Bundesliga. Con l’Ingolstadt, campionato o concessionaria auto?

ingol (1)Il club della cittadina bavarese di Ingolstadt ha ottenuto la promozione nella massima categoria tedesca: è l’ultimo tassello di Volkswagen nel dominio economico della Bundesliga.

Se c’è un filo conduttore che lega i grandi campionati europei, è il fatto che molte piccole squadre si stanno conquistando grandi palcoscenici. Dalla coppia Carpi-Frosinone nella serie A italiana al Gazelec Ajaccio in Francia, fino all’Ingolstadt in Germania. Pochi soldi, molte ambizioni. Un concetto che però non vale per tutti. Perché ad Ingolstadt, cittadina nel nord della Baviera, ha sede una grande azienda, una potenza mondiale nel proprio settore, che ha interessi non solo nel calcio locale, ma in buona parte della Bundesliga.
Parliamo dell’Audi, casa produttrice di auto che dal 1964 fa parte del gruppo Volkswagen. Ovvero, di un conglomerato che ha grandi interessi nella massima serie del calcio tedesco. Dalla proprietà del Wolfsburg fino a una fetta della torta del Bayern Monaco (tramite Audi) passando per gli investimenti nell’Ingolstadt, fino alla partnership con la Federcalcio per sponsorizzare la Pokal, la Coppa di Germania (tra le coppe nazionali più seguite in Europa).ingol

Interessi sportivi e commerciali

Gli interessi sportivi si intrecciano a quelli commerciali. Interessante è l’approfondimento fatto da Alessandro Oliva per Calcio e Finanza. Audi è concorrente di altre due grandi case tedesche come Bmw e Mercedes nel cosiddetto segmento Premium, che ha nell’Europa, nella Cina e negli Usa i propri mercati di riferimento. Avere quindi un club come l’Ingolstadt in Bundesliga significa, per la controllata di Volkswagen, avere maggiore esposizione mediatica in un campionato sempre più in crescita per pubblico, ricavi e appeal come quello tedesco.
Il caso dell’Ingolstadt Fc 04 è interessante, in questo senso. Soprattutto se si pensa che 11 anni fa questo club nemmeno esisteva. La squadra è nata nel 2004 dalla fusione di due club locali, l’Esv e l’Mtv, che decisero di fondersi dopo la bancarotta della prima. Il club entra nella sfera d’influenza della locale Audi e i risultati sono da subito incoraggianti: la squadra partecipa al suo primo campionato di quarta divisione, arrivando secondo e centrando subito la promozione in terza divisione. Quindi, l’anno successivo, una nuova e immediata promozione in seconda divisione. La salita è troppo veloce, tanto che il club retrocede. Poi arriva la stabilità e la squadra cresce, tanto che quest’anno il campionato di Zweiteliga si è concluso con la vittoria e la storica promozione in Bundesliga, dopo nemmeno un decennio dalla fondazione.ingol (2)
Un risultato che si lega ad Audi e agli investimenti della casa automobilistica. Che possiede il 20% delle quote societarie, ma che allo stesso tempo risulta proprietaria dello stadio e dei campi di allenamento del club. L’impianto del club, non è un caso, si chiama Audi Sportpark: aperto nel 2010, è costato 20 milioni di euro. La Audi però i soldi li ha messi inizialmente per i naming rights: il finanziamento per l’impianto è stato trovato dal presidente del club, Peter Jackwerth, grazie a prestiti della comunità locale. Questo perché la Audi non aveva grande intenzione di essere associata in maniera evidente con un club di seconda fascia, in un periodo in cui i grandi investimenti erano riservati ai top club europei come Real Madrid, Milan e Bayern, di cui Audi ha comprato circa il 9% delle quote per 90 milioni di euro tra il 2010 e il 2011.
“Il modello di business è così riassumibile: soldi spesi per le infrastrutture, niente follie sul mercato e grande autonomia finanziaria costruita nel tempo, grazie agli asset come lo stadio e alla sicurezza di un cuscino come Audi – scrive Oliva -. Che nel frattempo, ha deciso che era arrivato il momento di investire in maniera più sfacciata. Comprando lo stadio e aumentando al 20% delle quote la propria presenza nel board del club. Così l’Ingolstadt, a inizio stagione, si è ritrovato a gestire un budget di 8 milioni di euro. Non male, se si pensa che nei dieci anni precedenti il club aveva speso in tutto 4 milioni di euro nel player trading. Il risultato? Squadra promossa in Bundesliga”.

