ancora, con Hitzfeld, i primi di Aprile. Ma questi ragazzi hanno pur costituito l’ossatura della Mannschaft campione del Mondo in Brasile : a modo loro, hanno tirato il fiato.
Per la quarta volta nella sua storia, il Bayern conquista tre titoli consecutivi. Era successo dal ‘72 al ’74, dal 1985 al 1987 e dal ’99 al 2001. Mai nessuno però, nella storia della Bundesliga, ne ha vinti 4 di fila. Nell’immediato, l’obiettivo dichiarato da Guardiola & co. sono le due finali delle due coppe. Ma siamo certi che per l’anno prossimo, l’assalto al primo “quarto titolo consecutivo” è già stato lanciato.

 

(rassegna stampa, barbadillo.it)

Altro che Denis: in Algeria Anelka picchia e fa licenziare l’allenatore

anelka-algeriaAltro che Denis: in Algeria Nicolas Anelka ha prima preso a pugni il suo allenatore e poi l’ha fatto licenziare. L’ex talento perduto del calcio francese l’avevamo lasciato a far quenelle nei bassifondi della Premier col Wba, subito dopo la scialbissima apparizione italiana con la Juve del cannibale Conte. Ora Nicolas sembra aver appeso le scarpette al chiodo e si diletta come direttore sportivo del Nasr Athlétique de Hussein Dey. Squadra che rappresenta l’omonima città algerina e che è stabilmente ancorata all’ultimo posto della Ligue 1 nordafricana.
Situazione pesantissima, per i giallorossi. Anzi per i “sangue e oro” di Hussein Dey. I fasti sono lontanissimi: uno scudetto nel ’67 e la coppa nazionale nel ’79. La società sembrava aver trovato una soluzione con l’ingaggio dell’allenatore Meziane Ighil. Che colpo! Ighil è una bandiera del club, da calciatore (difensore sinistro) ha vissuto i gloriosi anni del Nahd e da allenatore la transizione tra gli anni ’80 e ’90. Poi una lunga carriera tra le nazionali e le squadre più titolate tra cui il Jeunesse sportive de Kabylie.
C’è qualcosa che non va, però. Dal quattordicesimo posto, la formazione precipita due posizioni più giù al sedicesimo e ultimo posto. L’ambiente è carico di tensione, c’è guerra tra squadra, allenatore e società. All’orizzonte la stagione delle piogge, anzi degli uragani. Ighil stufo va a dirne quattro ad Anelka che s’è permesso il lusso non solo di assistere agli allenamenti ma pure di distrarre il preparatore dei portieri con chissà quale malignità. Gli intima di uscire dal suo regno, il campo. Il francese lo snobba. I due galli si affrontano e i calciatori devono faticare sette camicie per separarli.


La notizia arriva fin su nei piani alti. Il presidente li convoca in serata e decide (poco) salomonicamente: Ighil, la bandiera che avrebbe dovuto salvare il Nahd e “dietro al quale tutti avrebbero marciato affinchè riuscisse a portare a termine la sua missione”, viene sollevato dall’incarico. Anelka rimane. Non è dato sapere, finora, se la questione finirà in tribunale come, invece, finirà sicuramente la rissa tra El Tanque dell’Atalanta e l’empolese Tonelli.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)