Serie A. L’addizione di Pogba e la somma di Zamorano, nel calcio non si inventa nulla

zam-1407075056-310x288(Barbadilloit) – Dicono i saggi che nel calcio non s’inventa mai niente. Nemmeno la matematica applicata alle magliette personalizzate è un’invenzione del francesino della Juventus Paul Pogba. Contro l’Atalanta il talento transalpino ha aggiunto al “dieci” un più cinque che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto ottenere come risultato (come addizione del valore delle cifre, uno, zero e cinque) il suo amatissimo numero sei. La sfiga, che pure ci vede benissimo, evidentemente non sa far bene di conto e Pogba s’è mangiato un rigoraccio che ha sparacchiatto addosso al bravo portiere bergamasco Sportiello.

Dicevamo, però, che nel calcio non s’inventa mai niente. Le addizioni delle cifre sul retro della casacca non le scopre il povero Pogba che recupera la vecchissima intuizione di Ivan Zamorano. Il guerriero cileno indossava la gloriosa numero nove dell’Inter. Poi lo sponsor tecnico dei nerazzurri, per questioni di marketing, impose che il numero del centravanti andasse sulle spalle fenomenali di Ronaldo che fino a quel momento vestiva l’insolito dieci che cedette a un certo Roberto Baggio. E Zamorano non potè che rassegnarsi. E ripiegare sul 18. Solo per i ciechi, però, era un diciotto poichè Ivan Luis Zamorano Zamora mette tra le due cifre il segno “più”. E uno più otto fa nove, alla faccia della Nike e dell’Uefa.pogbajuve2-310x160

Due addizioni diverse. A parte il risultato. Perchè l’addendo Zamorano, mito cileno preso pure per bidone all’inizio della sua carriera, a Milano ha lasciato il segno nonostante avesse davanti a sè (nelle gerarchie di squadra, sponsor e società) tutta gente di cui adesso si parla nei libri di storia. L’addendo Pogba, invece, è in fase di costruzione. Ritenerlo un brocco perchè non spinge come l’anno scorso è ragionamento da pivelli. Pogba è come un turbo ma se all’auto Juve togliete la centralina Pirlo, il serbatoio Vidal e l’acceleratore Tevez…
L’espressione aritmetica zamoraniana, tornando alla storia della matematica pallonara di casa nostra, fece scuola in Italia. Si ricorda, sempre per restare in tema di ex interisti, il ritorno a Salerno del difensore Salvatore Fresi il quale, trovando già occupata la maglia del “sei”, virò versò il 33, anzi, il 3+3.

Nel calcio non si inventa niente, manco sulla personalizzazione delle magliette. I saggi c’hanno sempre ragione.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Pelè, settant’anni da dio del pallone

Pelè(Il Giornale) – Dico” compie oggi settanta anni. Faceva a pugni con i compagni di classe che lo chiamavano, ghignando, Pelè. Quattro lettere hanno fatto la storia sua e del calcio. A Bauru, a Santos, a Rio de Janeiro, in tutto il mondo. Suo padre, Joao Ramos do Nascimento, sua madre, Maria Celeste Arantes, avevano deciso di chiamare il pupo con il nome di un inventore, Edison. Ma il suo soprannome è stato e rimane “Dico”, per i parenti e gli amici veri. Edison era l’americano della lampadina, del filo che diventa incandescente al passaggio della luce elettrica. Edison diventò Edson, poi quando si mise a giocare a “fucibòl”, assieme al portiere Bilè, i suoi compagni lo ribattezzarono Pelè. Vennero poi 504 gol in 496 partite ufficiali, 30 gol in 33 partite di coppa brasiliana, 28 gol in 27 partite delle coppe internazionali, per arrivare, amichevoli comprese, a 1000, mille e ancora più gol, in una carriera che non è mai finita, forse non è mai cominciata perché, come scrisse Armando Nogueira, giornalista brasiliano: «Se non fosse nato uomo, Pelè sarebbe nato pallone».
La lampadina di Edison Pelè si accese quando il Brasile era una terra lontanissima e povera, quella luce diventò faro, riflettore, sole e luna, chi scrive, chi parla, chi di calcio si occupa e sogna, deve avere da qualche parte, sotto un cuscino, dentro un libro, tra le pagine di un vecchio album di figurine, qualcosa che abbia avuto a che fare con O Rei. Pelè è stato puma e farfalla, una saetta elegante, una freccia silenziosa, un fulmine nel cielo scuro, la frusta della pioggia a rinfrescare corpi accalorati, la carezza calda per ritrovare tepore dopo il vento ghiacciato, è stato cronaca e leggenda, muscoli poderosi e di seta, lo stop tronfio con il petto, il tiro potente con il destro, con il sinistro, spade non piedi, la finta con gli occhi, il dribbling velenoso, il colpo di testa perfido, il pallonetto e la fucilata, la maglietta bianca, il numero dieci, gli occhi grandi, ultimo segno della sua antica povertà. In breve: il calcio, meglio, il Calciatore.