L’Ingolstadt farà così compagnia ad altri club che hanno rapporti con la Volkswagen

 

Il caso più celebre è quello del Wolfsburg, che ha eliminato l’Inter dall’ultima Europa League, che fa capo al gruppo automobilistico. E che ha sede proprio nella città del club campione di Germania nel 2009. Un titolo festeggiato nella Wolfsburg Arena, stadio finanziato da Wolfswagen, che nel consiglio di gestione del club ha piazzato alcuni suoi uomini chiave: il presidente è Francisco Javier Garcia Sanz, componente del cda del gruppo Volkswagen e responsabile della controllata spagnola Seat; Uno dei due vice presidenti è Hans Dietrich Poetsch, membro del board e responsabile finanziario della Volkswagen. L’altro è invece Stephan Grueshem, responsabile delle comunicazioni del colosso automobilistico tedesco.
La Volkswagen è però legato a doppio filo anche al Bayern Monaco. La casa automobilistica tedesca, per raggiungere l’obiettivo di diventare il maggior gruppo del settore nel 2018, è entrata in possesso del 9,1% della FC Bayern Muenchen Ag, ovvero la società che controlla la squadra di calcio, tramite Audi. Per tale motivo, nel consiglio di sorveglianza del team bavarese ci sono Rupert Stadler, presidente di Audi, ma anche Martin Winterkorn, il gran capo di Volkswagen.ingol (4)
Ma l’impegno della casa automobilistica nella Bundesliga non finisce qui. La Volkswagen è anche tra i main sponsor del Werder Brema, dell’Hannover 96 e dello Schalke 04, mentre Audi è tra gli sponsor dell’Amburgo. Uno degli slogan di Volkswagen “Think Blue”, compare sulle maglie del Monaco 1860. Il logo della Seat, altra controllata, compare invece sulle maglie di un altro piccolo club, il Braunschweig. Di recente, la Federcalcio tedesca (che ha Volkswagen tra i propri top sponsor per la Pokal, la Coppa di Germania) ha cercato di mettere un freno a questo nuovo trend, facendo approvare una regola che vieta a un soggetto terzo di possedere azioni in più di tre club e che permette di detenere più del 10% di una sola. Il fatto è che la regola non ha effetto retroattivo, come ha ammesso lo stesso numero uno della Dfb Chirstian Seifert.

 

(mbocchio)

