Fascio-Lazio e altri scoop, il calcio italiano taroccato da Le Monde

le-monde-310x309Vi siete indignati, vi siete arrabbiati, vi siete pure rizelati. È l’effetto che su di voi compie il disvelarsi ottundente della verità che il grande quotidiano francese che s’intitola Le Monde ha svelato a tutto il mondo. La Lazio è una squadraccia di fascisti e perciò ha scelto di giocare in camicia nera. Altro che preconcetti e pregiudizi, frettolose semplificazioni: il suo simbolo è l’Aquila, ci ha giocato Paolo Di Canio e non può essere diversamente.

Il grandissimo scoop di Le Monde è solo il primo. I francesi, umili e razionali come al solito, hanno scoperto che tutto il calcio italiano è infiltrato. E mentre Claudio Lotito conclude la trattativa per portarsi a Formello Emilio De Bono trequartista e Italo Balbo ala destra, siamo in grado di anticipare le altre clamorosissime scoperte della stampa transalpina.

SATANISMO ROSSOBRUNO. Il Milan ha come simbolo il Diavolo. E il suo presidente è Silvio Berlusconi, che — come è noto — sacrificava vergini olgettine sull’altare degli Zar di Russia. La conclusione non può che essere una e una sola: i milanisti sono satanisti dediti al culto rossobruno del demonio delle steppe Vlad Putin e del suo amico-sacerdote mago Berlu, che peraltro è stato pure recentemente daspato dal regno della luce ucraino che lotta per la libertà.

E.T. E IL RETTILIANO. L’Inter è la squadra la più inquietante. I suoi colori sono il nero e l’azzurro, gli stessi di quella notte stellata del 1908, quando il club venne fondato da una setta di contattisti (e anche un po’ massoni). Ispirati direttamente dagli Ufo, esplicarono in football la loro ferrea volontà di far della Terra un dominio alieno. Per questo, come simbolo, scelsero il Biscione che altro non è se non la stilizzazione di un Rettiliano. E l’attuale n.1 si chiama Erick Thohir, cioè ET. Fate un po’ voi.

AHO’, LI COMMUNISTI. La Roma è gialla e rossa. I colori imperiali, dicono coloro che vogliono insabbiare il complotto. Non è così: le maglie rosse con tocchi gialli richiamano troppo da vicino la bandiera della fu Urss e, oggi, quella della Cina. I comunisti tifano l’Asr (associazione sovietica Roma). Pure la giallorossa sora Lella, votava per “li communisti”. E infatti Matteo Salvini ultimamente è stato beccato in un Roma Shop. Le radici profonde (quelle del comunista padano) non gelano mai.

JUVE AL-ISLAM. La Juventus è la squadra dell’Islam radicale. Bianco come le vesti candide degli imam, nero come le tute blasfeme degli scherani del califfo. Non per caso il signor Gheddafi è stato suo azionista e non per caso il di lui figlio, Saadi, ne era tifosissimo. Però, direte voi, che c’entrano i signori Gheddafi con l’Isis? Boh, i francesi e gli americani sono convinti che siano la stessa cosa, quindi loro — di sicuro — non possono sbagliarsi mai.

 

(rassegna stampa, Barbadilloit)

Tutto iniziò con Gino, poi le ali presero il volo con Corso, Jair e Figo

Sandro MazzolaTanti gli esterni pieni di talento. Skoglund si infilava i tappi nella tasca, Moriero lustrava scarpe. Ma ci fu pure il «Trivela»…

Un po’ solitario, un po’ fantasista, un po’ cittadino del tabellino quando segna. Un po’ anche alla ricerca di se stesso visto che il rombo delle perifrasi lo ha portato a esser chiamato attaccante esterno. In realtà è sempre stato ala e ala sempre resterà, duro e puro alla faccia dei neologismi. Ivan Perisic è l’ultimo arrivato nel club degli interisti. Nella storia delle ali nerazzurre si viaggia su un sottilissimo filo che divide artisti da elementi con tratti poco marcati. Perisic, Ljajic e Jovetic sono avvertiti.

