La Roma è un fallimento della Roma

ROMA ATALANTA

 

 

 

 

Cacciare gli allenatori è facile: basta avere i soldi per continuare a pagarli pur scegliendo di sostituirli. E poi?

(IlGiornale) – Al solito il più lucido è stato Daniele De Rossi: «Sarebbe da infami dare tutte le colpe all’allenatore».
La Roma che si scioglie è il caso del momento. Perché, con la Juventus crollata all’inizio del campionato, sembrava che questo non potesse che essere l’anno della Roma, unica a tenerne il passo fino a un certo punto del campionato nei due anni precedenti e quest’anno agevolata sulla carta dai primi risultati del campionato. Invece è il contrario, è come se, in una stagione in cui dovrebbe stare davanti a tutti, non se ne sentisse capace. Sconfitta in casa 0-2 dall’Atalanta, dopo l’imbarazzante 6-1 preso a Barcellona in Champions League. L’allenatore, dicono tutti. Forse, però, lo dicono in troppi. Sicuro che sia soltanto lui? È inaccettabile, come ha fatto Garcia, presentarsi in casa della squadra più forte del mondo per farsi prendere a pallonate. Ma gli altri?

A un allenatore puoi imputare errori tattici e di personalità, non l’errore individuale di un difensore che consegna il pallone all’avversario. Cacciare gli allenatori è facile: basta avere i soldi per continuare a pagarli pur scegliendo di sostituirli. E poi? Per dirne una: la Sampdoria ha licenziato Zenga e ha subito due sconfitte consecutive. L’effetto salvifico dell’esonero è un alibi più o meno costante: serve soltanto a non far passare presidenti per inetti. Come se in caso di periodo negativo si debba per forza cambiare un uomo. Uno solo. Per tutti. O, più probabilmente, per se stessi.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

L’arpa, la croce e la palla (ovale): viaggio nel cuore d’Irlanda

jackie-charlton-310x174(Barbadilloit) – Sono tanti gli italiani d’Irlanda, li vedi passare abbronzati per le strade di Dublino tra gli eleganti caffè di Grafton e i neon aggressivi di O’Connell Street. La sera li puoi trovare al Temple Bar, inconfondibili anche quando si mischiano agli spagnoli fuori del Busker’s o al piano superiore dell’Oliver Gogarty Pub, luogo di culto del folk irlandese. Poi ci sono loro, gli italiani arrivati tanti anni fa per lavorare, lavorare davvero, quasi tutti giunti dall’entroterra frusinate, il comprensorio della Val di Comino nei pressi di Sora, come testimoniano inequivocabilmente i loro cognomi… Forte, Scappaticci, Cascarino (vi ricorda nulla?)… Oggi lavorano in buona parte nei tanti fish & chips aperti a suo tempo dai loro padri e dai padri dei loro padri. Quando vivevo a Drumcondra la sera, dopo il pub, mi fermavo sempre al Roma Take Away di Italo, altro luogo cult del Northside con immancabile foto di Padre Pio e busto del Duce. Il fegato intanto chiedeva spiegazioni e un giorno mi informò che era tempo di salutare patatine e cheddar cheese (per l’alcol ci mettemmo d’accordo). Sfrattati dal centro di Dublino e rifugiatisi nella più economica ma non meno vivace periferia, i nostri hanno stravinto il derby del fritto con i cinesi, creando una leggenda e – ahimè – uno stereotipo ricordato in tante opere di oggi e di ieri, non ultimo l’Ulisse di Joyce. Strano destino di questi passeggeri dell’eternità, così li chiamerebbe il magnifico Yeats, giunti dai monti sorani a domare pesci – il cod, il turbot, l’hallibut – peraltro sconosciuti nei nostri mari. Una scelta difficile in una terra mai troppo generosa neppure verso i propri figli, decimati da guerre, carestie e vicini poco amichevoli. Spesso, in un italiano che definirei audace, parlano ai loro fratelli giunti numerosi da Ragusa a Bolzano per rincorrere l’aroma di una Guinness, il profilo di una Croce Celtica, o i tratti gentili della gente d’Irlanda. Qualunque sia il motivo per cui sono qui, gli italiani nell’isola di smeraldo non cercano né stadi, né magliette di calcio come farebbero sicuramente altrove, un po’ come Carlo Verdone nel suo celebre viaggio di nozze cinematografico. Tra le tante affinità che accostano gli irlandesi alle nostre latitudini, dal temperamento alla spiritualità, dal passato sofferto allo straordinario patrimonio culturale, non troviamo infatti il pallone, non quello rotondo di cuoio almeno. Loro, i Latini del Nord, preferiscono di gran lunga gli sport della tradizione gaelica, dal football della GAA all’hurling (camogie nella versione al femminile, si fa per dire), un retaggio culturale che affonda le proprie radici nel sofferto anelito diindipendenza raggiunta solo dopo secoli di dominazione britannica. Al limite, dovendo necessariamente cedere ad un’imposizione degli odiati inglesi, gli irlandesi hanno scelto la palla ovale, riuscendo a sviluppare un movimento rugbystico di tutto rispetto attraverso l’attività giovanile nei college e regalando non poche gioie ai tanti appassionati che seguono la Nazionale allo stadio di Lansdowne Road.

