La provocazione (di Gennaro Malgieri). Lo strano caso del calcio negato ai tifosi nel caldo inverno italico

boxing-day-2015(Barbadilloit) – Accontentiamoci dei campionati stranieri. Queste festività le stiamo trascorrendo in compagnia di Messi e Gerrard, di Ranieri e Benitez, di Guardiola e di Luis Enrique. E’ un bel vedere, non c’è dubbio. Spesso molto meglio di quel che si vede sui campi di calcio italiani. Già, dai nostri campi il calcio è sparito. Dall’ ultima domenica prima di Natale. E continuerà ad essere latitante fino alla Befana. Insopportabile per gli appassionati, immorale per lo sport in genere, ingiustificato di fronte a quanto accade in altri campionati.

Dalla Spagna all’Inghilterra, in Europa si gioca più o meno dappertutto, tranne dove il gelo lo impedisce. Nella mite Italia (e nel più mite inverno della storia) il calcio va inferie. Non ci vanno gli impiegati statali e quelli del “privato”, ma i giocatori di football sì. Le società calcistiche, insomma, chiudono per ferie. Le esigenze del panettone e del cotechino prevalgono su tutto il resto. Insomma, in Italia, da un bel po’ di anni (un tempo non era così), durante le festività di fine e di inizio anno non si gioca. Perché?
Nessuno è mai riuscito a spiegarci l’arcano. A parte qualche giustificazione para-sindacale dell’associazione calciatori, condivisa dai presidenti delle società, di realmente convincente non è stato offerto neppure una pallida argomentazione alla vasta platea di appassionati e tifosi che li metta in grado di apprezzare una scelta che, senza mezzi termini, ci sembra a dir poco insensata.
A prescindere dall’intasamento inevitabile che alla sosta festiva seguirà, con tutte le conseguenze che si riverseranno sull’attività della Nazionale, la sciagurata sospensione dei campionati appartiene al malcostume italico dove perfino gli eventi ludici sono inquadrati come una sorta di “dannazione” alla quale i “lavoratori del pallone”, gravati, com’è noto, da o neri indicibili e remunerati con paghe miserevoli, hanno tutto il diritto ed il dovere di sottrarsi alla chiamata del gioco per godersi quegli “spazi di libertà” inibiti a tutti gli altri lavoratori.
E’ inevitabile che ci buttiamo sul Barcellona, sul Real Madrid, sul Rayo Vallecano (che in una partita rimedia dieci gol dai merengue) e perfino sull’Espanyol, chi preferisce altre scuole, sul magico Leicester, sull’ inossidabile Arsenal, sul deludente Chelsea, sulle tribolate compagini di Manchester. E chi ne ha la possibilità appagherà l’astinenza con i campionati sudamericani e perfino con qualche partita, captata a tarda notte da improbabili televisioni del profondo Oriente, che ci mostrano un calcio tutt’altro che marginale tra cinesi ed iraniani. Quello africano è il migliore: basta attrezzarsi, per vedere in azione gli ex-compagni di gioco di Salah o quelli di Ghoulam, Gervinho e cantante-giocante compagnia del Continente Nero, perfino i nigeriani che sfidano l’ira di Boko Haram.
In Italia si riposa. E noi, davanti al caminetto, o alla ricerca della neve perduta (neppure con lo sci possiamo consolarci), attendiamo con ansia la Befana. Ci porterà un solo dono: un pallone da veder rotolare sui campi di una misera Italia che ha smarrito perfino il buon senso. Qualcuno della mia età ricorda fredde domeniche a cavallo tra Natale e Capodanno allo stadio, con una fetta di panettone in mano ed un torrone in tasca. Così, per festeggiare insieme a ventidue. Le palle, di questi tempi, oltre a raccoglierle provenienti dai Palazzi del Potere, le vediamo malinconicamente soltanto appese all’albero.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Calcio inglese. Leeds-Derby, Cellino furioso “caccia” le telecamere di Sky

cellino(Barbadilloit) – Massimo Cellino ha litigato con Sky. È una storia che si intreccia tra Florida e Yorkshire, in cui troneggia la figura dell’ex presidente del Cagliari che ha deciso di chiudere i cancelli dell’Elland Road alla troupe della rete televisiva proprio nel giorno dei giorni, quello in cui il “suo” Leeds affronterà il Derby County nel derby (appunto…) più acceso della Championship inglese.

Il braccio di ferro, pare, lo vincerà Sky dato che in soccorso della televisione è subito intervenuta la pletora di organismi politici del calcio d’oltremanica che hanno diffidato Cellino a lasciar fuori i cameraman per la partita delle partite. Se lo farà, il Leeds subirà tutte le sanzioni del caso. Del resto non è una novità che – a tutte le latitudini – appena gli tocchi i soldi, subito presidenti federali e associazioni di categoria insorgono come un sol uomo.

Massimo Cellino, però, non ha certo messo in atto la sua protesta diramando ordini direttamente dalla sua magione di Miami dove passa le vacanze estive, perchè rimpiange il pallone di una volta o per motivazioni ideali. No: Cellino, dicono da Leeds, è infuriato con Sky perchè trasmettere la partita in diretta potrebbe danneggiare i botteghini e, poi, soprattutto, il presidente è stanco delle continue programmazioni e riprogrammazioni di partite dovute alle esigenze televisive perchè danneggerebbero la squadra, i tifosi e il club.