JAIR E DOMENGHINI

Jair ha vinto un Mondiale col Brasile da riserva di Garrincha, s’è preso una citazione dagli interisti Aldo, Giovanni e Giacomo nel film «Tre uomini e una gamba» ma soprattutto è stato l’estro verdeoro della Grande Inter. Nel 1962 segnò all’esordio dopo 2’ contro il Genoa. Angelo Domenghini era l’alter-ego di Jair. Hanno giocato insieme nell’Inter. La numero 7 era una sola e l’Angelo di Lallio si prendeva la 9 (se giocava per Peirò o Milani). L’Inter pre o post Jair invece era sua, protagonista in campo e anche fuori con Angelillo e Corso alla «Porta d’Oro», locale notturno di Milano.Inter_1952-1953

CORSO E NACKA

Mariolino, appunto, un fantasista travestito da ala sinistra. Perché in un’Inter ingolfata di classe uno come lui doveva giocare. Se ti appiccicano l’etichetta «il mancino di Dio» forse con il sinistro qualcosa sai fare. Il nomignolo arrivava da Israele, dove il c.t. della nazionale a Tel Aviv rimase ammirato. Le punizioni a «foglia morta» sono note come il panettone. È rimasto dal 1957 al 1973, con un neo grande così, la Nazionale. «Non ho mai disputato un Mondiale. Certe volte le mancate convocazioni me le sono procurate io, con il mio carattere, ma altre volte no», disse. Nella stanza delle ali rientra anche Lennart «Nacka» Skoglund. Mancino estroso, un «10» che s’allargava e saltava l?uomo sull?ala. Era conosciuto come «Camparino»: scommetteva di infilarsi il tappo della bevanda nel taschino della giacca con un colpo di tacco o di punta. Vinceva sempre. Chiedete poi al Milan cosa ricordano del derby del 12 novembre 1950. Doppietta di Nacka e vittoria per 3-2.figo

FIGO E GLI ITALIANI

Ha vestito il nerazzurro una delle migliori ali di sempre: Figo. Pallone d’Oro nel 2000, è stato «virtualmente» un giocatore della Juve ma in Italia ha giocato solo con l’Inter. Una goduria. Per i tifosi nerazzurri e per gli amanti del calcio. Piede damascato, personalità infinita. Nella serata di Champions in cui il Mancio annunciò la fine anticipata del suo contratto con l’Inter (11 marzo 2008), si rifiutò di entrare in campo contro il Liverpool. Ci sono poi gli italiani. Un cognome anonimo, qualità d’oro. Alessandro Bianchi era l’ala destra dell’Inter dei record. Trapattoni lo tartassò al telefono per portarlo a Milano. Ebbe ragione. Faceva segnare Aldo Serena, ma si regalò un super-gol nell’euro-rimonta in Uefa con l’Aston Villa. Moriero-2

Francesco Moriero, lo sciuscià che lustrava le scarpe a Ronaldo, una volta luccicò una rovesciata contro lo Neuchatel. Roba da acrobati, non da lustrascarpe. E poi c’è Gino Armano, la prima ala tornante della storia del calcio. Era il 1952-‘53, mister Foni sistemò Blason battitore libero e chiese a Gino il sacrificio lungo la fascia. L’Inter vinse lo scudetto. i buchi neri Ma non tutte le ali interiste vengono con il buco. Qualcuna è stata un buco nel Naviglio. Il «trivela» Quaresma è diventata materia esoterica, di Van der Meyde rimane una balestra conficcata nel muro di Highbury, mentre di Sergio Conçeiçao e di Amantino Mancini non si capiscono ancora i limiti. Nel bene e nel male. Tutto chiaro, signor Perisic?

