La prima fuga (o quasi) del campionato

HiguaGiornata numero 21: sei punti tra la prima e la terza, quattro tra la seconda e la terza

(Barbadilloit) – E per la prima volta il vuoto. O il quasi vuoto, almeno. Giornata numero 21: sei punti tra la prima e la terza, quattro tra la seconda e la terza.
La vittoria del Napoli a Genova contro la Sampdoria e il pareggio dell’Inter in casa col Carpi sono la A e la Z della giornata di campionato: qualcuno parla di fuga, che forse è troppo, ma è il primo distacco vero. Lo sappiamo: non siamo ai livelli degli anni scorsi, quando Juve e Roma si staccavano subito, poi la Juve abbastanza in fretta staccava anche la Roma.

Siamo però di fronte a quella che per quest’anno è una novità: la possibilità di amministrare se non il primo posto, quantomeno il piazzamento sicuro in Champions League, che al netto della gloria è ciò che davvero interessa per i destini finanziari dei club. Qualche giornata, fino agli scontri diretti. È poco, ma c’è. È poco, ma fa cambiare l’equilibrio complessivo del torneo che fino a ieri aveva avuto molti padroni e che ora comincia ad averne due, Napoli e Juve. È la selezione naturale e vale punti. La A e la Z della giornata sono anche la chiusura della polemica della settimana. Paga chi non ti aspettavi che pagasse. Quindi paga Mancini che dal post Coppa Italia era uscito con un oggettivo vantaggio psicologico e personale. I suoi l’hanno tradito: sperava di mettere pressione sul Napoli e su Sarri. Gli errori dell’Inter mettono pressione a lui.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

La polemica. Se ami Checco Zalone non puoi inorridire per lo scontro Sarri-Mancini

sarri-mancini-linsulto-omofobo-finisce-in-parlamento(Barbadilloit) – Guardare il dito – la lite Sarri vs Mancini – e ignorare la luna. Intanto, intessante è l’inversione a U del paraculismo perbenista che dall’elegia di Zalone è passato alla messa al rogo di mister Sarri. Ma c’è molto di più. L’ultimo territorio della mascolinità – rude, da bar, con regole proprie, dove quella che sembra omertà è semplice complicità che ammette l’eccesso, dove il testosterone non deve avere spiegazioni sociologiche ma liberazione che diventa una pacca sulle spalle dopo – è stato profanato: il campo di calcio. Ed è stato profanato con il tradimento di un patto non scritto; ovviamente la rottura del patto non avviene per ragioni razziali, territoriali o fisiche, ma per il tema omosessualità.1DX_9528_alta-1150x657
Partiamo da Zalone: un conservatore che diventa mito della sinistra, grazie al suo successo popolare. Un nemico che non sono riusciti ad abbattere, e quindi meglio averlo come amico. Il successo di Zalone nasce dalla sua capacità di sfidare il politicamente corretto del progressismo, dalla donna oggetto all’omosessualità, passando per il multiculturalismo e le religioni. Che piaccia al renzismo – una non cultura che sale sul carro di ogni successo – è cosa ovvia, ma che piaccia pure al mondo dei Michele Serra e dei Fabio Fazio è sì ruffianeria nei confronti del premier, ma anche un segno del cedimento di quella sinistra radical-chic che dopo Sorrentino ha dovuto aprire le porte del salotto pure al comico pugliese.

E poi, non dimentichiamolo, alle spalle di Zalone c’è Gennaro Nunziante e, altro elemento fondamentale, lo sdoganamento di Francesco De Gregori che canta con Zalone la canzone “gli uomini-sessuali”. In più, a Zalone viene ormai perdonato tutto perché ci si nasconde dietro la foglia di fico della comicità: ogni critica diventa quindi per ridere, e quindi non è più critica, depotenziata e resa innocua.