Non parlate ai conducenti: la Figc vieta i “rapporti” tra giocatori e tifosi

maxresdefault-310x174Mai più giocatori sotto le curve a fine partita. Il consiglio Figc ha approvato le annunciate sanzioni in merito al divieto di contatti tra calciatori e tifosi inserendo due commi all’articolo 7 del Codice di Giustizia Sportiva. Al comma 8 si proibisce “di avere interlocuzioni con i sostenitori nel corso dell’attività sportiva (NdR: ritiri, allenamenti, gare) e/o di sottostare a manifestazioni e comportamenti degli stessi che, in situazioni collegate allo svolgimento della loro attività, costituiscano forme di intimidazione, determinino offesa, denigrazione, insulto per la persona o comunque violino la dignità umana”.
Nel successivo comma 9 si vieta ai tesserati “di avere rapporti con rappresentanti di associazioni di sostenitori che non facciano parte di associazioni convenzionate con le società”. Simili contatti, in ogni caso, “devono essere autorizzati dal delegato della società ai rapporti con la tifoseria”.
Ancora non è dato sapere di quale entità saranno le sanzioni (il consiglio ha dato delega in materia al presidente Tavecchio), ma le norme si prestano alle interpretazioni più grottesche. Messa in questi termini, sono punibili anche i giocatori che firmano autografi ai bambini durante un allenamento. E cosa si intende parlando di “rapporti con rappresentanti di associazioni di sostenitori”? Significa che, per esempio, un calciatore non potrà vedere una partita in curva se squalificato, o prendere un caffè in un bar se è un luogo di ritrovo abituale dei tifosi? In assenza (per ora) di elementi identificativi, per esempio una stella gialla sul petto, il giudice sportivo dovrà verosimilmente esprimersi sull’appartenenza o meno di un tifoso ad un’associazione “non convenzionata” con i club (leggi: i famigerati ultras) in base al numero di tatuaggi o alle scritte sulla maglietta.
Sembra già di vedere le scene: “bella vittoria domenica!” “mi scusi, non posso interloquire”. Pensare che uno degli aneddoti più commoventi sul compianto Gaetano Scirea, raccontato dalla moglie Mariella, riguardava proprio il suo rapporto extracalcistico coi tifosi: “Quante volte Gai, dopo l’allenamento, mi piombava a casa all’ora di pranzo con quattro sconosciuti. Diceva: “Mariella, questi signori hanno fatto centinaia di chilometri per venire a vedere la Juve e ho pensato che dovevano pur mangiare qualcosa”. Ecco, questo era Gaetano Scirea fuori dal campo”. Oggi come oggi, per una cosa del genere si beccherebbe quella squalifica che non ha mai avuto in 16 anni di esemplare carriera.
L’ennesimo episodio di cretinismo sanzionatorio che ha investito il nostro calcio trae origine dalla contestazione dei romanisti alla squadra dopo l’eliminazione in coppa Italia contro la Fiorentina. Contestazione che, giova ricordarlo, non ha visto violenze di nessun genere, se non quelle ipotetiche denunciate dai soliti indignati speciali. L’idea di stadio-panopticon che è propria di questi ultimi è stata ben descritta da Massimo Ilardi sul Garantista, in risposta un’intemerata di Maurizio Crosetti di Repubblica.
Perché come al solito è l’editorialismo morale a dettare la linea alle istituzioni del calcio e perfino a chi gestisce l’ordine pubblico. Se fossimo in un poliziottesco anni Settanta, si potrebbe titolare “i tromboni sparano, lo stadio non può reagire”. E meno male che questi volevano trasformare i campi da calcio in teatri: perlomeno nei loggioni si riconosce allo spettatore pagante il diritto di fischiare alla fine dello spettacolo, se la recita non è piaciuta. Ma forse nemmeno la Scala è abbastanza depurata dagli ultras.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

Caso Fifa. “Teniamo il gioco vero e bello”: la lezione dei pionieri di Sheffield

SheffieldLo Sheffield FC torna a far parlare di sé. Dopo il corteggiamento a Jürgen Klopp, che con tutta probabilità si rivelerà infruttuoso, la prima squadra del mondo decide di commentare il terremoto che in queste ore sta scuotendo la Fifa. Con il solito impeccabile stile inglese pacato e con quel tocco d’ironia, hanno affidato ai social network una splendida reprimenda verso i cupi signori del calcio che hanno messo in secondo piano il pallone per far spazio ai milioni.

“Cari re e signori del calcio.
Quando i nostri fondatori diedero vita al calcio nel 1857, avevano un’idea un po’ diversa di come questo gioco dovesse far parte delle nostre vite. Il calcio che giochiamo e di cui godiamo oggi, in origine fu inventato come sport per mantenersi in forma nelle fredde giornate invernali, quando la stagione di cricket era ferma. Quando il calcio cominciò a crescere fuori da Sheffield e si sviluppò il professionismo, nel 1885, il nostro Club e i suoi gentlemen decisero di rimanere dilettanti. Per sempre.
Anche se rispettiamo il fatto che il calcio ormai sia un business e sia diventato un’industria potente e globale, chiediamo gentilmente a tutti quei funzionari là fuori che hanno dimenticato l’idea originaria del gioco di cercare nuovi impieghi, magari dove il denaro può essere la forza motrice naturale.
Noi siamo dalla parte di tutti i club, dilettanti, volontari e appassionati che giocano per amore di questo gioco. Questo sport non è in vendita, è per la gente. Manteniamo il gioco vero e bello, insieme!