 

(rassegna stampa, La Gazzetta dello Sport)

Shambala Fc: dopo il terremoto, il Nepal si rialza (anche) grazie al calcio

nepal-calcio-310x163Sono passati quasi cinque mesi da quando la terra si scrollò di dosso case, città e vite lasciando il Nepal a languire nella sofferenza. Furono giorni di commozione intensa, rapidamente superata – dopo il piediluvio coscienziale dei messaggini solidali e degli appelli a favor di telecamera – dalla prossima sciagura in palinsesto. Ma il Nepal, terra antica più vicina agli dei che alle miserie umane, si è rialzata e reclama il ritorno alla normalità. E se ciò sta accadendo è (anche) grazie al calcio.

Il pallone che rotola su un prato verde parla un linguaggio universale, comprensibile ovunque perfino alle falde della maestosa catena dell’Himalaya. Dove si è consumato il campionato giovanile, under 19, delle rappresentative nazionali di calcio dell’Asia del Sud. L’ha vinto il Nepal, davanti agli occhi curiosi degli osservatori inviati fin lassù dal Liverpool. E (anche) grazie al calcio una nazione messa in ginocchio da un terribile terremoto ha ritrovato l’orgoglio di rialzarsi e tornare a sorridere alla vita, guardata da lassù, dal tetto del mondo che è l’Himalaya.

 

La finale è stata abbastanza affascinante perchè contrapponeva i ragazzi nepalesi all’India, corazzata da queste parti. Per aver ragione degli indiani, i calciatori del Nepal hanno dovuto segnare un gol in più alla roulette russa dei rigori dopo che a fine partita il risultato non si schiodava dall’uno a uno. India e Nepal, per giungere alla finalissima, hanno dovuto sbarazzarsi di Bhutan, Afghanistan, Bangladesh e Maldive.

È stata una bella vittoria sportiva, il primo trofeo internazionale di sempre del calcio nepalese che il governo ha voluto celebrare gratificando ogni calciatore della rappresentativa con un premio di 100mila rupie nepalesi, 900 euro abbondanti. La vittoria, che è arrivata come una liberazione a fine agosto, è stata celebrata un pugno d’ore fa, con tutti i crismi dei festeggiamenti istituzionali.
C’erano, a vedere tutto, gli osservatori del calcio inglese. In un luogo dove tutto, a prima vista, si potrebbe trovare tranne che un pallone rotolante. Invece, il Liverpool cerca talenti lì. Come gran parte dei club inglesi, sta battendo tutte le periferie del mondo pallonaro per trovare campioncini in erba da portare ad Anfield Road. E perciò ha avviato il programma dell’Academy internazionale, con ramificazioni ovunque dall’Africa fino in India.

L’exploit dei ragazzi nepalesi ha, praticamente, fatto da apripista alla riapertura del campionato di calcio che, oggi, riparte dopo il terremoto dell’aprile scorso. Si sfideranno il MMC contro la squadra della polizia, il Nepal Police Club. C’è però una sorpresa, triste e amara. La Federazione, infatti, ha deciso unilateralmente di aumentare il costo dei biglietti. L’Anfa, adesso, è sotto attacco dei tifosi. Sì, tutto il mondo è paese perchè il calcio è del popolo, non può essere solo trastullo per ricchi. Lo urliamo da una vita in Italia, lo urlano da decenni in Inghilterra, l’hanno denunciato da tempo anche in Brasile. E adesso c’è un altro angolo di globo che si ribella ai rincari dei biglietti. Due club della tifoseria organizzata (esistono persino in Nepal, con buona pace di quelli con il parruccone in testa che sbuffano “solo da noi”) hanno chiesto di rivedere la decisione perchè i prezzi, tra le 400 e le 200 rupie in un Paese che faticosamente si sta rialzando dalla catastrofe del terremoto, sono davvero troppo alti per l’appassionato medio.