Ecco, ora arriviamo a Sarri, il compagno Sarri, il comunista Sarri, più a sinistra della minoranza dem. Quel “frocio” urlato a Mancini è un “frocio” proletario nei confronti di una fighetta metrosexual borghese del nord, una forma di lotta di classe che tutti vogliono far finta non esista più. Quel “frocio” non è altro che la prosecuzione culturale di “bottana industriale” urlato contro la padrona Melato, o l’immaginario operaio della sessualità di Mammut del premio Strega Antonio Pennacchi. Ma è un mondo che non esiste più, ossessionato dalla cancellazione di ogni violenza – anche verbale – dalla politica fino a ogni aspetto della società. Perciò capiamo che Colonia non ci ha insegnato nulla, cancelliamo il maschio occidentale e facciamo finta che non abbia già ceduto al maschio arabo, vitale e impossibile da affrontare con il metro della codardia.
Inoltre, altro elemento dell’indignazione nei confronti di Sarri è il razzismo latente – nemmeno tanto – nei confronti dei napoletani, i più terrori dei terroni. Il vero nemico della cultura nordista, capro espiatorio di ogni male italico.

Quindi, non c’entra nulla l’omofobia, ma qui troviamo forse il cuore del dibattito sulle unioni civili, che supera il diritto legittimo di avere nuovi diritti, ma che arriva a una battaglia culturale che puzza di censura. Quella sì, violenta.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Il caso. Perché Mancini (che ci marcia su finocchi e vere discriminazioni) fa vergogna

1493722_0160120_114453_mancini_sarri.jpg.pagespeed.ce_.JggeNwX8TJ(Barbadilloit) – Poi arriva Roberto Mancini, bianco in faccia, labbra tremanti, la faccia non intonata al foulard, e scarica la sua accusa, racconta le offese ricevute, e diventa un paladino dell’Occidente politically correct, fuori dal campo. Inverte le parti, il suo essere conservatore nei moduli di gioco e avanguardia senza pallone, con i microfoni, ma è un bluff. Appare come un Giordano Bruno del calcio, trascina dalla sua parte giornalisti senza macchia né paura, fedeli al perbenismo interessato. Ma è una manovra sterile, una parata plastica su un tiro non insidioso. «Tuttosport» sposta l’asse della solidarietà da Parigi a Torino approfittando per farci il titolo – «Siamo tutti Mancini» – che però ricorda quelli del settimanale «Cuore» di Michele Serra (al ribasso, manca l’ironia).

Solidarietà pelosa senza nessun impegno o campagna reale contro la vera omofobia. Avesse usato Sarri – e la sua offesa – per chiedere quei diritti che mancano agli omosessuali in questo paese da sempre, sarebbe stato davvero un gran colpo. Ad analizzare Mancini – col beneficio della tensione – salta fuori che parla di razzismo confondendolo con l’omofobia (forse per estensione hitleriana), e che decide anche la pena rispetto alle scuse di Sarri: «non deve allenare più». È una storia di errori, maldestri e mancini. Errori che toccano tabù e mischiandosi diventano altro fino a pesare più del dovuto. Ma le offese di Sarri a Mancini ci dicono molte cose sul calcio italiano.

Tutte spiacevoli, perché, a dispetto di quello che pensano i tifosi delle due parti, non vince nessuno, e Sarri perde di più. E uno si chiede: Mancini è sempre stato così? Pronto a stemperare l’insulto, veloce a contestualizzare e rilanciare, ma allora bisogna farne un esempio, per scardinare il chiuso arretrato mondo del calcio, e invece si scopre che, come nel “Vigile” di Zampa, nella contrapposizione Sordi-De Sica, Mancini c’ha famiglia e prima c’ha precedenti, e quando si tratta della sua: i torti sono un po’ meno torti, le offese sono un po’ meno offese, e la pena? Neanche a parlarne.

L’altro Mancini, quello che comprendeva gli “eccessi”

Quando il suo Mihajlovic dava del «bastardo negro» e della «scimmia di merda» a Vieira in Lazio-Arsenal, Mancini usciva dai panni di Giordano Bruno, dichiarando: «Nel corso di una partita, l’agonismo esasperato può portare a momenti di tensione e di grande nervosismo. Credo che anche qualche insulto ci possa stare. L’importante è che tutto finisca lì». E davanti allo striscione di San Siro “Napoli fogna d’Italia”: «Era solo uno sfottò, come ce ne sono ogni domenica su tutti i campi. Non è stato bello leggere certe scritte, ma non si è trattato di una cosa così grave». Con Sarri diventa un correttore automatico di offese (uscite fuori corso).