 

Facile allineare gli aggettivi, i sostantivi, facile l’agiografia ma Pelè non aveva le telecamere dentro lo spogliatoio, Pelè non aveva la moviola a spiegare i suoi inganni leciti, Pelè non aveva gli sponsor sulle scarpette, Pelè aveva tutto il resto, la fame di Bauru, la festa di Santos, lo zucchero di Rio, giovani femmine bionde e vecchie sdentate, amanti e tifose, bambini e anziani, lacrime solitarie e strilli di folla, quella del Maracanà del 1950, quella che prima del Cinquantotto, il mondiale in Svezia, non aveva mai visto un brasiliano alzare la coppa Rimet al cielo. Quel brasiliano aveva diciassette anni, era stato l’eroe improvviso ma non imprevisto, in Europa sarebbe incominciata la sua favola bellissima. Dicono gli scienziati del football che Pelè non sia stato il più grande perché gli è venuto a mancare l’esame d’europeo, a differenza di Di Stefano o di Diego Armando, il primo, grandioso, a Madrid, il secondo tra Barcellona e Napoli. Gli scienziati non hanno consultato attentamente gli almanacchi o le cineteche, avrebbero ritrovato una finale della coppa Intercontinentale giocata a Lisbona dal Santos contro il Benfica. Finì, quella sera di ottobre, era il giorno undici, del Millenovecentosessantadue, 5 a 2 per i brasiliani, Edison segnò 3 reti grandiose e confezionò 2 assist per Coutinho e Pepe; in tribuna Nereo Rocco e Gianni Brera scoprirono il bambino di venti anni con il numero 10: «Mai visto, prima, nulla di simile» scrisse Brera. Mai vista anche dopo, Pelè era-è-sarà PELE’ e basta, incantesimo magico per chiunque ami il gioco.
Per tutti, tranne che per un altro semidio, Maradona, un argentino che non potrà mai elevare all’empireo un brasiliano, se poi costui è Pelè, un «morocho che ha perso la verginità di uomo, il suo posto è in un museo…», le parole da gentiluomo dell’evasore sudamericano, sono la cicuta che spiega il loro rapporto. Pelè ministro dello sport, Pelè uomo di affari e affarista, Pelè padre tormentato di Edinho, figlio drogato, spacciatore, sequestratore, di nuovo la vita agra, lontano dagli applausi, la luce della lampadina si è fatta fioca ma resta accesa, comunque. Edison ha spedito una lettera di ringraziamento agli amici, a chi lo ha cercato, invitato per questa data storica, ha spedito un quadrifoglio dorato: «do amigo Pelè», sta scritto. Settant’anni così, come un dribbling, come uno stop di petto, come un gol, mille. E di più.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Libri. “Il più maldestro dei tiri” di Ciriello: leggere l’Italia attraverso metafore calcistiche