La normalità, quindi, si sta faticosamente ritrovando. Nonostante chi, anche lassù sull’Himalaya, non perde tempo per racimolar quattrini sulla passione.

 

(rassegna stampa, Barbadilloit)

Juventus, Beppe Marotta avverte Massimiliano Allegri: “Basta con gli alibi, non si deve pensare al passato”

1442213107895.jpg--il_ds_della_juventus_beppe_marotta_ad_allegri__Penultima in classifica con solamente un punto, la Juventus guarda dal basso tutti gli avversari che soltanto nell’ultima stagione aveva sconfitto senza troppe difficoltà. Due sconfitte consecutive e un pareggio (strappato un po’ fortunosamente col Chievo) proprio non vanno giù alla dirigenza bianconera, che solo qualche mese fa si godeva la finale di Champions League a Berlino. Ed è in questo contesto che Beppe Marotta ha commentato duramente il momento difficile che la Signora sta attraversando: “Siamo in una fase iniziale, interlocutoria, ma soprattutto di fronte a un cambiamento, la cultura dell’alibi non ci appartiene”.

“Solo i tre punti” – Un messaggio, chiarissimo, rivolto ad Allegri: non esistono “alibi”. Niente scuse, dunque, niente giustificazioni: per la società contano solo i risultati, poco importa se la rosa è piena di nuovi acquisti. Bisogna portare a casa solo i tre punti e tornare grandi. “Gli obiettivi sono sempre quelli, partecipare a tutte le competizioni, con l’obiettivo di vincerle”, ha continuato l’uomo di Agnelli, che già qualche giorno fa aveva respinto al mittente le dichiarazioni (juventine) che contemplavano l’esistenza di una stagione di transizione.

Difficoltà che pesano – Nessuno nell’entourage bianconero si aspettava di iniziare la Champions League (domani 15 settembre la Juve volerà a Manchester per affrontare il City) in questo stato. Marotta lo ammette senza giri di parole: “Se ci aspettavamo queste difficoltà? Così accentuate no. Non è facile inserire 10 giocatori nuovi”. Per concludere Marotta si è rivolto direttamente a Max Allegri, scuotendolo nuovamente: “Non possiamo cullarci sulle vittorie conseguite, ma dobbiamo guardare al presente con un occhio al futuro. Il compito del tecnico è quello di far capire che la Champions League è diversa dal campionato. A Manchester ce la giocheremo come sempre”. Il messaggio è arrivato, forte e chiaro.

La Nazionale di Conte vince due partite, con due gol: uno fasullo e uno su rigore.

231226979-c9afb0f4-1c9f-4c45-b0d4-f374f36346caIl nostro problema è l’attacco. O lo risolviamo o siamo condannati a soffrire in eterno. Anche ai prossimi Europei…

Versione buonista, ma ingannevole: sei punti in due partite, Italia in testa alla classifica, qualificazione agli Europei vicina. Versione cattiva, ma più realista: due partite con Malta e Bulgaria, non proprio il gotha del pallone, due gol, uno fasullo e uno su rigore. Nel parlare della nazionale possiamo oscillare tra questi due poli e vederla attraverso le sfumature più disparate. Da Palermo Conte & C, ci cantano subito versioni trionfali. Io so di essere forse un po’ cattivo con questa nazionale, ma propendo più per la versione maliziosa, non la vedo benissimo questa Italia. Primo perché siamo nelle qualificazioni degli Europei dove gli avversari non sono selezionati e sono solitamente medio-bassi, secondo perché non vedo nascere una nazionale di alto livello, che si distacchi per qualità e rendimento da quelle precedenti che abbiamo rottamato (Lippi II, Prandelli etc), ma una che mi sembra tiri più che altro a campare.