Dopo i proclami, Cellino sembra esser tornato a più miti consigli e si dichiara pronto ad accogliere la troupe di Sky. “Seppur riluttante”.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Pagelle di Di Canio: “Ranieri icona della scuola italiana. Lo scudetto? Tra Juve-Napoli”

di-canio-da-i-voti-al-chelsea-campione-jose-mourinho-1200x630(Barbadilloit) – Paolo Di Canio, simbolo del miglior calcio italiano, allenatore e commentatore televisivo per Fox Sports, ha stilato le pagelle della Premier League e del campionato italiano in una intervista alla Gazzetta dello Sport, spaziando dalle incoerenze di Mourinho ai limiti di Wenger nel motivare il gruppo, dall’elogio dell’italianità di Ranieri al Leicester passando per gli equilibri della serie A con in pole Juve e Napoli.

L’elogio del Boxing Day

“È un altro mondo. Gli inglesi sono riusciti a coniugare tradizione e modernità. Il Boxing Day è il Natale del calcio, ma attraverso la tv e la politica degli stadi è diventato anche un business. Conosco bene lo spirito del Boxing Day per averlo provato sia da giocatore sia da allenatore, ma ogni anno è come se fosse la prima volta. Ti piazzi davanti la tv, ti esalti per una bella giocata e ti arrabbi quando vedi l’Arsenal che perde in quel modo. Wenger rischia di non vincere neppure quest’anno se non prende un difensore”.

Il flop dell’Arsenal

“Non so come abbiano preparato la partita (4-0 dal Southampton), ma stavolta l’Arsenal ha sorpreso anche me. Dopo il 2-1 sul City ero convinto che finalmente avesse trovato continuità e forza mentale, nonostante gli infortuni di calciatori importanti come Sanchez, Cazorla, Wilshere, Coquelin e Welbeck, ma poi arriva il match con il Southampton e ti cadono le braccia”.

I limiti di Wenger

“Grande insegnante di calcio, ma non carica nel modo giusto i giocatori. È come Pellegrini: in panchina non si fa mai sentire. Guardate Guardiola, Luis Enrique e Mourinho: non stanno fermi un secondo”.mou
L’incoerenza di Special One Mourinho

“Ha sempre detto che dopo il Chelsea non avrebbe mai allenato altre inglesi, ma credo che ci abbia ripensato. Questo United non è la squadra sua, ma l’orgoglio e il suo mestiere possono dare una scossa”.

L’elogio di Claudio Ranieri e del Leicester

“Una storia fantastica che mi rende orgoglioso di essere italiano. Ranieri ha dato al calcio in pieno stile inglese del Leicester le cose migliori della nostra scuola: organizzazione e tattica. È un fenomeno destinato a durare. Può arrivare tra le prime 5 e il piazzamento finale non potrà mai oscurare un girone d’andata straordinario”.

Il pronostico per la vittoria della Premier

“Il City per forza d’inerzia. La difesa fa regali di Natale, Pellegrini è molle, ma ci sono i campioni per conquistare il titolo”.

Lo scudetto in Italia


“Alla fine sarà un duello Juve-Napoli”.

I migliori tecnici italiani

“Conte, Sarri e Giampaolo, poi Allegri e Di Francesco”.

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

StorieDiCalcio. “La scelta granata”: l’amore per il Toro tra favola e psicodramma

Grande_Torino_1948-49_6(Barbadilloit) – I tifosi del Toro si si sentono differenti dagli altri e per molti versi lo sono. Non solo per una certa vocazione al fachirismo (copyright Gian Paolo Ormezzano) e per la tendenza a sentirsi, a seconda delle circostanze, degli eletti o dei dannati nel mondo del pallone. Il tifoso del Toro è abituato a un approccio totalitario con la squadra del cuore, nel senso che sono ben pochi i simpatizzanti o sostenitori tiepidi: in genere il coinvolgimento è a tutto tondo, con risultati che talvolta possono persino essere controproducenti, perché spingono all’esaltazione eccessiva o all’esagerato abbattimento.

Non è un’esclusiva della tifoseria granata, è ovvio. Ma a Torino e dintorni il cortocircuito dei sentimenti è una costante da decenni, forse dal 4 maggio del 1949, data infausta della tragedia di Superga. Inoltre il tifoso granata ha un forte senso dell’identità e dell’appartenenza, poiché spesso la fede calcistica viene tramandata di padre in figlio, da nonno a nipote, ed ha una forte connotazione territoriale radicata a Torino e nelle province piemontesi. Ma c’è un’altra figura di tifoso che raccoglie l’ammirazione incondizionata del popolo granata, ed è il tifoso a distanza.