copertina ciriello_def out(Barbadilloit) – Chi crede che il calcio non sia soltanto un gioco, quelli che al di là delle prassi della politica riescono a scorgere l’evoluzione di visioni e costumi di una civiltà, i lettori che in un libro – come nell’articolo di un quotidiano – cercano coinvolgimento, rievocazioni, lingua non potranno che amare Il più maldestro dei tirie imprecare perché finisca così presto il breve (90 pagine) ma intenso volumetto di Marco Ciriello in uscita in questi giorni per i tipi di Ad Est dell’Equatore. Già dal titolo è ben chiaro l’asse su cui l’estroso giornalista – collaboratore de Il Mattino – si muove, per una ricostruzione davvero singolare della storia d’Italia degli ultimi cinquant’anni, sospesa tra le punizioni “a foglia morta” di Mariolino Corso e quelle “maledette” di Andrea Pirlo, dal Paese di Aldo Moro a quello di Silvio Berlusconi.
Già perché con quel titolo il richiamo è netto a “Il più mancino dei tiri” vergato da quella penna inimitabile che fu Edmondo Berselli. Così come per capacità espressive è netto il collegamento con quella classe di giornalisti e di scrittori (da Ennio Flaiano ad Alberto Savinio) che armata di doti letterarie, di visione morale, di leggerezza e di grande ironia ha traghettato l’Italia dal dopoguerra al terzo millennio, descrivendone vizi e virtù. Nel segno d’una cronaca che si fa storia, e che solo le grandi penne hanno. Non a caso Ciriello mette proprio Berselli – come solida roccia alla Gigi Buffon e alla Dino Zoff – alla base del visionario 4-3-3 con cui scende in campo e gioca a sbaragliare il lettore. Prima con la linea invalicabile della difesa (non solo della porta, ma anche della lingua) dove Enzo Jannacci e Beppe Viola affiancano gli insormontabili Agostino Di Bartolomei e Gaetano Scirea.
Pirlo diventa «l’ultimo italiano maestro di punizioni… che passeggiando e accelerando improvvisamente porta quello che nella politica non c’è più: lo stupore». E con lui «sopra i campi e le teste c’è Silvio Berlusconi, presidente del Milan e del Consiglio, portatore a sua volta di stupore e credenze, di promesse e di vittorie». Così l’ala sinistra dell’Olanda di Johan Cruijff, Rob Resenbrinck, passa per filosofo, ma meno fortunato di Bauman, quando descrive la parabola d’un calcio portato a gioco estremo. Perché Berlusconi sta alla politica come l’Olanda sta al pallone, «la sua discesa in campo è accelerazione del processo di occidentalizzazione dell’Italia, col suo pressing alto sull’elettorato». Mentre Benedetto Croce, sì, c’è anche lui, viene ricordato «a lungo allenatore e padre calcistico del Napoli». E Jannacci è soltanto il medico sociale del Milan. Intanto il centro avanza. Come nel lancio che da Pirlo arriva a Roberto Baggio – quando i due, ancora giovincelli, militavano nel Brescia – e non intervengono gli esterni, non ci sono ali, è la linea verticale che si fa gol archetipo, «quasi a dar ragione a Rainer Maria Rilke o forse a Roberto Calasso, e il futuro entra in noi molto prima cha accada». Calcio e politica si tengono per mano. Entambi hanno vissuto le loro tangentopoli. E la Juventus somiglia tanto alla Dc, prima in orbita e poi in serie B. Con Gianluca Pessotto che fa Raoul Gardini, solo che alla fine viene salvato da San Giuseppe da Copertino. Inevitabile la conclusione, velata di malinconia: «Questo libro si poteva scrivere solo adesso che Pirlo ha preso casa a New York e ha lanciato il campionato italiano e Berlusconi è nella fase Buffalo Bill: lucida la sua statua, senza più l’aiuto di Verdini e con l’innesto del tailandese Mr Bee».

 

(da Il Messaggero)

StorieDiCalcio. Morire per scherzo, morire di rabbia: il destino di Re Cecconi

re-cecconi-bandiera(Barbadilloit) – Alla morte di Luciano Re Cecconi nessuno s’è ancora rassegnato. Troppo assurda, incredibile. Cose del genere, fino al gennaio del 1977, succedevano solo in America dove – col malcelato complesso di superiorità del nobile decaduto che dipende dalle elargizioni di Trimalcione – l’immaginario collocava il post modernismo del giustiziere della notte, dei reduci presi a sputazzate e dei cavernicoli grassoni ghiotti di hotdog.