E, uno pensa, però, deve aver capito dopo anni di campi italiani e di offese, è cambiato, nel periodo inglese, ha scoperto come comportarsi, come agire, e soprattutto come usare al meglio le parole. Può essere. Oppure uno pensa: Mancini andrebbe studiato per come è capace di ribaltare le situazioni, e mostrarsi per quello che non è: un eroe. Come nel caso sollevato a Hollywood da Spike Lee che vorrebbe quote di attori neri nei film e nell’elenco degli Oscar; Roberto Mancini solleva – senza lo stesso retroterra culturale del regista americano – un problema omofobo (anche se lo chiama razzismo) nel calcio italiano, indicando in Sarri il pericoloso virus (venendo dai bassifondi delle classifiche e non dalla Premier League).

Nei due casi è il mercato che decide sopra le teste degli insorti. Entrambi sguazzano in un sistema, ne sono figli e recitano una parte, ad entrambi quel sistema conviene. Poi quel sistema in Italia è sempre commedia. Mancini ne è il prodotto, da calciatore era in continua polemica con arbitri e allenatori – diede del coglione a Bersellini nello spogliatoio e in un libro anni dopo, che lo querelò – e un suo gesto (nessuno se lo ricorda?) contro i giornalisti, gli costò la Nazionale. Insomma non è mai stato Alex Langer. E arrivò in panchina senza trafila, direttamente in serie A (con salto da Lazio a Fiorentina su dispensa di Geronzi).

È il Gassman (Gianni) di “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola, quello che confonde e scavalca, e Sarri, invece, il Manfredi (Antonio) del «se semo stufati de esse bboni». Il problema è che al calcio e all’Italia manca la misura del gioco, le partite assumono missioni che stanno sopra la loro portata e fuori dall’orizzonte culturale di chi le apparecchia e disputa. E negli stadi – unico luogo del conflitto – si risolvono tutte le questioni che fuori vengono rimandate. Ma ci vorrebbe Christopher Hitchens per spiegargli come fece con Norman Mailer, il suo paradosso, e per dare a Sarri – non una ripulita perbenista – una ripassata linguistica (ma lo legge davvero Bukowski? E perché non lo usa, allora? Leggesse anche Roberto De Simone) se davvero vuole stare nel calcio che conta (in questa situazione si sono visti tutti i deficit societari delaurentiisiani). Per essere politicamente scorretti come per non esserlo, ci vuole cultura (nel secondo caso è richiesta meno dialettica): il politically incorrect di Sarri è conformismo (lo sport italiano ne è pieno, vero Tavecchio?), e l’anticonformismo di Mancini è solo opportunità (la cultura italiana trabocca di opportunisti). Il risultato è una sconfitta per entrambi e per l’intero mondo del calcio. Sarri e Mancini sono due maschere italiane: la modernità di pensiero (e di offesa) che manca, e l’opportunismo che abbonda e accarezza il pelo del politicamente corretto, solo quando il verso gli appartiene. (da Il Mattino)

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

La grande impresa dell’Alessandria che restituisce il fascino perduto alla Coppa Italia

alessandria-gazzetta(Barbadilloit) – La straordinaria impresa dell’Alessandria restituisce un senso al torneo più snobbato degli ultimi anni, la Coppa Italia. I grigi piemontesi, che veleggiano nelle zone alte del girone settentrionale di quella che fu la Serie C1, battendo lo Spezia, si son guadagnati un posto in semifinale. Affronteranno il Milan di Sinisa Mihajlovic in una sfida che, nonostante tutto, si annuncia affascinante proprio perchè metterà a confronto due diverse nobiltà del pallone, quella del “club più titolato al mondo” e quella “decaduta” dei pionieri del football.