Non mi soffermo particolarmente sull’espulsione di De Rossi, che ricade sempre nei soliti vizietti, anche se una cosa è un calcio da terra a chi ti sta torturando una gamba con i tacchetti e un’altra una gomitata preterintenzionale. Sottolineo più che altro le parate di Buffon… La verità è che non siamo riusciti a rimpiazzare la generazione dei Totti e dei Pirlo che o non ci sono più o che finiscono fatalmente in panchina, ci mancano dei nuovi leader, e soprattutto ci mancano dei nuovi grandi attaccanti, dei sani sfondatori d’area. A me tutti questi che girano al largo dell’area di rigore senza avere il coraggio d’entrarci, siano El Shaarawy o chissà chi altro, non piacciono per niente. Come per Prandelli sarebbe bene, nell’emergenza, cercare un gioco più essenziale e veloce, meno manovrato, più adatto cioè alla nostra situazione attuale. Ma quasi tutti gli allenatori di oggi si vergognano a stringere la difesa e cercare il gol in pochi passaggi. Hanno paura di passare per trogloditi.

So di scoprire l’acqua calda, ma è meglio denunciare e ridenunciare il nostro problema principale, piuttosto che camuffare la realtà. Nuovi e grandi attaccanti non ci sono e il povero Conte mi sembra debba sbattere la testa contro il muro. Anche se poi – di conseguenza – non bisogna vendersi come salvatori della patria, tanto qui non lo siamo nessuno…

Possiamo pure consolarci col fatto che l’Olanda se la passi molto peggio, ma non è una nazionale che lascia tranquilli questa. Tra tutte le prime di ogni girone abbiamo uno dei quozienti gol tra i più bassi: 11 in 8 partite. Il nostro problema oggi è questo, e probabilmente continuerà a esserlo anche ai prossimi Europei. Facendoci penare non poco ed esponendoci ancora a brutti rischi.

 

(rassegna stampa, bocca.blogautore)

Vincere o perdere secondo la “teoria Mazzarri”, partendo dalla classifica dei monti stipendi della Gazzetta

Walter-MazzarriNon entro in particolari analisi, se non chiedermi come si faccia a tenere insieme un campionato dove la prima (Juventus) spende 124 milioni in stipendi dei calciatori e l’ultima arrivata dalla serie B (Frosinone) 8, e cioè circa 15 volte di meno. Ma questo fa parte di quella sperequazione di cui abbiamo parlato tantissime volte, senza per altro veder mai stringere quella forbice, ma anzi allargarsi minacciosamente. Comunque non è proprio di questo che volevo parlare. La classifica del monte stipendi, secondo alcuni, è assai di più di una semplice fotografia economica della serie A. Ma una vera e propria classifica tecnica che fotografa anche la forza, le chance di vittoria dello scudetto e al contrario il rischio di finire (o tornare…) in serie B.

Walter Mazzarri ad esempio aveva assolutamente teorizzato questo principio. Non senza qualche ragione. Le squadre migliori sono quelle che hanno i giocatori più forti e i giocatori più forti sono quelli che si fanno pagare di più. Da qui, sempre secondo la teoria di Mazzarri, cambia anche la prospettiva di chi vince e chi perde. La Juve vince? Beh, ha fatto il suo: ha la squadra più forte e più costosa. Chi vince davvero è quello che riesce a piazzare la propria squadra oltre il suo livello nella classifica dei monte stipendi. Cioè per essere promosse la Roma dovrebbe vincere lo scudetto, e l’Inter entrare almeno in Champions League.

Questo ha permesso qualche volta a Mazzarri, ad esempio, di spararla veramente grossa, tipo: “Nella mia carriera ho vinto più di Mourinho”. Ma vabbé questo fa parte del calcio-cabaret, verso cui tutto sommato ho una certa attrazione. Lì per lì ho sempre pensato che fosse una scusa per chi non vince mai, ma essendoci anche il contrappasso del fallimento e della bocciatura alla fine sono arrivato alla conclusione che un fondo di verità c’è.