Cordiali Saluti,


Sheffield FC”

Una voce ruvida e galante, leggera come dovrebbe essere un gioco ma al tempo stesso ferma, severa e rabbiosa. La voce della coscienza, come il grillo parlante. La voce dell’antico spirito del calcio che torna a farsi sentire proprio nel momento in cui si è raggiunto probabilmente il punto più basso della sua lunga storia, e che urla ai mercanti di uscire fuori dal tempio (e non se n’abbiano a male i credenti per la citazione usata forse a sproposito).


In fondo non chiede molto, questa voce dei pionieri. Il ritorno ad amare il calcio come sport. Una palla al centro, 11 uomini da una parte e 11 dall’altra su un rettangolo di gioco,a sfidarsi su chi gonfia la rete una volta in più dell’avversario. Niente di più. Niente fango, se non quello sul campo da gioco. Niente milioni, corruzioni, frode, riciclaggi di danaro, tangenti per assegnare un mondiale in qualche sperduto posto in cui il calcio tutt’al più rappresentava quello da dare ad un’altra persona sulle gambe o sul sedere.
Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio” scriveva José Luis Borges. Lo spirito del calcio, lo spirito dei pionieri di Sheffield, in fondo, chiede solo questo. Che poi, del resto, è il calcio che a questa ciurma non conforme quale è Barbadillo, piace raccontare.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

Il caso. Adesso il Siviglia è meglio di Juve, Inter e Liverpool

Gli spagnoli vincono la loro quarta Europa League (prima Uefa) e conquistano l’accesso alla prossima Champions.

Immaginate il Siviglia in Champions League? Però attenzione, basta uMarca Sevillan terzo posto nel girone ed è un attimo ritrovarti questa squadra a Basilea, sede della prossima finale. Gli andalusi in Europa League non vincono, regnano: secondo trionfo consecutivo, quarto in dieci anni (le prime due erano ancora Coppe Uefa). Un ruolino impressionante: quattro vittorie in altrettante quattro finali, più successi che chiunque altro nella storia: superate Juve, Inter e Liverpool con tre. Fino al 2005 gli spagnoli sapevano vagamente come fosse fatta una finale. Il quarto successo, il secondo targato Unai Emery Etxegoien (il tecnico basco che ha iniziato ad allenare il Lorca nel gennaio 2005 mentre disputava la sua ultima stagione da calciatore), è arrivato dopo un 3-2 a tratti spettacolare contro gli ucraini del Dnipro che hanno onorato il traguardo raggiunto ed evitato di far riesplodere i rimpianti del Napoli. Sono una squadra migliore di quanto non fosse stata dipinta.
A Varsavia non c’è stata dunque gloria per l’est europeo, nonostante i tentativi fino al 90’ di Konoplyanka, classe 1989, uno che farà ancora parlare di sé. È stata la sera del colombiano di Barranquilla Carlos Bacca, che ha confermato un feeling particolare anche dei connazionali con questa coppa. Sulle orme di Radamel Falcao c’è lui: sette gol nella competizione, due in finale, uno decisivo al 27’ del secondo tempo, quando Vitolo con un tocco d’esterno lo ha liberato davanti a Boyko.Bacca
Pensate che nel passato di Bacca c’è il periodo in cui preferiva fare i biglietti sul bus che allenarsi, visto che per questo lavoro lo pagavano. Tecnicamente sbaglia pochissime volte.
Adesso lo aspetta la storia. E la Champions la prossima stagione, a Sevilla o altrove. Ma oltre che dell’attaccante, è stato anche il trionfo dell’argentino Éver Banega (man of the match Uefa), talento cristallino persosi per strada. Ma soprattutto di Unai Emery: nelle sfide dirette non perde mai.
Le sue squadre corrono, partono, fanno male. E questa volta, grazie anche a un Dnipro poco catenacciaro, ha fatto pure spettacolo. Cosa che non gli riuscì lo scorso anno a Torino contro il Benefica, quando si portò comunque a casa l’Europa League.