Quest’ultimo, recentemente trasformato in un tristissimo scatolone colorato chiamato Aviva Stadium, viene prestato sistematicamente alla nazionale di calcio che non dispone di un proprio impianto, mentre gli adepti del football gaelico possiedono un vero tempio, Croke Park, il cui profilo possente e magnifico si staglia negli affollati quartieri di Drumcondra nella zona nord di Dublino. Il suggestivo Northside, bello e dannato, ricordato anche nella struggente follia soul-alcolica di Jimmy Rabbitte nella celebre pellicola The Commitments (“…The Irish are the blacks of Europe. And Dubliners are the blacks of Ireland. And the Northside Dubliners are the blacks of Dublin”). Non lontano sorge Tolka Park, il campo dello Shelbourne, sbilenco ed irregolare come buona parte degli stadi in Irlanda. Al contrario, il calcio ha sempre faticato ad imporsi e ancora oggi non se la passa granché bene, con spalti semivuoti e giocatori assai modesti, gestiti da una federazione di veri dilettanti che, per molti versi, non fa che aumentare le affinità con il nostro Paese. Colpa anche della vicina Premier League inglese, i cui ricchi club paradossalmente godono di ampio sostegno tra gli sportivi irlandesi, almeno fino a quando gli scozzesi del Celtic Glasgow – il club formato nel 1888 dagli irlandesi in fuga dalla carestia – non verranno ammessi ai più avvincenti campionati di Sua Maestà. Bruciate tutto ciò che è inglese, tranne il carbone tuonava il presidente De Valera. Altri tempi, altri eroi. In ogni modo, il calcio moderno arrivò in Irlanda già nel lontano 1878 per merito di un uomo d’affari di Belfast, John McAlery, affascinato dal nuovo sport osservato durante un soggiorno nella vicina Scozia.

L’Irish Football Association fu creata nel 1880, un anno dopo la nascita della prima squadra irlandese, il Cliftonville FC di Belfast, oggi impegnata nei campionati dell’Irlanda del Nord (anche se non ufficialmente, è la squadra della comunità cattolica, come il Donegal Celtic, mentre il Linfield è sostenuto dai più numerosi protestanti) dopo la separazione delle sei contee. Erroneamente l’Irlanda del Nord viene spesso indicata con il termine Ulster che individua, invece, una delle quattro storiche regioni dell’isola e comprende anche tre contee, Donegal, Cavan e Monaghan appartenenti al Sud. Con la nascita dello Stato Libero d’Irlanda nel 1921 (Eire è il corrispondente gaelico) divenne inevitabile creare un nuovo organismo amministrativo e a Dublino nacque in questo modo la Football Association of Ireland. Degli gli otto club fondatori vanno senz’altro ricordati almeno i rossoneri del Bohemians F.C. – gli unici sempre presenti nella massima divisione – ed il St.James’ Gate, la squadra della celebre birreria Guinness il cui cancello d’ingresso è per l’appunto ricordato nella denominazione ufficiale della compagine, prima vincitrice del campionato da cui si è ritirata pochi anni fa. Lo Shamrock Rovers, la squadra più titolata del calcio irlandese, iniziò invece dalla Leinster League e subentrò subito dopo cominciando immediatamente a mietere successi. Oggi, dopo ventidue anni da nomadi, gli Hoops hanno lo stadio più moderno d’Irlanda. Il campionato fu ben presto appannaggio dei maggiori club di Dublino fino a quando,nel 1932, il Dundalk portò finalmente il titolo in provincia, nella contea di Louth, al confine con il Nord.
Durante il secondo conflitto mondiale il campionato non venne sospeso e nel 1969 il torneo fu allargato a quattordici squadre ammettendo anche il Finn Harps di Ballybofey che così allargò i confini del calcio nazionale fino al suggestivo e selvaggio Donegal. Nel 1985 venne introdotta anche la seconda divisione (oggi chiamata sciaguratamente First Division, come in Inghilterra e Scozia) cui si iscrisse anche il Derry City, la squadra dell’omonima città cattolica dell’Irlanda del Nord, che preferì evitare le tensionied i pericoli legati alla tristemente nota situazione politica, i Troubles, come vengono eufemisticamente chiamati nell’isola. Due anni orsono il campionato fu vinto dallo Sligo Rovers che riportò così il titolo all’ombra del Bul Bulben dopo ben trentacinque anni, superando la concorrenza delle forti squadre dublinesi che possono annoverare anche il vecchio Shelbourne ed i Supersaints del St. Patrick’s Athletic, più volte campioni negli ultimi anni. La massiccia ed ingombrante presenza delle squadre della capitale (che includono anche l’UCD, il club degli studenti universitari, il già citato Shamrock Rovers ed una manciata di ambiziose meteore dalla vita breve come lo Sporting Finglas, il St. Francis ed il Dublin City) del resto è da sempre uno dei motivi di scarso interesse del campionato che a tratti sembra assumere più i tratti di un torneo cittadino. Oggi le presenze negli stadi irlandesi sono assai contenute, ma fino agli anni Sessanta si registravano regolarmente medie oltre i venticinquemila spettatori. Se in ambito internazionale le squadre di club faticano a trovare una marcia regolare, pur riuscendo saltuariamente a conseguire risultati positivi, la Nazionale è riuscita indubbiamente a ritagliarsi a cavallo degli anni Novanta uno spazio dignitoso nel firmamento del calcio mondiale, sfruttando il periodo d’oro della guida di Jackie Charlton, l’inglese più amato – o meno odiato – d’Irlanda. Fino a poco tempo fa, tra alti e bassi, a guidare il Green Army erano due vecchie facce che non hanno bisogno di presentazioni, il Trap e “Schizzo” Tardelli. Ma il talento non abbonda e il calcio nell’isola di smeraldo sembra destinato a brevi apparizioni e ad episodiche fiammate, per poi sparire frettolosamente e soffermarsi in una mediocre apatia, facendo addirittura dubitare della sua esistenza. Se c’è, il pallone d’ Irlanda è nascosto davvero bene e ha poca voglia di rivelarsi al mondo. Come i folletti. Come i trifogli.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Chi siano noi per giudicare George Best?