Luciano Re Cecconi era una delle mille anime della Lazio di Tommaso Maestrelli. Più che una squadra, una storia che è una saga. Quella che narra, per esempio, delle pistole dei tiri a segno in ritiro. Delle botte e delle rivalità tra i semidèi dello spogliatoio, la squadra di Giorgione Chinaglia e Pino Wilson. Indomabile ma squadra, appunto, solo di domenica e solo per rispetto a Maestrelli. Un gruppaccio di gente senza regole, di quella che non può piacere a coloro che si ritengono professori di ben vivere e ottimo pensare. Personaggi che potevano essere cantati solo dalla voce graffiante e disperata di un innamorato biancoceleste quale è stato il grande Aldo Donati, scomparso poco più di un anno fa.

Re Cecconi, nato lumbard e cresciuto biondo, era un ragazzo serio che fin quando non ebbe la certezza che il calcio poteva essere il suo lavoro esercitò il mestiere di carrozziere. Arrivava dalla gavetta, mediano corsa e millimetri che si sgrezzò nella vecchia gloriosa Pro Patria e poi giunse al Foggia ambizioso dei primi anni ’70. Quindi arrivò la Lazio. Da cui non andrà più via. Polmoni immensi, piedi buoni e un cuore grandissimo, per lui fu naturale sbarcare in nazionale.

Sposato con un bimbo e un altro in arrivo. Triste, perchè s’era infortunato anche se sperava di tornare subito in campo. Era un ragazzo con la testa sulle spalle, Re Cecconi. E perciò l’annuncio che insanguinò il 18 gennaio del 1977 trasformò la pioggia che batteva su Roma in un Tevere di bionde lacrime. Si parlò di una tragica rapina finita nel sangue, con lui – Saeta Rubia laziale – sfortunata vittima dell’ondata di violenza sulle strade della capitale, che tanta linfa darà agli aedi del cinema poliziottesco. Era con due compagni, sotto choc. Invece, quello che davvero era accaduto era ancora più tragico.

La versione ufficiale parla di rapinatori che intimano al gioielliere romano di consegnar subito denari e preziosi. Al che l’uomo, esasperato dai continui assalti subiti dal suo negozio, estrae la pistola e mira al cuore del biondo. Che un criminale non lo è mai stato e che ebbe solo la sventura di vestirsi da buontempone che voleva scherzare con le coronarie dell’orefice. Morire per uno scherzo, il destino infame che toccò a Re Cecconi. Il gioielliere, che subì il processo, venne assolto per legittima difesa putativa e cioè i giudici riconobbero al negoziante di aver agito spinto dalla necessità di salvare sè e i propri averi.

Su questa versione processuale e giudiziaria sono sorti, negli anni, numerosi dubbi. La morte di Re Cecconi è stata così assurda da risultare, per molti, non credibile nella sua tragica semplicità. Diverse inchieste giornalistiche e alcuni libri hanno confutato la ricostruzione dei magistrati. Quello che rimane è scolpito nei cuori e sulle bandiere di tutti i laziali siano di vecchia, nuova e nuovissima generazione. Un simbolo di un altro calcio e una testimonianza, tragica, di un’esistenza bruscamente interrotta per scherzo, per rabbia.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

L’erede di Facchetti? Sarà un milanista. Parola del figlio Gianfelice

facchetti-640x336(Barbadilloit) – L’erede di Giacinto Facchetti? Un milanista. Parola del figlio dell’indimenticabile bandiera interista che in una recente intervista rilasciata al free press milanese Mi-Tomorrow e ripresa dall’Ansa ha “investito” il terzino (pardon, l’esterno basso) Mattia De Sciglio come l’attuale calciatore che più si avvicina allo stile pulito ed elegante che caratterizzò l’epopea pallonara del Cipe.

A domanda diretta, Gianfelice Facchetti ha spiegato che vede De Sciglio in prospettiva “anche se gioca per l’altra squadra di Milano”. Intanto la famiglia, raccogliendo l’invito di un appassionato, è pronta ad allestire una sorta di museo virtuale intitolato proprio alla memoria di Giacinto. L’attesa, che sembra destinata a durare ancora un po’, è tutta attorno al sito che, come annunciato dal figlio, sarà www.giacintofacchetti.org.