Impresa, quella dei grigi, che è ancor più eccezionale perchè maturata – per di più – in rimonta. L’eroe della serata piemontese si è alzato dalla panchina e ha segnato due volte, in circa venti minuti di partita. Riccardo Bocalon, ex promessa della primavera dell’Inter, ha riscattato le speranze che parevano ormai perdute guadagnando per sè e per la squadra il diritto di esibirsi a San Siro, quella che – fino a qualche anno fa – era baldanzosamente classificata quale la Scala del Calcio.
La vittoria dei piemontesi restituisce fascino alla Coppa Italia che, da qualche decennio, è ormai completamente invisibile. Forse per questo gli scienziati di Lega e Federazione hanno cercato di costruire formule sempre più diverse per tentare di restituire un senso al trofeo nazionale. Senza pensare, però che è unicamente la possibilità di garantire uno scontro (quasi ad armi pari) tra grandissime e piccole, tra multinazionali e botteghe artigiane, tra brand e scudetti, tra squadroni e compagini di paese a costituire ciò che è tutt’oggi il modello inarrivato della Fa Cup.

https://www.youtube.com/watch?v=Mc6U4GI2OY0

Grazie all’Alessandria di mister Angelo Gregucci (uno che in Inghilterra c’è stato, nello staff del Mancio al City e che si definisce “ricercatore del calcio”) la Coppa Italia si riprende lo charme che ormai, tra turnover e stadi vuotissimi, aveva perduto.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Neanche Dybala immagina quanto sia forte

DybalaCorre, gioca, segna. Piccolo, diceva qualcuno. Ma si sente che c’è, ogni volta

 

(Il Giornale) – Dybala. Forte quanto forse neanche lui stesso immaginasse. È individualmente secondo solo a Higuain.
Per prestazioni e per incidenza nelle partite. Corre, gioca, segna. Piccolo, diceva qualcuno. Ma si sente che c’è, ogni volta: 11 gol in campionato (19 presenze), gli ultimi 5 fatti nelle 10 vittorie consecutive che hanno portato la Juve da 14ª a seconda in classifica.

Segna una partita sì una no, che non è la media di Higuain, ma resta tantissimo. Ieri a Udine quando è uscito l’ha applaudito lo stadio intero. Avversari compresi. Significa molto, a cominciare dal fatto che i 40 milioni spesi dalla Juve restano un grande investimento. A 22 anni uno così ha margini per valere il doppio. Coppe comprese, i gol stagionali sono 13, soglia fondamentale per chi volesse paragonarlo a Tevez.

Dybala, a oggi, vince il confronto con l’ex numero 10 della Juve, che al suo primo anno in Italia in questo momento della stagione aveva segnato 12 gol. Il paragone non si può fare? Giusto. Ma non si poteva fare neanche prima, quando la critica aveva definito un errore sostituire la certezza Tevez con l’incertezza Dybala. Il quale oggi è ancora all’inizio di qualcosa. Qualcosa di potenzialmente enorme.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

StorieDiCalcio. Higuain, nove verticale

Higua(Barbadilloit) – Higuain il doppio, adesso finalmente conosce se stesso. Dopo essere nato in Francia è cresciuto in Argentina; dopo aver giocato dietro le punte da ragazzo è diventato quell’autentico numero nove che macina gol, smentendo “illusioni, copiature e sbornie ideologiche sul falso nueve”, come ha scritto Gianni Mura; dopo aver deluso gli insaziabili del Real Madrid che gli preferivano Benzema e illuso gli altrettanto insaziabili argentini in Coppa America, ora ha trovato il suo centro di gravità permanente: in cima alla classifica dei marcatori con 18 gol in 19 partite di campionato, solo Aubameyang, del Borussia Dortmund ha fatto uguale.