 

(mbocchio)

Caso Fifa. Ritorna la “guerra fredda” tra Russia e Usa

Putin e BlatterNella vicenda della bufera che si è scatenata sulla Fifa dopo gli arresti di sette dirigenti, tra cui due vice di Blatter, con l’accusa, tra l’altro, di corruzione, tangenti e riciclaggio di denaro, entra in scena Vladimir Putin.
“L’indagine americana sui dirigenti della Fifa è l’ultimo evidente tentativo da parte degli Usa di estendere la propria giurisdizione su altri Paesi”: ha detto il leader del Cremino, aggiungendo che gli Usa non hanno nulla a che fare con le vicende della Fifa e che i dirigenti del massimo organismo calcistico arrestati non sono cittadini americani.
La Russia sta organizzando i prossimi Mondiali di calcio del 2018. “Questi arresti – ha aggiunto Putin -, sembrano quantomeno molto strani, perché sono stati effettuati su richiesta della parte americana. Si può presumere che qualcuno di loro abbia fatto qualche violazione, io non lo so, ma è ovvio che gli Usa non hanno nulla a che fare con questo”.
“I dirigenti Fifa arrestati – ancora Putin -, ‘sono funzionari internazionali, non sono cittadini americani. Se qualche cosa è avvenuto, ha avuto luogo non sul territorio degli Usa’”.Arresti Fifa
Il presidente russo ha inoltre criticato il procuratore americano per aver già accusato i membri del comitato esecutivo della Fifa ”di aver commesso un reato, come se non sapesse che esiste la presunzione di innocenza. Se una persona è colpevole o meno, bisogna provarlo in aula. Solo dopo si può dirlo, sempre ammesso che gli Usa abbiano qualche diritto all’estradizione di queste persone’”. Lo scandalo legato agli arresti di dirigenti Fifa non riguarda la Russia: ha detto ancora Putin. Rispondendo ad una domanda dei giornalisti su come tale scandalo possa riflettersi sui Mondiali di calcio del 2018 ospitati dalla Russia, il presidente ha risposto: “Non lo so. Questo non ci riguarda”.

 

Mosca è contro il rinvio del voto, e sostiene Blatter

L’Unione calcistica russa non condivide l’iniziativa dell’Uefa di rinviare le elezioni del presidente della Fifa e sosterrà la candidatura di Blatter. Lo ha annunciato alla Tass Nikolai Tolstikh, presidente della stessa Unione.

 

(mbocchio)

L’Fbi fa traballare Sepp Blatter, Vegliardo della Montagna (di scandali) Fifa

blatter_2714627bCi voleva l’Fbi per disarcionare (forse) il gran Veglio della Fifa che si svela montagna di scandali. Sepp Blatter traballa, lui che è più legato alla poltrona che alla sua stessa vita. E, destino ingrato, tutto accade alla vigilia dell’ennesima elezione che avrebbe dovuto riconfermarlo (ancora) alla guida dell’ente massimo del calcio internazionale.
Si parla di almeno cento milioni di dollari in bustarelle che sarebbero stati assimilati da sette dirigenti, i munifici sette. Un uragano di soldi raccattati tra Centramerica, Brasile e Uruguay e poi transitati per le banche americane. Da ciò l’intervento dell’Fbi che ha preso d’assalto l’inespugnabile castello della neutralissima Zurigo.
Pare che il signor Blatter non sia né indagato né imputato né invischiato nell’inchiesta americana. Tanto per dovere di cronaca. Ciononostante il tracagnotto Veglio della Montagna (di scandali) Fifa sembra assumere la fisionomia di un tappo di sughero incastrato sul collo di una bottiglia di Crystal in procinto di esplodere in un profluvio di imbarazzanti bollicine. Finora erano stati colpetti. Le bottarelle di Platini, troppo interessato e ambizioso per essere ascoltato, quelle di Maradona, troppo divinamente antieroe per poter essere preso (finora) sul serio, le altre del principe giordano, troppo esotico per essere vero. Adesso arriva lo scossone dello sceriffo yankee. Troppo potente e minuziosamente articolato per essere ignorato.
Di fatto, qualora il Tappo Veglio terrà, il calcio dei bottoni finirà per perdere anche quel poco di credibilità d’accatto rimediata con le interessatissime campagne di propaganda sociale. Dovesse saltare cadrà il baluardo oscuro della metà affaristica del pallone. Sarà la fine di un’era, quella di un uomo che ha fatto del pallone una multinazionale e che sempre e comunque remato contro l’Italia negandosi (tra le altre fellonie) la premiazione degli azzurri mondiali sotto il cielo della Berlino del 2006. Il calcio è questione irrazionale, stomaco e cuore a dispetto di cervello e calcolo. Stavolta non si potrà affossare, insabbiare e lasciar perdere. C’è di mezzo l’Fbi di mezzo, roba grossa.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