Una bella iniziativa per non lasciar sparire il ricordo di uno dei più grandi calciatori italiani che, suo malgrado, s’è ritrovato invischiato nella perenne lotta tra Inter e Juve. Lotta che è diventata guerra nell’ultimo decennio causa Calciopoli.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Libri. In arrivo “George Best l’immortale”, la nuova biografia del funambolo nordirlandese

Best(Barbadilloit) – «Se fossi nato brutto, non avreste mai sentito parlare di Pelé». George Best Arriva a novembre (il 12) la nuova biografia “George Best l’immortale” di Duncan Hamilton, edito dalla casa editrice 66thand2nd (pp. 528, euro 25, traduzione di Roberto Serrai e Francesca Benocci). Best ha rappresentato in vita e dopo la morte una icona maledetta, tra genio e sregolatezza, un ribelle che ha vissuto pericolosamente, rischiando sempre in prima persona. Nelle ultime giornate della sua rocambolesca esistenza, da diavolo irredimibile è diventato un testimonial contro gli eccessi legati all’assunzione di alcol. L’opera è firmata da Duncan Hamilton (1958), scrittore e giornalista inglese. È autore di una biografia su Brian Clough (Provided You Don’t Kiss Me), allenatore del Nottingham Forest degli anni Settanta, che Hamilton ha seguito a lungo come cronista del «Nottingham Evening Post». Con questo libro si è aggiudicato nel 2007 il William Hill Sports Book of the Year.

Calcioscommesse sull’Himalaya: la nazionale del Nepal vendeva le partite

nepal-calcioscommesse-310x201(Barbadilloit) – Questi che vedete ammanettati e mascherati non sono narcos, nè terribili signori di ogni contrabbando. Se chiedeste a un bimbo vi dirà che sono molto ma molto peggio, sono calciatori che si vendevano le partite in nazionale in cambio di soldi. L’avevamo sognata come l’improbabile Shambala pallonara. Però c’è qualcosa di tanto, troppo umano, che fa ombra e getta fango sul prestigio del Nepal: la nazionale vendeva le partite, il calcioscommesse ha raggiunto l’Himalaya.

Anche in Asia truccano le partite. È bufera sulla nazionale del Nepal che avrebbe “aggiustato” persino gli incontri amichevoli in cambio di denaro, sempre corrisposto nella valuta universale del dollaro americano. Sono indagati nell’ambito del calcioscommesse nepalese il capitano della nazionale, Sagar Thapa, il vicecapitano Sandip Rai, il portiere Ritesh Thapa e gli ex calciatori Bikash Sing Chhetri e Kc Anjan.

Sono stati tutti fermati nella giornata di mercoledì scorso con l’accusa di associazione a delinquere e frode. Si indaga su incontri che i calciatori della nazionale avrebbero truccato dal 2008 al 2014. In pochi punti i media nepalesi condensano l’inchiesta che ha sconvolto il mondo del pallone alla falde dell’Himalaya. Tutto cominciò nel 2008 quando venne truccato l’incontro di Mordeka Cup tra Nepal e Afghanistan, finito 2-2. Pareggio d’oro per tutti, che fruttò 5mila dollari a ciascuno degli indagati. L’anno dopo, nel 2009, al torneo calcistico del Sud Est Asiatico, calciatori “guadagnarono” in tutto poco più di 3mila dollari per rifarsi, due anni dopo a Manila, accomodando la sconfitta nell’amichevole giocata tra Nepal e i padroni di casa delle Filippine. Finì 4-0 e 5000 dollari a testa.

https://www.youtube.com/watch?v=v-Dl682zQwY

Strano caso afroasiatico è finito sotto le indagini della polizia nepalese e ha del fantozziano. I soliti si accordarono per perdere 4-0 contro il Camerun nell’incontro di Nehru Cup. L’imprevisto, maledetto, è sempre dietro l’angolo. Sì, perchè la squadra – ligia alla consegna – effettivamente ne prende quattro ma all’ultimo minuto il portiere Ritesh Thapa (un altro della presunta cricca) viene sostituito e il suo dodicesimo fa giusto in tempo ad acchiappare un altro gol facendo saltare i cinquemila dollari di “premio”.
Infine, l’inchiesta ha svelato che i calciatori avrebbero avuto denaro in cambio di sconfitte seriali ai campionati under 23 dell’Asia giocati in Corea del Sud. In quella manifestazione, manco a dirlo, la squadra collezionò una bella serie di figuracce.