Il giovane Higuain

Il primo ad accorgersi di lui fu suo padre Jorge, un difensore di molte squadre, dal San Lorenzo al Boca Juniors fino al River Plate passando per Brest, in Francia, dove nacque Gonzalo. Ma a leggere le interviste sembra che la madre Nancy Zacarías, pittrice, stia dietro le sue visioni di gioco, altro binario che ci lascia immaginare Higuain come il “Mr. Nobody” di Jaco Van Dormael: tante vite, tante posizioni in campo, tante città, che sembrano essersi riunite nel momento del calcio di rigore contro il Frosinone. Un calciatore in transito, che prima si disperde e poi si ritrova, che è chiamato più di altri a scelte e scommesse, ma che poi scopre la sua natura, a Napoli. Possiamo vederlo ragazzino nel cortile di casa con il padre e il fratello, poi nei baby del club Palermo, su un campo ristretto e coperto dove giocava il Futbol sala (una sorta di calcio a cinque che gli permetteva di confondere i ruoli) prima di passare al vero calcio, con negli occhi il suo battesimo: «nel 1992, avevo cinque anni, mio padre vinse il campionato col il River e mi portò in campo con lui, da allora non mi sono più staccato». Si smarca dal mirino di una meningite fulminante – su tackle di sua madre – e dalla conseguenze di avere difficoltà nei movimenti. Il resto è adolescenza River Plate (che è casa sua, dove a volte giocava anche col dieci, e dove tornerà come Tevez  al Boca), qualche gol e la ricerca del giusto ruolo ascoltando Daniel Passarella.

 

Al Real

Per capire cosa immaginava e come si vedeva allora, basta leggere la sua prima intervista da neo acquisto del Real Madrid – scelto da Fabio Capello – a El Pais, dove elencava i suoi esempi calcistici: Ortega, Gallardo, Salas e Francescoli, tutti passati per il River, e con il solo Salas vero attaccante. Si vive smarrendo ma tutto si ritrova, verrebbe da dire con l’ala destra Bruce Springsteen. Più avanti dirà d’inseguire la carriera di Raul e Van Nistelrooy, muovendosi a grandi passi verso la sua vera natura. Ci fosse da scrivere la sua biografia, potrebbe chiamarla “Nove Verticale”, per come si è mosso in avanti e per come ha alzato la testa verso la porta, in un dinamismo che ora schianta avversari e regala gol al Napoli. In mezzo a questo transito c’è Raymond Domenech che complice l’oroscopo o meno, lo vede giocare al River Plate e cerca di portarlo nella sua Francia, senza riuscirci. Higuain si invola sulla sinistra di Buenos Aires, risale l’oceano fino a Madrid, dove viene confuso da Schuster: per lui non è un centravanti, valorizzato da Pellegrini, non visto da Mourinho, poi corteggiato da Benitez e Wenger: il Napoli e l’Arsenal, due mondi.

La favola Napoli e il feeling con Sarri

Sceglie il Napoli, invece del club inglese, e ora – chissà – ci sarebbero un mucchio di articoli di Nick Hornby su di lui, delle canzoni con rime migliori ma nessuna possibilità di essere l’eletto. Anche perché il Morpheus che lo ha portato ad essere l’eletto si chiama Maurizio Sarri, trasformando nell’uomo dal tocco in più, nell’attaccante che svetta nel campionato italiano e portandolo ad essere tra i migliori del calcio internazionale. È Sarri che lo toglie dalla condizione di doppio: un calciatore ancora troppo indolente, che sa per istinto che è grande ma lavora poco per consolidare quella condizione. Che entra ed esce dal suo vero ruolo senza trovare se stesso. È Sarri che ha sciolto la sua solennità – che diveniva una isterica dittatura di smorfie e urla appena girava male – in una pragmatica continuità di tiri e gol, ha portato la sua lentezza da treno a vapore con corredo di sbuffi e fermate nelle stazioni sbagliate, in un treno ad alta velocità che non si ferma mai. E ora in modo diverso Higuain può fare quello che a Napoli ci si aspettava da Lavezzi prima e Cavani poi, quello che in una semplificazione trascendentale potremmo chiamare: uccisione del padre. Dove il padre è Maradona. È una uccisione per vittorie, che libererebbe Diego e Napoli dalla nostalgia, concedendosi un presente, smettendo di girare con la testa al passato e costringendo anche i nuovi cronisti a un lavoro di riscrittura, abbandonando la circolarità maradoniana. Higuain ha questa possibilità, che non significa anteporsi a Maradona ma mettersi in scia, che non significa sovrapporsi ma continuare. Trovando se stesso, Higuain trova Napoli, e trovando Napoli trova questa missione. Metà della sua carriera è stata condotta da doppio, adesso che è Uno: può finalmente godersi la condizione e pesare nella storia del Napoli. Applicando la sua straordinaria originalità, ponendo fine all’attesa del mistero gaudioso. (Da Il Mattino)