George_Best_11

 

 

George Best, dieci anni fa moriva il genio del calcio. La storia probabilmente la conoscete già tutti. Irlandese del Nord, fu scoperto da un osservatore del Manchester a soli 15 anni e in breve tempo divenne uno dei migliori giocatori che il calcio inglese abbia sfornato questo secolo. Chiuse con il grande calcio a soli 28 anni, condusse una vita “spericolata”, in pratica fino al giorno del suo decesso con il fegato praticamente spappolato dall’abuso di alcol.gb

 

Probabilmente in questi giorni leggerete e sentirete svariate volte due cose. La sua biografia, in modo molto più approfondito di come ho fatto io, e questa frase: “Ho speso tutti i miei soldi in alcool, donne e macchine veloci, il resto li ho sprecati”.
Forse è su questa frase che bisogna riflettere. George Best ha vissuto la vita al massimo, è morto praticamente senza conoscere l’anzianità, tutta la vita circondato da belle donne.
George Best ha venduto il suo Pallone d’oro all’Asta insieme a tutti i suoi trofei per potere pagare i debiti contratti durante tutta la sua vita, è andato in galera diverse volte per violenze, ha avuto un trapianto di fegato una volta senza il quale probabilmente sarebbe morto prima.
Dato che esiste l’espressione “meglio un giorno da Leoni che”, la vita di Geroge Best dovrebbe essere un esempio. Ha vissuto la vita fino all’ultimo, prima toccando praticamente il cielo e poi precipitando nel baratro dell’autodistruzione.
La prima cosa che mi viene in mente è: “Se ti facessero firmare adesso un foglio in cui ti dicono che muori prima, ma quello che vivi lo vivi al massimo accetteresti?”.
La risposta più scontata, al di là dell’entusiasmo iniziale alla Vasco Rossi, dovrebbe essere ovviamente no. Una parte di me ha però sempre dentro di se la paura di vivere come quelle persone che nella vita non sbagliano mai, ma non perchè siano infallibili quanto perchè non rischiano, non si buttano. È evidente che una vita così non sarà mai sbagliata ma io la vedo anche come un’occasione persa.BestGeorge

 

Poniamo infatti che nell’aldilà non ci sia nulla, che ne so… un parcheggio o una grande spiaggia affollatissima.
Arriviamo all’ingresso e chiediamo spiegazioni su un’eventuale reincarnazione e l’impiegato, con la faccia di chi ha già ricevuto migliaia di volte questa domanda, ci dice che è tutto lì. È finita. Ciccia!
La nostra vita era una sola e maledizione, a saperlo, avremmo fatto più cose.
Poniamo che, sempre in fila per il banco informazioni, ci siano Geroge Best e il signor Rossi, morto a 84 anni guardando “La vita in diretta”. Si parla del più e del meno. Da dove vieni, cosa facevi nella vita, di cosa sei morto eccetera. Le solite cose.
Indubbiamente Geroge Best ha fatto del male a molta gente mentre il signor Rossi è stato un buon cittadino, ha sempre pagato il canone Rai ( destino beffardo vista la sua morte), è andato in chiesa alle feste comandate e ha sempre comprato alla moglie un mazzo di rose metà bianche e metà rosse per il loro anniversario di matrimonio.
Ognuno ascolta i racconti dell’altro con molta attenzione finchè non chiamano il numero di uno dei due. Si salutano e si separano.
Chi dei due nutre più invidia della vita dell’altro? Sinceramente non lo so.
È vero, una vita come quella di Best ti lascia senza rimorsi mentre il signor Rossi magari qualche sfizio in più se lo sarebbe tolto volentieri.BEST1
Ma il mondo non sono tante piccole singole unità che cercano di fare il meglio per loro stessi, o almeno non il mio mondo. La vita è fatta di relazioni, di dare qualcosa agli altri e ricevere da questi altrettanto. Geroge Best sarebbe il mio mito se la vita fosse una specie di videogioco dove tu sei il protagonista e gli altri sono lo sfondo, invece così non è. Non c’è bisogno di citare Foscolo e compagni per rendersi conto che la vita di una persona non finisce con la morte e che se abbiamo speso il cento per cento delle nostre energie per noi stessi e basta agli altri non è rimasto niente della nostra presenza, siamo stati più che altro dei passeggeri di questa vita.
Chissà forse è sintomatico che sia stato Geroge Best a volere quella foto. Lui disteso sul letto in punto di morte; ha voluto che la foto fosse pubblicata con la scrittea Non morite come me”.
Forse si è pentito proprio di quello che dicevamo prima.

 

Mario Bocchio

Premier. Il Leicester operaio di sor Ranieri fa marameo alle milionarie d’Inghilterra

ranierileicester(Barbadilloit) – “Seguiremo il Chelsea per terra, per mare..e a Leicester” era un vecchio coro della Shed End del Chelsea, cuore pulsante del tifo dei blues all’epoca di quando gli hooligans terrorizzavano le vecchie signore inglesi, Zola e Vialli non erano nemmeno sbocciati e i londinesi annaspavano nel limbo del centroclassifica. Leicester, nella mitologia dei cori da stadio inglesi, non apparteneva né alla terra né al mare, vai sapere il perché. Forse perché ai viziati tifosi della Greater London questa località dava l’idea di essere così grigia ed anonima che non meritava neanche di essere annoverata nel globo terracqueo e, ciò nonostante, sarebbero stati pure lì a seguire la propria squadra, non appena l’avessero trovata sulla cartina.