Darmian-Bayern, Cairo non fa sconti

DarmianMatteo Darmian piace al Bayern Monaco, ma Urbano Cairo non è disposto a fare sconti ai campioni di Germania.
Dalla Baviera infatti sono disposti a spendere 17 milioni per il laterale del Torino e della Nazionale, cifra però considerata insufficiente dal numero uno granata. Per meno di 20 milioni, infatti, Darmian non lascerà il Piemonte. Cairo, inoltre, pretende che l’accordo venga trovato entro il 30 giugno, in modo tale da avere il tempo per sostituire eventualmente il laterale scuola Milan.

Ventura: “Non so se resto”Ventura e Cairo

Il tecnico del Torino Giampiero Ventura preferisce non sbilanciarsi sul suo futuro: “Cairo ha detto che rimango a Torino? Io non lo so, ma non è questa la sera per parlare di queste cose. Non ho detto che andrò via, anzi sono contento delle dichiarazioni del presidente”.
“Direi che in questi quattro anni abbiamo fatto una gran semina. Direi che adesso ci sono le basi per aprire un piccolo ‘ciclo vincente’, per quelle che sono le potenzialità di questo Torino. Chiaro che questo dipende dal mercato che verrà fatto e tante altre cose”, spiega il mister granata.
“So che mi domandate sempre come mai una squadra importantissima non mi abbia mai cercato. Nel momento in cui faccio bene da tutte le parti, lancio tanti giovani, mandi tanta gente in Nazionale, qualche domanda te la fai, ma ovviamente senza polemica…” ha concluso.

 

(mbocchio)

Il caso. Il popolo Real è con Ancelotti. Adesso Berlusconi lo vuole a tutti i costi al Milan

Ancelotti e PerezIl giorno dopo essere stato scaricato dal Real Madrid, Ancelotti riceve l’omaggio di Sergio Ramos, che su Instagram celebra il suo ex tecnico: “Uno dei migliori allenatori che abbia mai avuto. Grazie di cuore per tutto. Se ne va un grande professionista, rimane l’amico. Un grande abbraccio”. Parole d’elogio arrivano anche da Vicente del Bosque: “Sia personalmente che professionalmente è stato un uomo che ha lasciato la sua impronta sul calcio spagnolo”.
Il Ct della Nazionale spagnola, come riportato da Marca, ha preferito “non entrare nel merito dei motivi che hanno portato il club a chiudere la collaborazione”. Per il dopo-Ancelotti si parla sempre con più insistenza di Rafa Benitez. “Non è mio compito dire se sia l’allenatore giusto per il Real Madrid – dice del Bosque -, ma posso dire che è uno dei più grandi allenatori di calcio”.Marca Ancelotti
Interessante il sondaggio fatto dal popolare Marca. Il 73% degli supporters madridisti s’è detto contrario all’esonero, mentre per quanto riguarda il successore il 21% vorrebbe Klopp, il 18,6% Benitez e 15,2% Michel.