Il Torino ha tifosi in tutta Italia, ma oggettivamente non può competere con club più grandi, vincenti e universali come quelli con le maglie a strisce (di vario colore, ma c’è sempre di mezzo il nero), con il Napoli (che ha tifosi emigrati in ogni angolo dello Stivale). Eppure esistono club nei posti più impensabili, compresa la lontanissima (da Torino) Sicilia. E quando il tifoso granata torinese o piemontese incontra il tifoso granata siciliano, lucano, romagnolo o abruzzese, ha sempre l’impressione di trovarsi dinanzi a un’eroica sentinella posta a difesa di un lontano avamposto in terra nemica. Un fratello che soffre ancor di più il “fachirismo” di tifare per una squadra che vince poco o niente, che si sobbarca lunghe e faticose trasferte per vedere giocare i propri beniamini, che deve combattere quotidianamente (e in solitudine) contro la marea montante degli strisciati milionari nel proprio luogo di residenza.scelta
Ecco, è a questi tifosi che il giornalista toscano Alessandro Tabarrani dedica il suo La scelta granata, pubblicato da Eclettica Edizioni (12 euro), che ha un esplicito sottotitolo: «Il tifoso del Toro: psicodramma di un amore». Tabarrani è nato a Viareggio nel 1976, l’anno dell’ultimo scudetto, e nel suo volume racconta appunto sentimenti e frustrazioni del tifoso a distanza in una terra di confine non così lontana da Torino, dove sono attivi da molti decenni i Toro Club Apuania e Versilia, Pontremoli e Golfo dei Poeti di La Spezia.

Una terra che fra l’altro negli anni Ottanta e Novanta ha dato al Toro alcuni giocatori importanti: Fabrizio Lorieri, Giovanni Francini, Roberto Mussi e Dante Bertoneri, forse il più talentuoso e maledetto tra i “figli del Filadelfia”, che purtroppo si è bruciato in fretta anche per ragioni extracalcistiche.

In La scelta granata Tabarrani lancia un messaggio un po’ autobiografico e un po’ provocatorio: ora che ha ritrovato una certa stabilità in serie A la tifoseria granata deve abbandonare la mentalità quasi provinciale che ha dovuto assumere nei quasi vent’anni di attraversamento del deserto, quando i campionati di B sono stati più numerosi di quelli in massima serie. «Non dobbiamo dimenticare – dice l’autore – di essere custodi di una storia unica da difendere a ogni costo. E neppure dimenticare le radici di una scelta come quella di essere granata».

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

StorieDiCalcio. Più forte dei colonnelli, più forte dell’oro: il San Lorenzo finalmente torna a casa

san-lorenzo(Barbadilloit) – Ci sono alcuni luoghi che sono magici, simbolici. Tengono legati a sè storie, personaggi, comunità intere. Fanno di ciò che è ordinario, un fatto e di ciò che è straordinario una leggenda. Scenario è parola che poco può accompagnarsi all’ultima storia che arriva dall’Argentina: la parola giusta è proprio luogo, con tutti gli annessi e connessi, che la saggezza religiosa degli antenati (nemmeno scalfita dai fraintendimenti dei pazzi d’oggi) ha scolpito in pochi, tremendi, fonemi: Terribilis est locus iste.

Terribile, è la storia ma lieto – per fortuna – il finale. Che dimostra una sostanziale verità, che possiamo estorcere agli insegnamenti evangelici: non di solo pane vive l’uomo. E, per questo, sia ringraziato il Cielo.

Tutti questi riferimenti che rimandano al messaggio del Cristo non possono essere casuali. Perchè parliamo di una squadra di calcio che ha ottenuto indietro il “suo” rettangolo magico e il suo primo tifoso, del Cristo, sarebbe il Vicario in terra. Il San Lorenzo, dopo una battaglia lunga quasi quanto la giovinezza d’un uomo avventuroso, sta per ricomprarsi il terreno dove sorgeva il glorioso Viejo Gasometro. Los Cuervos stanno tornando a casa, al barrio Boedo.

La storia nasce squallida, come troppe altre, incrocia la sua origine con l’arroganza di chi è salito al potere (non importa come) e saldamente vuol mantenerlo. E se capita lucrarci un po’ su. Nel 1979 il regime dei colonnelli di Videla espropria la squadra dello stadio. Dà quattro spiccioli a quei morti di fame che pazziavano a pallone e nel 1983 provvede alla demolizione. Poi gira il terreno alla multinazionale del commercio al dettaglio, alla Carrefour. I francesi però, come riporta il giornalista del Sole 24 Ore Marco Bellinazzo nel suo libro “Goal Economy”, vengono un po’ turlupinati dai militari che per quel terreno chiedono a un prezzo otto volte maggiore del valore reale.
La situazione sembrava cristallizzata così, negli anni. Il San Lorenzo s’è dovuto costruire un altro stadio, il Nuevo Gasometro. Ma era già nel nome che si sentiva quanto lo scippo del ’79 è rimasto dentro a chi condivide con Papa Francesco la fede calcistica.

Fino a che s’è sbloccato qualcosa. Prima la revisione dell’operato economico e politico del regime militare, poi la legge di Restitucion Historica, voluta nel 2012 dalla presidente Christina Fernandez Kirchner, ha concesso al club la possibilità di poter intavolare un negoziato con Carrefour per la riacquisizione — dopo quasi quarant’anni – del “suo” terribilis locus.

E quasi stava per saltare tutto. Perchè Carrefour aveva affidato ai suoi analisti la questione, lasciare o no il sancta sanctorum di Boedo? La dirigenza della multinazionale stava già cominciando a prendere tempo, accampando dilazioni, cercando ritardi. Poi la società ha chiamato a raccolta i soci, i tifosi, i simpatizzanti e ha portato in piazza l’anima Ciclòn. La vittoria, a un passo, non poteva sfuggire.

L’accordo è fatto sulla base di una stretta di mano da 150 milioni di pesos, per intendersi 10,6 milioni di euro.