La sorpresa. Lo so, vi starete chiedendo perché ho cominciato un articolo sul Leicester e su Ranieri parlando del Chelsea e dei suoi tifosi? Ci arrivo, sembra che stia andando fuori traccia come a scuola, ma calmi che ci arrivo. Ricordavo questo strano coro di dileggio verso una città e la sua squadra, invischiata nel limbo della mediocrità per più di un secolo, e che attualmente s’è messa in testa di rompere le scatole al ventennale asse vincente Londra-Manchester. Insomma, calcisticamente parlando è una rivincita di chi è stato sempre preso in giro, una specie di brutto anatroccolo che diventa un cigno bellissimo.
D’accordo, non è il caso di esaltarsi. Il campionato è ancora lungo, siamo appena alla tredicesima giornata e già la prossima settimana c’è la sfida contro il Manchester United secondo, finora l’unica grande incontrata è stato l’Arsenal che li ha pure battuti 2-5 in casa (unica sconfitta in campionato), e il calendario sta per diventare quasi proibitivo. Va bene tutto, però i Foxes per il momento si stanno togliendo lo sfizio di sfidare i colossi multimilionari al loro stesso gioco, con un’umiltà, un’umanità e uno spirito che in Premier League non si vedevano da un bel po’, sepolti com’erano dall’arroganza dei milioni e dei campioni strapagati. E si stanno pure divertendo.
I protagonisti. Secondo miglior attacco dopo quello stellare del City, difesa un tantino allegra ma tutto sommato più che dignitosa per una squadra nata per strappare la salvezza a morsi. La musica che risuona allo Stadium non è tecnica, non è fatta per palati fini, di quelle d’élite che ti ci metti con tutta la buona volontà ma proprio non la capisci. È rumorosa, caciarona, a volte poco spettacolare ma viva e soprattutto efficace. È la musica del collettivo operaio guidato dal maestro Ranieri insomma, già sentita a Roma, a Firenze, a Valencia, a Londra e nel Principato, e su tanti altri palcoscenici. Sembra sempre vecchia e pure sa sempre essere d’attualità, con le piccole storie e alcuni assoli dei singoli che sanno risaltare nel gruppo.

Come ad esempio il bomber 28enne Jamie Vardy, 13 gol in 13 partite. Tre anni fa giocava nei dilettanti, allenandosi solo la sera, e faceva davvero l’operaio in un’industria di materie plastiche. Ora è diventato un attaccante professionista, rapido, concreto, con un fiuto del gol notevole e una fame che fa sentire sul collo dei difensori avversari quando li pressa. Il trequartista 24enne algerino Ryhad Marhez è invece figlio di Sarcelles, una delle tante banlieue parigine diventate ghetti per i disperati nordafricani di tutte le generazioni. Fino ad un anno e mezzo fa giocava nelle riserve del Le Havre, in Ligue 2. Fu preso per nemmeno mezzo milione di euro e adesso sfoggia velocità e tecnica in Premier League, con 7 gol all’attivo e 5 assist. A centrocampo il giovane maliano N’Golo Kanté sta rubando il posto ad Inler, vecchia e talentuosa conoscenza del nostro campionato. Ma anche l’argentino Ulloa, sbocciato nel San Lorenzo in Argentina e poi persosi nelle nebbie della Serie B e C spagnola e inglese. I guantoni di Kasper Schmeichel, figlio del grande Peter, difendono la porta dei blu delle Midlands.

Sor Claudio. Ma soprattutto il merito è da ricercarsi in mister Claudio Ranieri. Il presidente thailandese Srivaddhanaprabha (benedetta sia la funzione copia-incolla) lo ha chiamato per condurre il Leicester ad una dignitosa salvezza, e chi meglio di Sor Claudio da Testaccio (o San Saba, a Roma è ancora oggetto di discussione) è in grado di risollevare le squadre in ginocchio? Certo, Ranieri non predica un gioco rivoluzionario, non costruisce niente di nuovo, anzi il suo è un calcio piuttosto essenziale e senza fronzoli ma al tempo stesso efficace ed elegante. Non è uno di quegli allenatori in grado di catalizzare l’opinione pubblica su di sé con frasi ad effetto, non fa capricci e non ha bisogno di campioni o di portarsi dietro i suoi pupilli pur di lavorare.

Ranieri, con il suo aplomb british-testaccino, lavora con quello che ha e parla quando è necessario. Al sor Claudio lo chiamano per ristrutturare, per risollevare le squadre fragili. Non sempre gli è riuscito, e può capitare. Come con la nazionale greca, che a dirla tutta dopo il suo allontanamento ha fatto pure peggio. O come con l’Inter, quando fu chiamato per sostituire Gasperini, e la società gli cominciò a cedere i giocatori sotto al naso. Altre volte però ha fatto impazzire le folle, come a Firenze o a Valencia, o addirittura a Londra dove con il Chelsea arrivò secondo in Premier League e in semifinale di Champions, e poi gli fu dato il benservito per far spazio a Mourinho.

La sua Roma. Una su tutti è la rimonta con la Roma, la sua squadra del cuore, e quella volta gli stava riuscendo davvero. Sono di parte, ero sugli spalti quell’anno e ricordo di essermi esaltato parecchio con una squadra molto poco spettacolare ma altamente efficace, e non posso che parlarne bene. Mr. Claudio fu chiamato per sostituire Spalletti dopo un avvio disastroso e una classifica mortificante. Pian piano la squadra cominciò a macinare incredibilmente risultati, tanto da trovarsi quarta alla fine del girone d’andata insieme al Napoli. Nel girone di ritorno l’Inter di Mourinho (che a fine anno poi face il triplete) cominciò a dilapidare punti in giro e la banda di Ranieri zitta zitta si avvicinò. A marzo la Roma vinse pure lo scontro diretto con l’Inter in un Olimpico stracolmo e festante.

Stessa scena che si ripete nel derby. La Lazio doveva salvarsi, la Roma era lanciata ma qualcosa non andò e i biancocelesti terminarono il primo tempo in vantaggio per 1-0. Ecco il colpo di genio di Ranieri, psicologo sopraffino del pallone: nella partita più sentita toglie Totti e De Rossi, i romani e romanisti. E al diavolo la stampa e le radio romane, che si stessero zitte una buna volta. La scelta fu azzeccata e i giallorossi in dieci minuti ribaltarono il risultato, con Vucinic vera e propria iradiddio in campo. La Roma salì in vetta!