A capo della squadretta delle bollette ci sarebbe stato l’ex calciatore Anjan. Lui ha concluso “affari” con i bookmakers tra Malesia e Singapore e, secondo la polizia, avrebbe avuto i contatti con le gang di manigoldi asiatici pronti a lucrare sulle scommesse. Tra gli indagati meno noti pure un intermediario finanziario.

Il capitano Thapa e tutti gli altri, che si son messi una mascherina sul volto quando i poliziotti sono andati a pizzicarli in una struttura di Dashain, hanno ammesso il loro coinvolgimento e si son dichiarati, come da copione, pentiti e amareggiati anche perchè pensavano di far cose a fin di bene. E seguendo lo stesso copione, il giorno dopo alla scandalo è arrivata la puntuale presa di posizione della Federazione calcistica nepalese che, “triste e sgomenta” ha annunciato piena collaborazione agli organi inquirenti e la sospensione di tutti gli indagati fino a che non verrà fatta chiarezza.
Non è passato troppo tempo dai successi giovanili per scoprire che anche lì dove l’occidentale medio colloca l’Altrove, si gioca sulla pelle di appassionati. Non solo aumentando il biglietto ai tifosi che vorrebbero distrarsi un po’ dopo aver subito un terremoto ma, addirittura, vendendo le partite della nazionale. Il lato oscuro della Shambala Fc che mostra l’ineluttabile pochezza della natura umana. Puoi abitare a un passo dal Paradiso ma quando il demonio tintinna le catene, si casca sempre.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Lo spogliatoio non è una sala da tè, onore a Eziolino Capuano

capuano-rompipallone-310x207(Barbadilloit) – Eziolino Capuano è un impulsivo. Come già notò qualcuno, l’allenatore salernitano è la rappresentazione più vera di ciò che sarebbe ciascuno di noi su una panchina di calcio. Appassionato e preparato, parla in maniera elegante e poi improvvisamente, appena gli girano. vira sul trappano. È un personaggio che il calcio nazionale ha scoperto solo ora, dopo anni e anni passati a rimuginare, masticare amaro, bestemmiare e gioire sui campi di pallone dal sud fino al Belgio, e ritorno.

In quel “V’aggia scannà” si nasconde tutta la passione visionaria di un uomo a cui hanno fatto solo annusare il sogno che nel suo caso si ripresentava, puntualmente ogni estate prima dell’avvento di Lotito, sotto le mentite spoglie della panchina della “sua” Salernitana. Però la notizia non può essere lui o, almeno, non può essere soltanto lui.

Perchè quello che è successo ad Arezzo rappresenta un rovesciamento di valori che in altri tempi sarebbe stato punito con la fucilazione, altro che Tapiri. Capuano è stato tradito nel segreto massimo, quello dello spogliatoio. Tutto ciò che accadeva tra asciugamani, borsoni e docce calde era – come da migliore tradizione pallonara e a tutte le latitudini – un mistero insondabile, inconoscibile se non agli stessi protagonisti. Certo, qualcosa sempre trapelava ma un audio registrato e lanciato in pasto al popolo del web non s’era mai visto. Manco fosse una serata al bar.

O forse sì, da quando le paytv hanno esorcizzato la sacralità dello spogliatoio. E, per di più, utilizzando le immagini esclusive dagli spogliatoi come leva commerciale per cui scegliere l’offerta dell’uno anzichè quella della concorrenza. Tutto cominciò con il reality Campioni, con Ciccio Graziani che, allenatore costretto a condividere la formazione con il televoto delle ragazzine, consigliava ai suoi bolsi eroi di simulare falli in area di rigore e menar calci nello sconcerto della bellissima e rampante Ilaria D’Amico che già pregustava i biscottini del buon calcio da sala da té.