Le date, insieme ai luoghi, forgiano il destino di una comunità. Era il 23 dicembre 2015, alle ore 14.41, e il San Lorenzo tornò finalmente a casa.

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

L’Indio Camoranesi torna in campo: sarà allenatore del Tigre in Argentina

camoranesi(Barbadilloit) – L’Indio torna a calcare il campo ma lo farà dalla plancia di comando della panchina: Mauro German Camoranesi, l’indimenticabile Barbiere nazionale al tempo di Germania 06, si accomoda su quella del Tigre, storicissimo club nato nel 1902 sulle sponde del lungofiume dell’omonima meta turistica della provincia di Buenos Aires. Accordo per diciotto mesi, un anno e mezzo, annunciato – come da consolidata prassi postmoderna – su Twitter dal profilo ufficiale del club rossoblù.

Camoranesi se n’era andato tempo fa dall’Italia e come tanti prima e dopo di lui (vedi Tevez), aveva rivolto la prua verso Ovest, lì dove vanno a finire gli eroi della pedata. Con il Racing ha giocato fino al febbraio dello scorso anno poi ha deciso che era giusto posare gli scarpini chiodati. Se n’è andato in Messico, nella tumultuosa serie B centramericana dove è rimasto in sella al Coras de Tepic fino a trenta minuti prima del calcio d’inizio della sfida con il Chivas, in Coppa nazionale.

Non reggeva la pressione, dissero. E, forse proprio per clamoroso contrappasso, Camoranesi ora allenerà il Tigre che gioca nella massima serie d’Argentina e cioè, vale a dire, nel campionato più “popolare” al mondo.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Il caso. Il più bel libro sugli ultras del 2015? “L’estate più piovosa di Milano” di Spagnolo

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(Barbadilloit) – Volete leggere finalmente un libro sul mondo ultras senza retorica, senza pregiudiziale criminalizzazione, senza finta morale borghese? Volete provare l’ebbrezza di una giornata di gioia o di rabbia da tifosi autentici, a Bari come a Roma, a Torino come a Palermo? Allora dovete correre in libreria a prendere “L’estate più piovosa di Milano”, del giornalista della Gazzetta dello Sport, Pierluigi Spagnolo, già autore di un essenziale saggio sull’indipendentismo irlandese (“Bobby Sands. Il combattente per la libertà. Una storia irlandese” per l’Arco e la Corte). Barbadillo.it offre ai suoi lettori un estratto del romanzo di Spagnolo, che racconta quattro storie del nostro tempo con realismo e un ritmo coinvolgente. Una incrocia il mondo ultras, raccontandone la generosità e la scelta orgogliosa di andare controcorrente. Sempre. (Mdf)

In quella domenica pomeriggio di metà marzo, parole pesanti come il piombo si erano liberate nell’aria leggera della primavera ormai imminente. “I-nde-gni, i-nde-gni, i-nde-gni”, scandito come un mantra. “A lavorare, andate a lavorare. A lavorare, andate a lavorare”, ritmato sulle note di Guantanamera. E poi ancora: “Vi romperemo il culo, vi romperemo il culo”, con l’allegra melodia di Quel mazzolin di fiori trasformata in una litania carica d’odio. A quel signore di mezza età, capelli grigi e occhiali neri di osso, una moglie fedele a casa a sciropparsi gli ipocriti talk show della domenica, non pareva vero di poter sfogare la rabbia così, libero per strada, in un pomeriggio di metà marzo, in mezzo ad altre centinaia di persone perfettamente uguali a lui, seppur apparentemente così differenti. Forse non sentiva nemmeno di avere addosso il peso dei suoi cinquantaquattro anni, mentre scivolava avanti e indietro sull’asfalto sbriciolato del parcheggio dello stadio “Meazza”, cercando un varco tra la folla incontrollabile, per essere tra i primi a scorgere l’arrivo del pullman della squadra.