 

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Calcio&Politica. Se il Psg celebra l’ipocrisia del Qatar e non le vittime del terrorismo

Bastia-Psg

 

 

(Barbadilloit) – “Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non il nemico, le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia

(Sun Tzu)

 

Nella Babele di estremismi social e di speculazioni reali seguita ai fatti di Parigi, con il dibattito monopolizzato da destre becere e fallaciane e sinistre attonite per i propri fallimenti culturali, il calcio si offre come specchio dell’ipocrisia occidentale. Il Paris Saint German, squadrone della capitale francese costruito con i petroldollari del Qatar, annuncia che per questo turno di Champions League adotterà una maglia speciale. Nella trasferta di domani sera in Svezia, contro il Malmoe, Ibrahimovic & Co. indosseranno una casacca in cui al posto dello sponsor comparirà la scritta “Je suis Paris”, marchio globalizzato – anche se in molti l’adoperano in perfetta buona fede – di una solidarietà pelosa e irresponsabile, che non s’interroga sulle cause del terrorismo jihadista ma cerca facili nemici e lacrime di coccodrillo.

L’iniziativa della maglia celebrativa, che verrà replicata sabato nella gara di Ligue 1 con il Troyes, è stata voluta dal presidente del Psg, Nasser Al-Khelaifi. Lo stesso che, come guida del fondo sovrano “Qatar Investment Authority”, attinge da un patrimonio stimato in oltre seicento miliardi di dollari per comprare pezzi di Europa e di multinazionali. Grosse partecipazioni azionarie in colossi come Volkswagen, la banca britannica Barclays, Harrods, Siemens e persino Walt Disney. Ma anche mezza “scheggia”, il grattacielo-capolavoro di Londra progettato da Renzo Piano, una partecipazione nell’aeroporto di Heathrow e villaggi turistici in Costa Smeralda. Senza dimenticare, ovviamente, il club calcistico parigino.

Peccato che lo stesso Qatar sia sospettato di essere uno dei principali finanziatori dell’Isis. L’emiro, Tamim bin Hamad al-Thani, che ha messo Al-Khelaifi a capo del fondo sovrano, nominandolo persino ministro nel 2013, non ha mai nascosto le sue simpatie per i Fratelli Musulmani. Dal 2011 Doha è impegnata nel finanziamento degli oppositori di Assad in Siria: non solo alimentando e foraggiando – così come Stati Uniti, Arabia Saudita e Turchia – la favoletta dei “ribelli moderati” (in realtà quasi tutti confluiti, dopo aver incassato armi e soldi, nelle milizie di al Nusra, la filiale siriana di al Qaeda) ma anche indirizzando un enorme flusso di finanziamenti, attraverso fondazioni di carità (sic) islamiche, all’Isis dello sceicco al Baghdadi. Sostenitore del wahhabismo, il Qatar alleato dell’Arabia Saudita è campione della dottrina estremista sunnita: combattono Assad e sono nemici dell’Iran e dell’Iraq sciita e di Hezbollah, gli unici – poi sostenuti dalla Russia di Putin – a combattere da anni i tagliagole coi fatti, non a parole. Versando sangue musulmano, a proposito di becere e stupide guerre di civiltà. Il Qatar che spende e spande anche per il Psg, è invece dalla stessa parte della barricata del Califfato, alleati nella fitna che dilania l’Islam.

Ma basta una maglietta e un bel “Je suis Paris” e la nebbia dei pregiudizi e delle ipocrisie torna fitta. Gli amici di chi sgozza e spara sui civili inermi non vengono considerati nemici e la vuota retorica di un sistema in cui la pecunia non olet per nulla li ammanta dell’alone di un Islam “moderato” o persino “illuminato”. Ma non tutti ci cascano. Anche in Francia, anche nel mondo del calcio. E’ rimasto celebre lo striscione comparso nella curva del Bastia, a gennaio scorso, pochi giorni dopo la strage di Charlie Hebdo, durante la gara casalinga proprio con il Psg. Gli ultras corsi, figli di una terra in cui l’indipendentismo non è macchietta, si mostrarono in quell’occasione, paradossalmente, più patrioti di tanti altri francesi ed europei. “Il Qatar finanzia il Psg e il terrorismo”, recitava lo striscione. Alla faccia dei petroldollari e della retorica occidentalista.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Serie A. Buffon contro Donnarumma, Juve-Milan e il crocevia del talento

buffon.saluta.juventus.2013.2014.356x237-310x206(Barbadilloit) – Lo scontrarsi tra Juve e Milan quest’anno non assomiglia a una partita come tutte le altre. Però non c’entrano i fasti più (Juve) o meno (Milan) recenti. Non sarà un incontro come tanti perchè si potrebbe consumare un importante atto di successione ereditaria, da Gigi Buffon a Gigio Donnarumma. Donnarumma, che è nato quando Buffon già era una certezza del (fu) Parma dei miracoli, è il ragazzone stabiese che ambisce all’eredità (pesantissima) dei guantoni azzurri. Buffon, che ha vinto un mondiale quando Donnarumma indossava ancora il grembiule della prima elementare, ha appena festeggiato il secondo decennio di un’avventura che lo proietterà da protagonista nella storia dei grandi dei pali, da Zoff ad Albertosi, Zenga e Sentimenti IV.

 

Allo Juventus Stadium, gli occhi di chi si cimenta col suo idolo si incroceranno con quelli dell’eroe che deve (ma ne sono proprio convinti?) iniziare a sentire la stanchezza di mille e mille battaglie. Chissenefrega del resto. Juventus-Milan, che poteva essere giocata e raccontata come l’ennesima sfida della nostalgia canaglia, si arricchisce di un significato nuovo eppure antico: il passaggio del testimone, sul campo, tra vecchi e (si spera) nuovi eroi.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Il calcio è la nuova chiesa perciò colpiscono gli stadi

Stadi e terrorismoGli strateghi dell’Isis saranno bastardi, ma sono abbastanza intelligenti da saperci colpire nei punti deboli.