 

Tormentone Milan

Adriano Galliani si mostra ottimista dopo la cena a casa di Carlo Ancelotti a Madrid. L’amministratore delegato del Milan è certo di poter convincere l’allenatore emiliano a tornare sulla panchina rossonera: “Il pressing continua. Carlo fa parte della nostra storia, ho un mandato dal presidente Berlusconi per riportarlo al Milan. Non mollo, gli ho detto di decidere solo per il sì e basta. Ci incontreremo ancora ma sono disposto a tutto: io non mollo, vado pure a Vancouver per convincerlo!”.Cav e Ancelotti
Il pressing ha due fronti: dall’Italia anche lo stesso Berlusconi insiste, sicuro che l’allenatore che ha portato la Decima al Real possa tornare ad allenare il Milan attuale, fuori dall’Europa, con mezza rosa da rifare e con un budget praticamente nullo.
“Spero che Ancelotti decida di ritornare da noi, ci lega un grande passato e una grande stima e affetto personale”, ha detto il Cav a Porta a Porta. Poi ha azzardato: “Un presidente di società non è che non conosce il calcio, ci sono da 30 anni, capirò qualcosa e avrò qualcosa da dire anche per gli schemi di gioco. Saprei allenare al meglio una squadra di calcio portandola ai vertici mondiali chissà che non mi capiterà”.

 

(mbocchio)

I “bidoni” Iturbe e Yanga Mbiwa regalano la Champions alla Roma contro la Lazio

roma-derby-310x149La Roma risorge al momento giusto e nel posto giusto. I giallorossi battono la Lazio e si godono la vittoria nel derby più importante degli ultimi anni, almeno a guardare la posta in palio e cioè la Champions “diretta”. Come contro la Juventus in Coppa Italia, la Lazio fa la partita ma non riesce a spuntarla. La rivincita giallorossa porta la firma di due semibidoni, Juan Iturbe e il difensore Yanga-Mbiwa. La rete della Lazio è la personale rivincita di Djordevic dopo il doppio palo centrato nella finalissima della cosidetta Tim Cup.
La vittoria nel derby ammusonisce Lotito e fa incazzare Pioli che quasi litiga in sala stampa con il gigione Rudi Garcia. Poco prima i romanisti de Roma, Totti e De Rossi s’erano profusi in sfottò e prese in giro nei confronti dell’altra metà del cielo romano, quello biancoceleste. Il primo s’è affidato all’intramontabile maglietta (Game Over), il secondo ha alzato il medio gongolando di piacere orgasmico.
I giallorossi adesso devono solo lasciarsi alle spalle un’annata balorda salvata dal derby biscottato. La Lazio è attesa dal secondo spareggio, stavolta per la qualificazione ai preliminari di Champions contro il Napoli di Rafa Benitez, sempre più lontano da De Laurentiis e più vicino (addirittura) al Real Madrid.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)