Forse, mentre agitava il braccio come un forsennato, per scandire meglio gli slogan e dare una rappresentazione fisica a tutta la sua rabbia, Amedeo Bursi non ricordava neppure di avere un rispettabilissimo impiego all’Agenzia delle Entrate, e un ufficio che si affacciava civettuolo sui Giardini pubblici di via Palestro, e sulle modelle che ogni mattina facevano jogging tra i vialetti attorno al busto di Indro Montanelli. Non aveva tatuaggi da sfoggiare sotto la polo o la t-shirt, come quelli dei ragazzi dei gruppi ultras, né megafoni da utilizzare per amplificare la propria ira, il signor Bursi. Ma aveva scelto di diventare un corpo unico con la folla e la rabbia, con i ragazzini con la testa rasata e i capi con le basette lunghe. La sua austera e borghese incazzatura si rifletteva negli occhiali a specchio dei giovani del secondo anello, si mescolava a quella di uomini travisati da cappellini e sciarpe, si librava nell’aria assieme alla stoffa delle bandiere con i simboli dei gruppi ultras. La loro squadra di calcio, quell’accozzaglia di campioni strapagati per giocare a pallone e celebrati da tv e giornali, sempre più spesso sulle copertine delle riviste di gossip per storie di amore e corna con veline e soubrettine, il mercoledì precedente aveva perso un’altra partita, la quarta di fila, facendosi buttare fuori dalla Champions League. Settima sconfitta nelle ultime dieci gare, tra campionato e coppa. L-estate-piu-piovosa-di-MilanoEra davvero troppo, una mortificazione troppo grande da sopportare, soprattutto per quell’esercito di tifosi rimpinzati ogni giorno dalle promesse dei giocatori e dalle aspettative false dei dirigenti, amplificati dai proclami in tv e sui giornali. Un’umiliazione insopportabile, per quegli appassionati che nell’estate precedente si erano lasciati crogiolare al sole con annunci trionfalistici, alimentando i sogni e le speranze di poter lottare ancora una volta per lo scudetto, magari di arrivare fino in fondo anche nelle coppe europee. “Ora basta, ci hanno davvero rotto il cazzo. Devono correre in mezzo al campo, non passeggiare come hanno fatto finora. Devono iniziare a sudare la maglia, ad amarla come facciamo noi… Altrimenti saranno guai per tutti”. I megafoni gracchiavano parole dure, il fumo delle torce rendeva il cielo di Milano ancora più grigio, in quella domenica di marzo. Le aspettative e poi le delusioni, le false promesse e poi le sconfitte. I proclami e le umiliazioni. E così, la passione cieca dei tifosi si era subito trasformata in rabbia, e centinaia di persone avevano raccolto l’appello dei gruppi della Curva, ritrovandosi a contestare la squadra all’ombra di San Siro, in occasione della partita di campionato. Tutti nel mirino: giocatori, allenatore, società. Il tribunale del tifo aveva sentenziato: colpevoli di scarso impegno, tutti sotto accusa per non aver mostrato attaccamento ai colori, per inadeguatezza tecnica, per scelte di mercato rivelatesi balorde, per una gestione societaria di basso profilo.


Tra loro, tra il signor Bursi e Megafono, tra i tanti tifosi comuni mescolati agli ultras, tra i ragazzi della balconata e il plotone di poliziotti in assetto antisommossa, c’era anche Massimo De Palo. Era arrivato allo stadio con il suo scooter, pronto a non farsi sfuggire quell’occasione per respirare a pieni polmoni l’odore acre delle torce e dei fumogeni, per intonare canti ribelli, per urlare con le braccia al cielo, per sentirsi parte di una comunità, per inalare la passione e la rabbia. Per tornare ad essere un ultras e per sentirsi vivo. Le sirene delle Volanti rendevano l’aria elettrica e dirottavano lo sguardo dei tifosi verso il vialone che portava allo stadio, proprio da dove iniziava a intravedersi il pullman della squadra. “Eccoli là, le fighette stanno arrivando. Forza, fischiamo questi pezzi di merda!”. E subito, sul parabrezza del pullman, si era abbattuto un temporale di buuu e uova, di odio e insulti, di manate e brutte parole, di cattiveria e delusione, con il roboante effetto che produce il troppo amore quando si trasforma in rabbia.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Il regalo di un campionato senza padroni

Mancio

 

Sarà pure modesto, ma quanto è vivo il campionato. Sarà mediocre, ma quanto è interessante la Serie A. L’ultima giornata dell’anno ci consegna il torneo più equilibrato degli ultimi dieci anni.

 

(IlGiornale) – Sarà pure modesto, ma quanto è vivo il campionato. Sarà mediocre, ma quanto è interessante la Serie A.
L’ultima giornata dell’anno ci consegna il torneo più equilibrato degli ultimi dieci anni. Cinque squadre in una manciata di punti. Inter, Fiorentina, Napoli, Juventus e Roma. Il Milan sesto, staccato di quattro punti sull’ultimo posto disponibile per l’Europa.Il primo dato è che le grandi, ovvero quelle che storicamente si sono sempre giocate gli scudetti e la Champions League, sono tutte lì. Non accadeva da qualche anno ed era ciò che onestamente la critica s’aspettava. Il Sassuolo e l’Empoli stanno facendo un campionato fantastico, ma avere le sei sorelle (manca ancora la Lazio) tutte insieme è un buon segno per il calcio italiano. L’altro buon segno, per l’interesse, è che andiamo alla pausa natalizia con un livello di incertezza mai visto. E ripetiamo: sarà anche figlio del livellamento verso il basso, ma il risultato è che l’interesse generale è cresciuto. Prova ne è che per la prima volta dopo molto tempo la percentuale di riempimento degli stadi è in crescita rispetto all’anno precedente. E pure gli ascolti tv del campionato funzionano.Non c’è una morale, dietro. C’è il calcio, il che basta per restare qui ad aspettare il 6 gennaio, cioè la ripresa del campionato, perché è incerto e aperto. Quindi divertente. Al di là del tifo, che dell’interesse giustamente se ne è sempre fregato.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

StorieDiCalcio. Helsinki ’52: quando Vujadin Boskov sfidò (e vinse) Josip Stalin

boskovIl carattere delle persone non si rivela mai così chiaramente come nel gioco.

Lev Tolstoj

 

(Barbadilloit) – Intabarrato in un impermeabile chiaro, sguardo semistorto e battuta pronta in quell’italiano mezzo stentato che è tipico di chi è nato alle falde dei Balcani. Vujadin Boskov è stato il tenente Colombo del calcio italiano. Arguto, ironico, geniale: capace, indifferentemente, di vincere lo scudetto con la Sampdoria dei gemelli del gol Vialli e Mancini e di guidare l’Ascoli del presidentissimo Costantino Rozzi verso l’impossibile obiettivo di una salvezza persa già prima che arrivasse alla tana del Picchio.