(Il Giornale) – Il più debole è il calcio, che è l’unico elemento di unità europea, molto più dell’euro, non da tutti i Paesi adottato. Il pallone infatti rimbalza ovunque, da Sud a Nord, appassionando folle immense che lo considerano un ludo ovvero un «gioco di pubblico carattere religioso» e non soltanto un semplice sport.Gli stadi sono cattedrali laiche costruiti per ospitare tornei e decine di migliaia di persone, i cosiddetti tifosi, sostantivo che deriva da tifo, cioè una malattia grave, un tempo inguaribile e assai diffusa. Questo la dice lunga sul grado di esaltazione collettiva provocato dal football in vari continenti, particolarmente nel nostro e nell’America del Sud. Le partite più importanti sono viste, grazie alla tivù, da miliardi di uomini e donne, tant’è che i diritti di immagine hanno un valore inestimabile.Insomma, l’oppio dei popoli evoluti è il calcio. Ne siamo dipendenti. Peccato che i terroristi se ne siano accorti e vogliano distruggerlo. Hanno già cominciato a farlo con scientifica crudeltà. A Parigi i kamikaze miravano a farsi saltare per aria in qualche tribuna per ammazzare quanta più gente possibile. Il piano è semifallito per puro caso. Altrimenti oggi saremmo ancora qui a contare le vittime. Esiste però la certezza che i criminali sterminatori di occidentali non demorderanno: si stanno già allenando per compiere un massacro allo stadio, e i tifosi suppongo ne siano consapevoli e tremino di paura anche solo recandosi al botteghino per acquistare i biglietti delle partite.L’incontro Germania-Olanda è stato annullato, idem quello tra Belgio e Spagna. Il sentore di pericolo ha consigliato gli organizzatori di lasciar perdere. E non siamo che all’inizio. Avanti di questo passo, quand’anche i match si disputassero, gli spalti sarebbero deserti: non saranno molti coloro disposti a rischiare la vita per un gol. Purtroppo queste sono le prospettiva del calcio: un generale impoverimento da cui sarà difficile risollevarsi finché i seminatori di morte non saranno stati sconfitti. Il terrorismo, bucando il pallone, sgonfia anche il desiderio dei tifosi di partecipare quali spettatori agli eventi sportivi che sino a ieri erano considerati i moderni «panem et circenses», per dirla con Giovenale.È la dimostrazione che i «soldati» dell’Isis hanno colto nel segno: costringere i cittadini «infedeli» a modificare le loro abitudini e addirittura a rinunciare ai divertimenti del dopolavoro. Ora la Francia si trova di fronte a un grave dilemma: confermare lo svolgimento dei campionati europei previsti a tarda primavera del prossimo anno, oppure non mantenere l’impegno assunto e azzerare le gare. Non vorremmo essere noi a decidere in proposito. Nella prima ipotesi va da sé che si tratterebbe di un azzardo, nella seconda, gli assassini griderebbero vittoria, felici di avere obbligato un grande Paese a piegarsi alla loro prepotenza. Tertium non datur.Nulla da aggiungere, se non concludere che qualsiasi sarà la scelta delle autorità d’Oltralpe, metteremo a repentaglio la nostra serenità. Ammesso che non sia già stata distrutta.

 

(rassegna a cura di Mario Bocchio)

StoriediCalcio. Dieci anni senza George Best il Nureyev del pallone

Best(Barbadilloit) – Un brasiliano vestito da irlandese. Emanuele Audisio, su La Repubblica, ha tracciato un ritratto di George Best, campione nordirlandese, ribelle, calciatore visionario e dissoluto nella vita quotidiana: lo spunto è il nuovo libro in uscita “George Best, l’immortale” di Duncan Hamilton, 66thand2nd.

Nureyev del calcio

“Sono dieci anni che George Best non c’è più (25 novembre 2005). Un brasiliano travestito da irlandese. Pallone d’oro nel ‘68, il suo anno migliore, quello che cambiò i costumi del secolo. Vinse la Coppa Campioni con il Manchester United, primo titolo per una squadra inglese. Spaccone, sfacciato, ambidestro, ma soprattutto timido. Per cinque anni dal ‘66 al ’70, the best, il migliore: 474 presenze, 181 gol tra il ‘63 e il ’74. Una pop star, la prima del calcio. Fama, gloria, fan. Il quinto Beatle, appunto. Faccia da Carnaby Street, vestiti da Swinging London. Lì in un ristorante fu avvicinato da un uomo con zazzera e zigomi prominenti che fece un profondo inchino e gli disse: lei è un vero genio. Era Rudolf Nureyev”.