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

 

 

La provocazione. Filologia e linguistica del tifo: a Roma solo lazialismo e romità

derby-roma-lazio-e1365684096824(Barbadilloit) – Tifo, linguistica e revisionismo. Urgono correzioni. E’ il caso della Capitale, dove le espressioni in voga per indicare i sostenitori delle compagini romane risultano inesatte. In termini letterari. Cominciamo dai biancocelesti, dal composto del suffisso –ità all’aggettivo ‘laziale’, dalla parola ‘lazialità’, coniata negli anni ’80 da Michele Plastino, poi ripresa come testata da Guido De Angelis. Ebbene, seguendo il ragionamento dell’Accademia della Crusca sui sostantivi derivati, la parola ‘lazialità’ da luogo ad un concetto originariamente astratto, aleatorio, diverso dalla concretezza tipica invece dell’–ismo, suffisso idiomatico usato per definire le ideologie del ‘900, come ad esempio è stato nei casi del ‘dadaismo’, ‘futurismo’, ‘avanguardismo’, ‘nazionalismo’ e così via.

Lo spirito pionieristico delle origini della Lazio, ultra centenario sodalizio con 116 natali appena festeggiati, non è stato un concetto astratto, tanto meno vago, bensì figlio dell’attivismo sportivo del 1900, integralmente immerso nel XX secolo. E allora? L’espressione corretta per definire l’essenza ontologica dell’anima laziale non è ‘lazialità’ (concetto astratto), bensì ‘lazialismo’ (suggestione novecentesca), come forma di pensiero e azione concreta, di pratiche polisportive calate nel retaggio culturale e nell’elaborazione dello scorso millennio.

Andiamo all’altra sponda del Tevere: anche qui c’è bisogno di una correzione, di un po’ di revisionismo letterario. Dalla fusione fascista del 1927 in poi, è in uso l’appellativo ‘romanista’ per identificare l’affezionato seguace giallorosso. E’ corretto? Se nella toponomastica della città, zona Alessandrino, un corso principale è intitolato ‘Viale dei Romanisti’, il motivo non è propriamente per rinverdire fasti e memoria dei frequentatori più fedeli dell’Olimpico, nell’altro secolo già di stanza a Campo Testaccio. Infatti basta chiedere ad uno studente di Giurisprudenza alle prime armi, alle prese magari con l’esame di Storia del Diritto Romano, per avere la risposta giusta: i ‘romanisti’ sono gli studiosi del diritto romano, dell’ordinamento giuridico durato ben 13 secolo, dalla fondazione fino a Giustiniano. Quindi, molto più propriamente, sarebbe più corretto e giusto definirli ‘romisti’, espressione peculiare ed unica per i tifosi della Roma.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

La provocazione. Se Ivan Zamorano consegna un (finto) Pallone d’Oro a Fabrizio Miccoli

Miccoli(Barbadilloit) – Lasciate perdere lo sfavillante red carpet di Zurigo, le paillettes del calcio che conta, tutto smoking e giacche nero-oro. A Lecce c’è qualcuno che ha azzardato una contro-manifestazione un po’ casareccia ma autentica della cerimonia di assegnazione del Pallone d’oro. E così, mentre Messi incassava il quinto riconoscimento e già pensava a dover fare pulizia sulle mensole per trovare spazio all’ennesimo premio, in una pizzeria leccese due ex personaggi dell’italico mondo pallonaro mettevano in scena una goliardica e autoironica premiazione: a consegnare un (finto) Pallone d’Oro a Fabrizio Miccoli, attaccante salentino da poco ritiratosi dal calcio, c’ha pensato un altro centravanti entrato di diritto nell’immaginario dei calciofili italiani (e non solo): Ivan Zamorano, bomber cileno che ha indossato la casacca dell’Inter dal 1996 al 2001.