 

(rassegna stampa, bocca.blogautore)

Una brutta Italia regala a Malta l’orgoglioso brivido (pallonaro) di sentirsi derubata

pirlo-malta-times-310x192Male male male. Non è che contro Malta si può vincere, in casa poi, grazie solo a uno striminzito golletto di braccio di don Graziano Pellè. Va bene che l’Italia, storicamente, contro le squadre materasso si liquefa a brodosa camomilla ma – caspita! – da una squadra allenata da Antonio Conte chiunque preso a caso tra i 65 e rotti milioni di commissari tecnici che popolano il nostro Paese almeno un po’ di grinta se l’aspetta.

Invece Malta si concede il superlusso di poter assurgere al più grande degli onori di consolazione che un secolo e mezzo di pallone italiano ha inventato e concesso ai secondi di ogni partita, competizione, coppa grande o piccola. Abbiamo perso, diranno i maltesi, ma c’hanno derubato perchè il gol era da annullare. Chissà, forse da La Valletta spunterà pure qualcuno che spernacchiando il rotolare stanco e confuso degli azzurri chiederà l’applicazione correttissima e dogmatica della moviola in campo “per evitare altri furti”.

Male male male. Ci va bene solo perchè la Croazia è pure peggio di noi dato che in Azerbaigian non sfonda il muro caucasico e si fa inchiodare al pareggio. La Norvegia sorniona cerca di risalire la china. Non ci dovrebbero far paura i vichinghi del 2015 (Tore Andre Flo e compagni sono ormai un ricordo eddico) però con questi chiari di luna (e con Malta che da stasera può sentirsi derubata dalla Nazionale) c’è da aspettarsi di tutto.
Di tutto, già. Come il Times (de La Valletta, però, non di New York) che titola sull’edizione online: “Mani di Pellè, l’Italia vince su Malta valorosa”.

 

(rassegna stampa, Barbadilloit)

Un gol fasullo dello sleale Pellè (che non va dall’arbitro e confessa il mani), che pena l’Italia

italia-malta_jpg_1064807657Siamo ancora a un anno fa quando uscimmo a pezzi dai Mondiali, ormai fatichiamo persino con Malta. E il superallenatore Conte non è più il martello della Juve…

Tre punti strappati a Malta col braccio di Pellè, tutti contenti perché tutto sommato ora si mette bene, quel che conta è il risultato, come si dice. E basta, però. La nazionale oggi questa è, siamo quasi al deserto azzurro ormai. L’Italia vince tenendosi furbescamente un gol sgraffignato con destrezza, e senza che il suo autore, sleale, senta nemmeno il dovere di andare dall’arbitro e confessare: “Guardi ho segnato col braccio, non è gol”. Anzi, non lo ha nemmeno ammesso dopo, ha fatto finta di nulla. Inutile poi dare lezioni di fair play se un calciatore azzurro non fa di questi gesti. La nazionale non è una squadra qualsiasi, e certi doveri dovrebbero essere chiari e indiscutibili. E chissà che l’Uefa non decida di mandare un segnale a chi si prende tre punti in questo modo sleale.

Il torpore di Italia-Malta dopo l’adrenalina di Roma-Juve. Ho rinunciato a capire e dare un senso al calcio – soprattutto quello italiano – da tempo. Non c’è da meravigliarsi perché il Franchi di Firenze non si sia riempito per la partita della nazionale, c’è da sorprendersi casomai di quei diecimila che ben sapevano di andare a vedere uno spettacolo noioso (anzi, pure deprimente) e però ci sono andati lo stesso. Categoria dei santi benemeriti del pallone.