Boskov è una delle icone del calcio italiano, simbolo stupendo di ciò che deve avere un allenatore per entrare nella storia del football nostrano e, quindi, nella leggenda delle mille patrie che, puntiformi, compongono il mosaico del Bel Paese.

C’è però un’altra storia da raccontare su zio Vuja. Che non sa (quasi) nessuno: quella volta che Boskov, insieme ad altri dieci ragazzotti slavi, sfidò (e vinse) Josip Stalin.

Esterno giorno, Tampere in Finlandia, stadio Ratina. Si giocano le Olimpiadi di Helsinki, anno di grazia 1952. Il mondo è uscito dal secondo conflitto mondiale e alla guerra guerreggiata s’è sostituita quella vagheggiata, sospinta, suggerita, minacciata, il gran conflitto freddo tra Usa e Urss. Mosca, dopo aver superato in scioltezza le problematiche dottrinarie in merito all’opportunità di concepire lo sport come competizione borghese tra individui, ha deciso che deve dominare i giochi olimpici organizzati in Finlandia. In tutte le discipline, sia chiaro. Il calcio, cioè il futbol’, è quello su cui si punta di più. Non foss’altro perchè le gesta di Spartak, Dinamo, Cdka e Zenit fanno strabiliare le masse popolari che si arrancano negli stadi del regime sovietico.

A Belgrado, invece, la Jugoslavia si prepara alla spedizione con la baldanza balcanica che nasconde la paura delle mille insidie politiche e sportive che l’impegno nasconde.

Il torneo finlandese era cominciato in scioltezza. La spedizione jugoslava aveva strapazzato l’esotico ardore dell’India. Dieci a uno per i biancorossoblù. In quella partita scese in campo, per la prima volta con la casacca della nazionale, il ragazzo di Novi Sad: Vuja Boskov, metronomo di centrocampo. Non ci fu troppo tempo per godersi il successo perchè il tabellone giocò col destino. La sorte si diverte, come è noto, a farsi beffe dello spirito del tempo. E dato che il regime di Belgrado aveva appena rotto con Baffone, il fato decide di mettere l’una contro l’altra le due rappresentative. Si giocherà Urss-Jugoslavia.
L’Urss c’ha uno squadrone, accreditatissimo alla vittoria finale: Vsevolod Brobov, seppur acciaccato e in là con gli anni, rimane sempre un centravanti devastante. E poi c’è l’anima della squadra (e dello Spartak Mosca), Igor Netto, uno che prima di arrendersi si sarebbe fatto ammazzare sei volte, a dispetto di tutte le leggi della scienza e della fisica. In porta, ruolo il più sacro per la narrazione del calcio in terra russa, c’è Leonid Ivanov per dimenticare il quale l’Urss ha avuto bisogno di stropicciarsi gli occhi davanti all’incarnazione per eccellenza dell’estremo difensore, Lev Jascin, il Ragno Nero. In panca c’è Boris Arkad’ev che tra la Neva e gli Urali se non è leggenda poco ci manca: è stato il modernizzatore della pedata Urss. Però non si può divertire troppo dato che subisce le ingerenze dell’allegro caravanserraglio politico al seguito della spedizione pallonara.

Gli jugoslavi non saranno la sorpresa del torneo ma non hanno nulla da invidiare ai sovietici. L’edizione del ’48, l’hanno chiusa al secondo posto dietro la Svezia dei mitologici Gre-No-Li. Bastasse, poi, solo il fatto di sapere che, loro, non hanno niente da perdere a differenza dei colleghi Cccp, tormentati di notte e di giorno da quell’incubo chiamato Siberia. Hanno estro e fantasia, ottimi calciatori e un gioco discreto. L’ossatura della Stella Rossa di Belgrado con i pregevoli intarsi di Partizan, Dinamo e una gemma fiorita nella provincia profonda, a Novi Sad. Già, Vujadin Boskov è la stella della periferia del calcio jugoslavo. Un miracolo, per uno che gioca dove non si può vincere mai, essersi ritagliato un posto fisso nella nazionale balcanica. Forti, si diceva. Sono, però, incostanti. Da qui saranno messi a coltura i germi che faranno degli jugoslavi i “brasiliani d’Europa”. Nel bene e (soprattutto) nel male.urss-jugoslavia-52

Sarà partita secca, chi vince va avanti e potrà ambire a sfidare la Squadra d’Oro, l’Ungheria di Puskas e compagnia calciante.
È il 20 luglio 1952, alle 19, ora locale, il fischio d’inizio lanciato nell’aria tesissima dall’arbitro inglese Arthur Edward Ellis (una specie di celebrità tra le giacchette nere del calcio dei pionieri, fu guardalinee a Rio de Janeiro nel giorno dei giorni, quelli del Maracanazo) dà inizio alle ostilità. L’Urss si getta, lancia in resta, all’assalto della porta slava, difesa da Vladimir Beara, il grande portiere croato che gli dei del calcio strapparono alle muse della danza classica cui era destinato. Gli slavi reggono bene l’urto e rintuzzano i sovietici, al 29’ segna Ratko Mitic, Zvezdine Zvede, la stella della Stella Rossa di Belgrado. Raddoppia Tihomir Ognjianovic, centrocampista di Subotica. E quindi arriva il turno di Branko Zebec, mediano bandiera dei becchini del Partizan. Al primo tempo, l’Urss è già sotto di tre reti a zero. Ci si potrebbe rilassare non fosse per il redivivo Brebov che accorcia le distanze al 53esimo dopo il quarto gol, firmato ancora dall’altra bandiera grobari, Stiepan Bobek (al 46esimo). Alla rete sovietica replica, ancora, Zebec e fissa il punteggio sul 5-1 al 57esimo. Adesso ci si può rilassare.