Le origini di Best

“Best era nato povero, in Irlanda del nord, a Cregagh estate, zona est di Belfast. Come diceva lui: «I soldi non erano un problema, nessuno li aveva». Un bel libro (“George Best, l’immortale” di Duncan Hamilton, 66thand2nd), ricorda l’uomo che scambiò gli avversari per fili d’erba e che bruciò le sue ali per essere all’altezza di se stesso. George aveva una sola religione, il calcio. Diceva: «Nessuno mi ha insegnato come si gioca». Il Manchester United gli aveva mandato il biglietto per il traghetto, sulla corsa notturna dell’Ulster Prince. Ma George soffriva di nostalgia e se ne ritornò a casa. Il padre scrisse la lettera di scuse, Best la firmò e la inviò. E ritornò a Manchester. Matt Busby, “lo scozzese di ferro”, coach leggendario della squadra, restò impressionato dal piccoletto coi capelli neri. E lo mise a pensione dalla signora Fullaway, ad Aycliffe Avenue. Era mingherlino: 1.60 per 47 chili, braccia e gambe come canne di bambù. Secco come un chiodo”.Best1
Quando esordì, a 17 anni, fece un tunnel al terzino che lo marcava e che aveva due mazze al posto dei piedi. Quello (Graham Williams) lo colpì alla caviglia sinistra. Maurice Setters, compagno di George, lo rimproverò: «Sei bravo a prendertela con i ragazzini». E l’altro: «Questo non gioca come un ragazzino». Dickie, suo padre, operaio ai cantieri navali, aveva paura: «Era solo un cucciolo, pensavo che lo avrebbero ammazzato». Un ragazzo tra uomini. Ma lui si firmava Garrincha George. «Gioco come mi sento». E non si sentiva quasi mai come gli altri.
A un anno e sedici giorni dall’esordio era già Best of the rest. Segnava anche scalzo: linee curve e incrociate, diagonali e ghirigori. Sei gol in una partita, sei donne in camera. Due fegati, una sola esistenza. Vissuta pericolosamente. La sua carriera vera, prima di emigrare negli Stati Uniti, durò sei stagioni. Poco, tutto velocissimo, il tempo di un rock’ n’ roll. La Coppa dei Campioni a 22 anni, vinta per 4-1 (con un suo gol) contro il Benfica di Eusebio a Wembley: palla presa a metà campo, tenuta incollata al piede, avversari scartati a uno a uno, ingresso in area, sguardo dritto negli occhi del portiere, ultima finta, fermo sulla linea di porta, saluto ai fans, tocco e rete. Non è un caso che gli piacessero Zorro e Oscar Wilde. Poteva giocare fino a svenire. Rabbiosamente competitivo, ma insicuro. Quando vinse il Pallone d’oro su Bobby Charlton uscì e si ubriacò”.

Il brindisi di Pelè dedicato a Best

“Quando in America a una cena Pelé brindò a Best come al più grande giocatore del mondo, lui cominciò a bere e non si fermò per 12 giorni. Tendeva a sabotarsi, all’autodistruzione. (…)
Nell’aprile 2000 andò in ospedale per un’insufficienza epatica. Vomitava e sputava sangue. Il suo organo funzionava al 20 per cento. Due anni e mezzo dopo subì un trapianto di fegato, l’operazione durò 10 ore, ebbe bisogno di 20 litri di sangue di trasfusione. Senza quel trapianto sarebbe morto nel giro di tre mesi, ma rovinò anche il fegato nuovo. (…) Per questo verso la fine accettò di farsi fotografare sul letto di ospedale: sfinito, giallognolo, attaccato ai tubi, ematomi rossi e neri, un catetere sul collo. Un relitto umano: da 75 era sceso a 45 chili: «Non morite come me». Una polmonite e la setticemia lo fecero fuori a 59 anni. Ma riuscì a donare le cornee, quelle che avevano visto l’infinito in una selva invalicabile. Era sempre stato piccolo davanti ai problemi dell’esistenza, ma nel calcio era un gigante”.

La stima dei suoi avversari

“Chi aveva giocato contro di lui sapeva riconoscere la sua unicità. Bobby Moore al West Ham disse che si teneva più lontano da Best che da chiunque altro. RonHarris al Chelsea confessò che Best era the best. Emlyn Hughes al Liverpool: «Ci ha levato la pelle». E Bill Shankly, che non faceva mai complimenti agli avversari, aggiunse: «Ragazzi, avete appena visto un genio all’opera». Perfino a Sir Alf Ramsey scappò un rimpianto: «Magari avessi Best». A 35 anni, quando era già un alcolizzato che entrava e usciva dalla riabilitazione, segnò un gol per il San Jose Earthquakes contro il Fort Lauderdale, bevendosi tutti gli avversari. Leggerezza, finte, fantasia. Ken Fogarty, ultimo difensore, ammise: «Mi ha fatto sembrare un pinguino ubriaco su uno skateboard». Si sciupò, sprecò se stesso e le occasioni, ma non l’umanità: giocò 93 partite per beneficenza”.

L’unico calciatore a cui è dedicato un aeroporto

“Il messaggio scritto con un pennarello nero sulla bandiera dell’Ulster il giorno del suo funerale, prima del lamento di una cornamusa in kilt, rimise a posto il mondo: «Maradona good. Pelé better. George Best». L’aeroporto di Belfast porta il suo nome. È l’unico dedicato a un calciatore. Let it be. George sapeva come volare”.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

La Palestina giocherà in campo neutro contro Malesia e Arabia

pallone_sgonfio_fango-310x195(Barbadilloit) – Alla fine la Fifa ha ceduto alle richieste dell’Arabia saudita. La Palestina giocherà in campo neutro gli incontri con Malesia e Arabia valevoli per le qualificazioni ai mondiali di Russia 2018. Già lo scorso ottobre la Federcalcio saudita aveva chiesto alla Fifa di poter giocare il match contro la Palestina in campo neutro, non ritenendo il governo palestinese in grado di garantire pienamente la sicurezza dei suoi giocatori. Ma la richiesta, inizialmente, fu respinta. E la Fifa si limitò a rinviare la partita Arabia-Palestina, programmata per il 21 ottobre, al 5 novembre.

Oggi, però, l’organizzazione mondiale del calcio sembra aver fatto un passo indietro. Infatti la Fifa, avendo incontrato le Autorità palestinesi, ha dichiarato che “il governo palestinese ha confermato di non poter garantire l’incolumità e la sicurezza per i match in questione”, e quindi le partite della Palestina con Malesia ed Arabia si dovranno giocare necessariamente in campo neutro. Ramallah non potrà vedere la sua nazionale scendere in campo. E le Autorità palestinesi potranno scegliere solo la sede degli incontri.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Calcio inglese. Mourinho the loser one?

mou-640x387(Barbadilloit) – Un raggio di sole brilla nella notte di Stamford Bridge. In realtà è solo la luce dei riflettori che illuminano lo stadio del Chelsea, ma metaforicamente serve a squarciare per un attimo il cielo gonfio di nubi sopra José Mourinho e a fargli tirare un sospiro di sollievo. Nel mercoledì di coppa i blues battono 2-1 la Dinamo Kiev e rendono un po’ più distante l’esonero di Mou.