Ecco, per condividere gli spogliatoi con il pubblico occorre essere gente di spettacolo prima che di sport. Capuano, che pure di spettacolo ne fa tanto, è e rimane sempre un uomo di sport. Più vicino a Canà che a Liedholm, senza dubbio. Perchè il calcio è questione di bestie, uomini e dèi. Gli dèi saranno irrangiungibili, le bestie venderanno le partite, gli uomini perdono la pazienza.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Dal barcone al pallone, l’Albania esulta (e noi pure)

originalQualificazione agli Europei grazie al ct italiano

 

(Il Giornale) – Le strade di Tirana, quelle di Durazzo, quelle di Valona. Piene. Folla ovunque, in macchina, a piedi.
L’ultima volta che avevamo visto tanti albanesi insieme era l’8 agosto 1991, quando sbarcò a Bari la nave Vlora: 20mila persone sulla banchina del porto per l’arrivo di massa più imponente della storia italiana. Non sapendo dove metterli, li portarono tutti dentro lo Stadio della Vittoria. Tutti. Fu un disastro umanitario, sociale, politico: Cossiga arrivò a Bari e chiese al sindaco di porgere le sue scuse al governo e al Quirinale per aver disatteso gli ordini. La verità è che nessuno sapeva cosa fare e fu scelta la cosa più semplice: lo stadio.ITALIA-143

Oggi la folla e lo stadio sono il segno della storia più incredibile del calcio: l’Albania per la prima volta agli Europei. È un’Albania diversa: ora per le strade di Tirana piena di gente circolano Hummer, Suv di ogni genere, decappottabili. Tutta roba che nel 1991 gli albanesi vedevano in tv, col satellite puntato sui canali italiani. L’immigrazione albanese è stata l’inizio dell’infinito arrivo di stranieri sulle nostre coste. Per chi l’ha vissuta dal vivo è stata difficilissima, poi controllata, alla fine persino praticamente finita. Perché l’Albania s’è ripresa e vedere tutta quella gente per strada a festeggiare è un sollievo. Sono i figli di quelli che arrivarono con la Vlora e poi alla spicciolata a gruppetti, per anni. I figli l’Italia se la sono andati a ricostruire a casa, portandosi dietro molte aziende italiane che lì hanno investito. Festeggiano un Europeo conquistato con un allenatore straniero. Italiano, ovvio. L’immigrazione ha senso se finisce così.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Euro2016. Tirana va in Francia: l’orgoglio di De Biasi nel riscatto dell’Albania

albania-euro2016-640x618(Barbadilloit) – Tirana esulta come non succedeva da tempo. L’Albania è in festa e sogna i fasti che le mancano dai tempi del suo ultimo (vero) condottiero, il principe Giovanni Castriota Scanderbeg. La nazionale dell’aquila bicipite è in Europa, parteciperà ai campionati di Francia del prossimo anno. In terra armena, gli shqiperioti si son sudati l’onore (e l’onere) di scrivere la storia calcistica della nazione balcanica. E pure il pallone – che rimane la più grande metafora della realtà – sancisce il patto tra le due sponde meridionali dell’Adriatico. Il successo albanese parla italiano e si spiega nelle parole del commissario tecnico Gianni de Biasi, allenatore sbolognato in fretta e furia dai campionati nostrani che ha trovato base, progetti e programmi dall’altra parte del canale di Otranto.

 

De Biasi ha preso in mano una situazione non entusiasmante e adesso reclama il bottino del vincitore, la gloria che spetta al condottiero che sbaraglia gli (accreditatissimi) eserciti nemici alla faccia delle disperate aruspicine della vigilia: “Ora nessuno ride più di noi”.

Tirana è tutta un fumogeno acceso. L’entusiasmo restituisce l’orgoglio alla nazione che fu quella dei primissimi barconi e che, nel frattempo, s’è ricostruita le sue credibilissime basi economiche, sociali e sportive.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)