E nemmeno, perchè Bebrov è entrato in palla, Netto ha preso in mano le redini del destino suo e dei compagni, i sovietici macinano gioco con la forza della disperazione e il carro armato al centro dell’attacco russo ne fa altri due a distanza di dieci minuti, al 77esimo e all’87esimo. Prima di lui era stato Vassilij Trofimov a bucare la porta di Beara. È 5-4 quando, a un minutino dalla fine, è il vecchio Aleksandr Petrov, labaro della squadra dell’esercito Cdka-Cska, a impattare. Cinque a cinque, i supplementari si trascinano vani e vuoti. Il diavolo non ha ancora inventato la roulette dei rigori e, perciò, tocca rigiocare. Ci si vede tra due giorni, stesso posto stessa ora.

Esterno giorno, 22 luglio 1952, ore 19. Di nuovo Ellis (che non sa ancora che dirigerà due finali mondiali e la prima supersfida finale di Coppa dei Campioni) a dirigere la sfida che sarà seguita, con ansia, da Stalin, Berija e i loro tirapiedi.

I sovietici vengono da una prova d’orgoglio senza precedenti. Però Arkad’ev è stato costretto a sottostare ai ridicoli desiderata della dirigenza. I funzionari Urss hanno preteso che i calciatori affrontassero una doppia seduta d’allenamento prima della sfida decisiva. E poi hanno deciso chi doveva scendere in campo e chi no, indicando al mister di schierare Avtandil Cukaseli (georgiano del Dinamo Tbilisi che si dicesse fosse il cocco degli amici del Pcus e che, dicono, non parlasse nemmeno russo) al posto del navigato Marjutin, onestissimo veterano dello Spartak.

Gli jugoslavi sono sereni e motivati. Sanno dell’importanza geopolitica della sfida e sono perfettamente a conoscenza del fatto di essere gli alfieri dell’orgoglio nazionale giunto, persino, a sfidare il piccolo padre (tremendo) Stalin. Decisi a giocarsela, scendono in campo determinati a vincere. E, cosa fondamentale, non cambiano nemmeno una pedina dell’undici da mandare sul rettangolo spelacchiato del Ratina Stadium di Tampere.

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La partita si mette subito in discesa per l’Urss. Bobrov raschia il fondo del barile delle sue energie e trae quel poco di forza che serve a piazzarla, da oltre venti metri, alle spalle di Beara. Sesto minuto di gioco, i russi sono in vantaggio. Però il talento e la forza d’animo hanno la meglio sulla stanchezza, fisica e nervosa, dei ragazzi di Arkad’ev che si chiudono a difesa dell’esiguo vantaggio. I balcanici ballano e fanno ballare la difesa sovietica. Al 19esimo è Mitic a impattare su preciso assist di Zebec. Poi la confusione induce il difensore Anatolij Basaskin a toccarla con le mani, spingendo l’arbitro Ellis a fischiare il rigore che Brobek insacca. Il primo tempo non è ancora finito e la Jugoslavia ha già chiuso la pratica. Al 54esimo, il sigillo finale che porta la firma del capitano Zlatko Cajkovski: sottrae la palla a un avversario e avanza verso la porta di Ivanov, ma non c’è nessuno che abbia più un sol grammo di forza per contrastarlo. Finisce tre a uno. Con l’artigliera di Karlovac che spara a salve, nel cielo balcanico di Jugoslavia, per celebrare la vittoria delle vittorie.
I giochi olimpici andranno avanti. E li vincerà una squadra la più forte del tempo. Una compagine rivestita tutta d’oro e talento, l’Ungheria del colonnello Puskas e dei legionari della Aranycsapat. E fu proprio contro l’armata magiara s’infranse il sogno olimpico di Boskov e dei suoi fratelli. Due reti a zero, valigia pronta e ritorno a casa. Da vincitori, nonostante tutto.

Un trionfo di cui Vuja Boskov fu protagonista, alla sua prima esperienza internazionale fuori dall’amatissima Novi Sad. Un trionfo di cui parlerà tantissimo, in famiglia. Nel 1952 non sapeva ancora che avrebbe cambiato il modo di fare, dire e vedere calcio in Europa. Non poteva sapere che avrebbe litigato con il maresciallo Tito nè che avrebbe vestito, da calciatore prima e allenatore dei miracoli poi, la casacca della Sampdoria. Nè poteva sapere che, per primo e da commissario tecnico, strapperà un titolo di Jugoslavia alle armate di Belgrado e Zagabria portando, finalmente, Novi Sad fuori dalla dimensione periferica del pallone balcanico.