Per il portoghese, però, non è ancora passata ‘a nuttata. L’avvio dei campioni d’Inghilterra in carica è stato disastroso: 11 punti in 12 giornate di campionato, al quindicesimo posto in Premier League solo 4 punti sopra la zona retrocessione, e fuori anche dalla Coppa di Lega inglese, sbattuto fuori dallo Stoke City ai rigori negli ottavi. Se poi si aggiunge la sconfitta contro l’Arsenal a Wembley in Community Shield e l’andamento claudicante in Coppa dei Campioni, il quadro sembra essere pure peggiore. L’ultima vittoria risale al 17 ottobre contro l’Aston Villa fanalino di coda, col classico 2-0 tutto british, unica risata prima (e dopo) una gran scorpacciata di schiaffi presi in casa e fuori.
Finita? Manco per sogno! Se Mourinho è chiamato lo special one, ci sarà un motivo no? Quindi al disastro sportivo bisogna aggiungere la disfida con Eva Carneiro, medico del club e fantasia erotica di tanti calciofili sparsi per il mondo. In breve, la Carneiro era stata accusata da Mourinho di aver soccorso inutilmente Hazard nella partita contro lo Swansea, ad agosto, lasciando il Chelsea in 9. Mou le tolse il posto di medico della prima squadra, fino a costringerla (stando ai rumors) a dimettersi dal suo incarico nei blues. Ebbene in settimana la Carneiro ha deciso di denunciarlo, dopo averlo fatto anche con la società di Fulham Road per dimissioni forzate. Senza poi contare i 54 mila euro di multa che la FA gli ha comminato dopo l’acceso post-partita dello scorso 24 ottobre contro il West Ham, dove i campioni in carica sono usciti sconfitti ancora una volta.

 

Gli ultimi schiaffoni, in ordine temporale, sono arrivati sabato dal Liverpool di Jurgen Klopp, the normal one (come si è definito da solo il tedesco). La partita a biliardino umano sul campo del Chelsea tra blues e reds si è conclusa per 1-3, con la Kop formato trasferta a cantare a Mourinho “you’re not special anymore”, declassandolo di fatto a loser one, e ha finito per mettere seriamente a rischio la presenza del portoghese sulla panchina londinese. Il patron Abramovich ha deciso di concedergli qualche altra chance, non fosse altro perché liberarsi di quel fardello che è il lungo e faraonico contratto di Mourinho sarebbe più deleterio che altro per le casse societarie. I tabloid sportivi inglesi, però, come da costume, hanno cominciato a diramare una lista di possibili sostituti, molti dei quali parlano italiano (strano a dirsi visto il trattamento dei giornali inglesi verso il calcio di casa nostra) : da Capello a Marcello Lippi, fino all’ipotesi suggestiva Ancelotti- Makelelé già rodata a Parigi.

La prima chance, quella in coppa, è stata sfruttata da Mou, nonostante se la sia vista brutta fino a dieci minuti dalla fine. Per la quarta giornata della Coppa dei Campioni (pardon Champions League) a Londra arriva la Dinamo Kiev. Certo, nonostante ora come allora in porta ci sia sempre Shovkovskyj, è una lontanissima parente di quella guidata dalla buonanima di Lobanovsky, con Sheva e Rebrov a sfidare il Bayern per un posto in finale (quella persa negli ultimi due minuti contro lo United a Barcellona, per capirci), ma resta sempre temibile, specie in un girone incerto come il gruppo G. Stamford Bridge decide di stringersi attorno al suo mister accogliendolo a suon di cori e uno striscione inequivocabile : “One of us” col faccione di Mourinho ben impresso. Mou ringrazia sentitamente, ma in campo la partita è veramente fiacca.
Così decide di salire in cattedra Dragovic. Il difensore ucraino al 33’ mette in mostra un notevole fiuto del gol e in tuffo devia di testa in rete un traversone di Willian, ma la porta è quella sbagliata e quindi il Chelsea si ritrova in vantaggio senza manco aver capito come. Nella ripresa la Dinamo Kiev va a caccia del pareggio, e allo stesso minuto della ripresa Dragovic gonfia di nuovo la rete. La porta stavolta è giusta, 1-1. Tempo qualche minuto e Willian decide di rimettere in panchina Mourinho, almeno fino a sabato, riportando in vantaggio il Chelsea con una gran punizione battuta perfettamente. Il risultato finale sarà poi 2-1, ed i blues salgono al secondo posto dietro al Porto, vincitore senza affanni a Tel Aviv.

Nel fine settimana alla lussuosa banda di Mourinho toccherà far visita a quella ferita recentissima chiamata Stoke City, che la scorsa settimana li ha sbattuti fuori dalla coppa di Lega. Potrebbe essere l’ultima occasione utile per salvare la panchina dal secondo esonero con Abramovich (che poi significò l’approdo a Milano, triplete e l’antologia nerazzurra). La squadra è con lui, almeno stando alle dichiarazioni di capitan Terry, sebbene il sospetto che l’andamento sia dovuto ad un malcontento dopo il caso Carneiro serpeggia già da un po’. Mourinho si difende, come al solito, attaccando con la sua solita presunzione che lo contraddistingue : “Quando si arriva al mio livello è difficile imparare qualcosa dagli altri, bisogna imparare da sé stessi”. Sabato vedremo cosa avrà imparato affrontando lo Stoke City, e se gli è rimasto ancora qualcosa di special.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)