La storia. Heysel (Juve-Liverpool) ovvero la Marcinelle del calcio europeo

email veronese - veronese -Quella partita no, non fu un mattino del mondo, come diceva Georges Haldas delle grandi sfide, perché l’imprevisto al quale si aprì fu una tragedia. Chi aspettava un incontro di calcio, trovò la sera della fine. Si mossero a onde, come il mare, battendo e ribattendo, e invasero il settore Z, occuparono lo spazio e l’aria, volevano prendersi la curva, spinsero così forte che venne giù tutto e a chi guardava uscì il sangue dal naso. Erano gli hooligans, e l’Europa li scoprì nel peggiore dei modi, pagando col dolore italiano la sua ingenuità. Calarono con la velocità dei terremoti, la violenza dei campi di battaglia, l’indifferenza che ha il male quando governa le masse, precipitarono sulla normalità delle vite che consideravano il calcio una festa, e scoprirono che invece, no, non lo era più. Il viaggio che doveva portare a un successo sportivo divenne una tragedia.
La gioia di 39 persone normali (32 italiani, 4 belgi, 2 francesi e un irlandese) si trasformò in un incubo. Tutto il carico di una grande partita si sciolse negli ultimi respiri di chi rimase per sempre a Bruxelles, allo stadio Heysel. Il 29 maggio del 1985, Juventus e Liverpool si giocavano il trono dell’Europa calcistica, e nessuno pensava che quella sera sarebbe cambiato il calcio, il modo di andare ai campi, la perdita dell’innocenza. Trent’anni dopo è ancora difficile capire come fu possibile che l’Uefa avesse scelto uno stadio di cartone per una finale di Coppa dei Campioni, che ci fosse un numero esiguo di forze dell’ordine, e che il loro comportamento potesse essere così ottuso, cieco, impietoso. Che l’organizzazione fosse carente da ogni punto di vista. Che non ci fossero soccorsi adeguati e venisse meno la pietas. Tutto questo più seicento feriti fu l’Heysel, poi anche una partita di calcio, con un rigore procurato da Boniek e trasformato da Platini.
Vinse la Juventus, in molti gioirono nella confusione delle mancate verità, alzarono la coppa e ci girarono il campo, dopo, con gli anni, e le immagini, arrivarono le scuse, cominciarono i pentimenti e la vergogna. Una via crucis che faceva prendere coscienza a tutti del dramma. Ma quella sera di maggio era carica di ordini e contrordini, basta vedere le immagini, sentire la voce di Bruno Pizzul che commentò con «tono il più neutro, impersonale e asettico possibile», leggere il ritardo di una ora e mezza sul fischio d’inizio, e l’assurdo comando di giocare come se niente fosse, come se non ci fossero morti, in un imperativo che aggiungeva assurdità al sangue, normalità a una situazione che non lo era, ordinarietà a una manifestazione che non aveva più nulla di sportivo, come scrisse nel sottopancia la tv austriaca mandando senza audio le immagini dell’incontro. Il Belgio per l’Italia è sempre stato lutto più che luce, prima speranza di lavoro poi morte.
Nessuno pensava che dopo Marcinelle si potesse ancora piangere collettivamente da quelle parti, che si dovesse ancora pagare il pizzo alla morte. Ma esiste una geografia pure della sofferenza, con luoghi che hanno promontori di dolore e tunnel e pozzi e tombe sempre per gli stessi. E anche oggi che l’Heysel è stato storicizzato, che è diventato molti libri e persino un film – “Appuntamento a Liverpool” di Marco Tullio Giordana – rimane ancora intatta la ferita da sopruso subito, l’ingiustizia protratta negli anni e delle lievi condanne e per pochi, anche se l’esclusione delle squadre inglesi e l’altra tragedia – quella di Hillsborough – hanno portato la normalità nell’Inghilterra del calcio. Non ci sarà mai normalità, purtroppo nelle famiglie coinvolte nel lutto, le ha raccontare Francesco Caremani, in “Hey­sel, le verità di una strage annun­ciata” (Bradipolibri) partendo dalla storia di Roberto Loren­tini, un medico, che nonostante si fosse salvato dalla prima carica degli inglesi, tornò indie­tro per soc­cor­rere un bam­bino ferito: Andrea Casula (11 anni), e morì schiacciato dalla seconda carica degli hoo­li­gans men­tre era a terra e gli stava praticando la respi­ra­zione artificiale. Fu una sera senza pietà, si apparecchiò un intero stadio alla morte e poi si fece finta di niente. Si giocò una partita che pareva indifferente alla storia, ma la colpa maggiore era e resta dell’Uefa che in nome di una possibile guerra civile mando in campo le squadre come clown, nella speranza – poi vana – di soprassedere, lasciò trapelare il meno possibile quasi che si potessero nascondere le storie di chi era morto e trasformare i testimoni in fantasmi. Nel caos si scelse il peggio, bisognava pensare in fretta e si pensò male. Per tutti, valgono le parole di Michel Platini, che nel suo libro “Parliamo di calcio” ha raccontato il suo stato d’animo: «La morte di uno spettatore francese, un mio tifoso venuto a vedermi, mi ha ossessionato. Lui era il riassunto di tutti gli altri morti. Lui era per me, prima dell’Heysel, un tifoso come tanti che avevo conosciuto, quelli che mi parlavano, che mi chiedevano gli autografi e posavano con me nelle fotografie, ma all’Heysel era diventato il volto del dramma. Il volto della mia colpa, anche». Quei volti non si sono sbriciolati, grazie alla memoria ostinata di quelli che hanno compreso la tragedia, patito la perdita, ed hanno smesso di concepire il calcio come contrapposizione tra parti, scontro tra diversi ma l’hanno ricondotto alla semplicità del gioco.

 

(rassegna stampa, barbadillo.it)