Una storia, quella di Helsinki, che si mischia, interseca in mille altre facendo di Vujadin Boskov il mosaico di calcio, vita e umanità che l’Italia ha amato sul serio.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Il Guerin Sportivo e quel calcio che ci fece perdere la testa

1 DKURGu5t2vBibL0tNCt1XQNon è uno stadio, ma è come se contenesse tutti i campi e i gradoni del mondo. Non è neppure una squadra, anche se in oltre un secolo di vita ne ha raccontato di tutti i colori. Un groundhopper cresciuto con il suo mito non può non rendergli il giusto tributo.
Il Guerin Sportivo è nato nel 1912, e per me è un po’ come se a festeggiare i 103 anni fosse uno di casa, un familiare o un amico carissimo, e non il periodico sportivo più antico del mondo.
Del suo lungo percorso ho seguito giusto un tratto che corrisponde a un quarto di secolo, e dunque appena un quarto della sua storia. Eppure sembra una vita e — per quanto mi riguarda — di fatto lo è.1 HGSjWFRNIQuMge8LCTet6Q

Sono salito a bordo nel 1978, prezzo lire 700, le imprese di Paolo Rossi a Vicenza e la marcia di avvicinamento ai Mondiali in Argentina.
Ricordo poi l’edizione dopo la vittoria degli Azzurri in Spagna nel 1982, quando il Guerin Sportivo — Italo Cucci in testa — potè dirsi l’unico ad aver sempre creduto nelle scelte di Berazot.
Poi ancora la copertina del 1987 con un fotomontaggio di Bernd Schuster con la maglia della Juve, che in realtà il tedesco non indosserà mai. Da lì in poi ho viaggiato in prima classe alla scoperta di un calcio che oggi, sembra pura mitologia e non qualcosa che si poteva vedere, toccare, gustare. E anche sfogliare, grazie al Guerino.

Mi ha fatto entrare al Maracanà anche se non ci sono mai stato, mi ha portato a Wembley molto prima che riuscissi a metterci piede. Mi ha fatto scoprire fantastiche storie di giocatori e squadre di cui altrimenti non avrei mai sentito parlare. Dove, se no, sarebbe stato possibile leggere i racconti delle imprese di Kenny Dalglish, mito del Liverpool, o scoprire in anticipo che faccia aveva e da dove veniva Mika Altoonen, il “colpo” dell’Inter, o più semplicemente un bidone che poi avrebbe giocato appena tre partite, ma con la maglia del Bologna?
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Strepitoso nella cura della nostra serie A, letteralmente unico per quanto riguarda i campionati esteri, il Guerino mi ha condotto anche in affascinanti viaggi alla scoperta del calcio estero (come quello maltese, che mi ha sempre affascinato) e italiano minore e degli altri sport. Affascinanti e quasi esotici, come mi appaiono oggi le immagini dello stadio “Celeste” di Messina, dell’ “Appiani” di Padova o del “Mirabello” di Reggio Emilia. Sempre e ovunque stadi strapieni di tifosi, in serie A come in C. Per non parlare della meravigliosa serie B di allora.
E’ di certo grazie a certe reminiscenze adolescenziali assorbite dal Guerino che ho vinto una folle scommessa su quali fossero i terreni in terra battuta della serie C di metà anni Ottanta. Dove altro potevo aver visto una foto del campo dell’Akragas, del Campania Puteolana o del Licata? Oggi basta pestare un po’ i tasti sulla pagina di Google. Negli anni Ottanta e Novanta l’unica possibilità di affacciarsi su quel mondo (insieme a trasmissioni televisive cult come “C siamo”, con nella sigla il fantastico intro di Don Raffaè, e all’album Panini) veniva data dal Guerino.

Sempre per rimanere sul personale, ricordo la difficoltosa raccolta settimanale delle monete per arrivare alla cifra necessaria per comprarlo, il passaggio in edicola del mercoledì, leggevo tutto, dalla prima all’ultima riga, con una curiosità e una fame di conoscenza persino preoccupanti.
E nelle pagine dedicate alla serie C sezionavo il testo parola per parola alla ricerca di qualsiasi riferimento all’Alessandria, la mia squadra del cuore.1 I5fH2nnFxUI-CgYOLdPr8A
Oltre cento anni sono un’infinità, sono storia e leggenda. Oggi il modo di fare informazione è cambiato, il calcio è irriconoscibile e le tribune sono quasi sempre deserte. Il fondo di molti campi è sintetico e non profuma di erbetta ma neppure di polvere. Anche il Guerin Sportivo è cambiato: da settimanale è diventato mensile, la testata è diventata GS e il Film del campionato si è trasferito sul web. L’ho tradito per qualche tempo, lo confesso, ma i saggi storici sono un’altra passione difficile da arginare.

Eppure, mentre leggo le sue pagine scritte oggi, riesco ancora a sentire il profumo di quel calcio così meraviglioso e lontano.1 HMRUi8HWM0ei4QOuooE8vQ
Le collezioni del Guerino, lo so anche da altri lettori accaniti, resistono quasi sempre ai tempi e ai traslochi, agli spazi ridotti e alle minacce di mamme e mogli. Anche quell’enorme armadio di Guerini e di album Panini rimasto a casa di mia madre è considerato intoccabile, e prima o poi passerò a riprendermelo.

Perché è vero che con Google bastano due colpi ai tasti, e forse prima o poi al Maracanà ci entrerò davvero.
Ma vuoi mettere la poesia di sfogliare quelle vecchie pagine e riscoprire, tanti anni dopo, quant’era affascinante il campo in terra battuta dell’Akragas, l’ “Esseneto” di Agrigento di allora?

 

Mario Bocchio