Sono molto solidale con Antonio Conte che si è scelto un lavoro complicato – e proprio per questo ben retribuito… – e cioè quello di rianimare un paziente malconcio. Ma a me sinceramente quando vedo l’Italia faticare contro Malta – senza entrare in alcun discorso tecnico, avremo almeno mille volte i loro calciatori – vanno di traverso tutti i ragionamenti sugli stranieri che sono maggioranza in serie A, sui campioni come Baggio, Rivera o Paolo Rossi che non nascono più, sui nostri giovani che diventano adulti sonnecchiando in panchina, sui club che mettono i bastoni fra le le ruote alla nazionale o, come dice il telecronista, sul fatto che non esistono più le squadre materasso. E del resto lo ha ripetuto anche Conte alla fine: “Non esistono più le squadre materasso”. Anzi, ripetevelo anche voi, compresa la solfa che la Croazia ha pareggiato con l’Azerbaigian, così vi convincerete e siamo tutti più tranquilli…

https://www.youtube.com/watch?v=H5kJ9gdBUVs
Non stavamo giocandoci un Mondiale o un Europeo ma una partita valida per la qualificazione europea. Qualcosa di più che un’ amichevole. Però i nostri allenatori e i nostri calciatori questi sono, trotterellano come quegli stanchi attori di teatro che alla millesima replica si sono rotti le scatole e mentre recitano pensano ai figli a scuola, alla spesa e alle bollette da pagare. I nostri calciatori timbrano il cartellino come uno stanco impiegato, fiaccato dalla noia della routine. Succede anche nel resto del mondo, ma direi di preoccuparci prima di tutto dei problemi nostri.

E’ stata talmente brutta e noiosa Italia-Malta, che il gol persino fasullo per tocco di braccio di Pellé – sportivissimo nello stare furbamente zitto e prendersi subito l’immeritato bottino… – arriva come una liberazione, l’uscita da un incubo. Il telecronista accompagnato da Giovanni Trapattoni, illustre decano del calcio italiano che pietosamente nega anche la mestizia più evidente degli azzurri, esplode in un “scardinato il muro di difensivo di Malta!” Come se Malta disponesse davvero anche solo di un catenaccio.

Trovo abbastanza sterili i discorsi sull’età di Pirlo e la sua convivenza con Verratti, ho comprensione per i problemi di un attacco che mette insieme Eder, Pellé e Gabbiadini, mi sorgono persino atroci dubbi sulla necessità di recuperare Balotelli. Va bene è una nazionale in testa alla classifica del girone, ma non mi sembra che l’Italia abbia fatto passi avanti da un anno a questa parte, da quando finì a pezzi ai Mondiali in Brasile. Mi sembra oggettivamente che resti una nazionale estremamente impoverita, e il fatto che sbatta il muso contro una squadra di diverse categorie inferiore, mi induce a negare qualsiasi alibi a chiunque. Anche e soprattutto ad Antonio Conte che per adesso è la controfigura dell’allenatore vulcano che allenava la Juve. L’effetto Conte, dobbiamo ammetterlo, per ora non si vede. Ora che gli mancano, per dirla alla Brera, quegli uomini “tripallici”, fatica anche lui ad alimentare il mito di superallenatore martello.

Insomma ho il timore che il compagno Antonio si sia imborghesito e sia entrato in banca pure lui.

 

(rassegna stampa, bocca.blogautore)

Tornerà mai a vincere lo scudetto il Toro?

fabio-quagliarella-attaccante-del-torinoSecondo Cairo non nei prossimi dieci anni. Però coltivare un sogno non è poi così male, anche se quello scudetto è in cima all’Everest…

Non credo succederà, ma ora è l’unico momento in cui sperarlo. Mi auguro che almeno uno delle piccole squadre che adesso sono in testa alla classifica resista agli scossoni del campionato, alla classifica stessa che tenterà di disarcionarla. E non mi dispiacerebbe che fosse proprio il Torino. Fino a vincere lo scudetto, perché no. (Tanto…) Non che il Sassuolo, il Chievo o il Palermo non riscuotano la mia simpatia – tutti naturalmente siamo portati a tifare per il più piccolo – ma il Torino ha un tale carico di storia e di tradizione che lo si considera “piccolo” o “provinciale” solo in maniera transitoria. E’ una ex grande momentaneamente assente, un luogo del cuore più che della realtà, e questa è la sua dolce fase di “risvegli”, si spera il più lunga e duratura possibile. Anche se il presidente Cairo dice che lo scudetto non è previsto nemmeno tra i prossimi dieci anni, perché i fatturati di chi vince ormai sono troppo alti e distanti, che gli obbiettivi possono essere al massimo la Coppa Italia e il ritorno in Europa. Vabbé sarà un’illusione, tutti noi sogniamo spesso una storia che abbia il lieto fine e che ti sorprenda.e4387077a7b650f278058f14a10c696e

Così Giampiero Ventura, bravissimo allenatore arrivato al top proprio col Torino, non deve caricarsi di troppe angosce: fare il meglio possibile, valorizzare un po’ di giocatori (come Cerci, come Immobile, come Darmian) per mantenere sano il bilancio della società, possibilmente battere la Juve nel derby. E via così. Anche se è un Torino impostato è programmato per il futuro, vedi i tanti giocatori under 23, tutti molto promettenti, reclutati questa estate: Zappacosta, Belotti, Benassi, Baselli. Purtroppo il Toro è anche squadra sfortunata nel suo stesso dna, la pausa della nazionale gli ha già restituito un Maksimovic con un piede rotto. Cairo aveva rinunciato a venderlo per non ricominciare sempre da capo, e per mantenere la competitività.
Lo scudetto del Toro è in cima all’Everest.

 

(rassegna stampa, bocca.blogautore)

De Gea resta a casa, Mc United e Real alla ridicola guerra dei manager (suscettibil

de-gea-640x333Inghilterra e Spagna tornano a far la guerra. Sponda inglese presidiata dai diavoli rossi dell’olandese allenante Louis Van Gaal, lato spagnolo la Invincibile Armata del Real Madrid. Oggetto del contendere non più il predominio dei mari, niente di così prosaico. Botte, risposte, repliche e sediate mediatiche perchè le due società si contendono i servizi di David De Gea, portierone della discordia che – alla fine della fiera – non s’è più potuto muovere da Manchester perchè Big Ben aveva detto già stop.

Sul campo di battaglia c’è un’ecatombe di quattrini, tipo 29 milioni di sterline. E un ragazzotto saracinesca della Costarica meravigliosa del mondiale brasiliano dell’anno passato, Keylor Navas. Che aspetta e forse non sapeva nemmeno cosa stava accadendo. I Red Devils e il Real Madrid si sono scambiati contumelie e convenevoli in dieci punti, ciascuno. Manco fosse un incontro di boxe o una più banale scazzottata coniugale per la serata con i suoceri che salta. Colpa tua, io ti ho mandato i documenti in tempo, hai voluto inserire le clausole e mi hai fatto trovare il sistema ormai inaccessibile. Quando mai, tu hai voluto tirare tardi, non hai chiamato per tempo e io manco te lo volevo vendere De Gea. E via comunicando.

Le accuse che si stanno tirando Real e United sono da Bar Sport, però imbandierato a sciantoso Billionaire. Non son certo parole che stanno bene quelle dette dai vanagloriosi manager in giacchetta che straparlano sempre e solo di fair play e passione per scroccare ai gonzi (tra cui chi vi scrive) l’ennesimo abbonamento. Dagli uni (gli inglesi) ci si aspetterebbe un algido distacco, dagli altri (gli spagnoli) una certa arrogante superiorità. Marca, forse, ha centrato bene i termini della vicenda: Ridiculo. Sì, perché manager che fanno saltare contratti megamilionari se mandano (o ricevono) tardi una mail, un fax, un twitt si difendono e fanno pure i risentiti. Ah, fossero stati dei semplici impiegati.

 

(rassegna stampa, Barbadillo.it)