L’iniziativa è nata quasi per caso, frutto della “follia” provocatrice degli animatori di Ollivud, un “portale semiserio”, come si autodefinisce, che punta a prendere in giro lo star system collegato al calcio e allo spettacolo sulla base al convincimento che “la realtà supera il gossip”. In poche ore il video è diventato virale sui social e ha collezionato migliaia di visualizzazioni, incassando le condivisioni di personaggi come i calciatori della Sampdoria, Eder e De Silvestri, o di giornalisti sportivi del calibro di Pierluigi Pardo e Ivan Zazzaroni. La motivazione del premio è spiegata dagli stessi “ollivudiani”, che hanno voluto premiare Miccoli «campione di questa terra, altro che Messi, CR7 e Neymar, campioni virtuali di un pianeta che nessuno ha mai visitato», per poi concludere con un monito dal sapore vintage: “Viva gli ollivudiani in carne e ossa, le figurine e tutta la vita i Miccoli. Abbasso le playstation, gli smoking della Fifa e il calcio distante che non emoziona nessuno».

 

Una provocazione, a tutti gli effetti. Soprattutto se si pensa alle recenti traversie che hanno accompagnato il ritiro dal calcio di Miccoli, con il Romario del Salento trascinato nello scandalo tra inchieste giudiziarie e scivoloni imperdonabili. Invece Zamorano, che dilettava gli interisti con quella maglia “uno più otto”, proprio pochi giorni fa è stato beccato, molto più tranquillamente, in un video in cui fa gli auguri alla sua ex squadra in vista della corsa scudetto con tanto di insulti alla rivale Juventus. Due che non sono modelli, in soldoni. Due teste calde, da peggiori bar di Caracas, mica adatti al red carpet. Dimenticatevi il baciamani di CR7 alla signora Messi, insomma. Nessuno è perfetto, sembra suggerire la goliardata del Pallone d’Oro finto, ma se scappa un ghigno alle spalle di moralisti e parrucconi, poco male.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

StorieDiCalcio. Baresi e gli altri, la leggenda di chi il Pallone d’Oro non l’ha mai vinto

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(Barbadilloit) – C’è bisogno di vincere il Pallone d’Oro per essere storia, passata-presente-futura, del pallone? No. Soprattutto adesso che la palla dorata è una sfida a due tra Messi e Cristiano Ronaldo (che noia, che barba, che barba, che noia) e il calcio è diventato un oligopolio in cui contano ricavi e pubblicità più di un assist fatto bene. Ci sono campioni, leggende, personaggi che non hanno avuto bisogno di alzare al cielo il trofeo inventato da France Football. Ne abbiamo scelti cinque, avremmo potuto sceglierne almeno cento. E chissà che, in futuro, non lo si farà. Perchè va bene tutto ma il calcio non può essere una questione tra castigliani e catalani, Nike e Adidas, shampoo contro patatine.

Ferenc Puskas

Il Colonnello Puskas è, incontrovertibilmente, uno dei più grandi che abbia mai preso a calci una palla. Attaccante purissimo, potente e intelligente. Perno dell’avanti della miticissima Honved, la squadra che insegnò calcio all’Ungheria che diventerà la Aranycsapat, la nazionale tutta d’oro che insegnò agli inglesi come si gioca a pallone. A Wembley. Una squadra irripetibile di cui Puskas era un gioiello preziosissimo. Una storia che si dovette arrendere solo al Miracolo (di politica e di doping?) della Germania Ovest nella finalissima di Berna ai mondiali del ’54. Puskas fu poi spagnolo nel Real Madrid. Il Pallone d’Oro, istituito nel 1956, lui non lo vinse mai. Ci andò vicino solo nel 1960 quando si piazzò secondo, dietro a Luisito Suarez che giocava ancora nel Barcellona prima di diventare storia dell’Inter. Gli fu dedicato uno stadio nel 2002. Lui era ancora in vita.

Franco Baresi

E con lui, tutti i difensori, i portieri (ultimo, in ordine di tempo, Gianluigi Buffon), i mediani, regolarmente snobbati dal trofeo di France Football. Franco Baresi è l’epifania più splendida del ruolo più italiano che ci sia, quello del libero. Elegante, preciso, tanto carismatico da indurre tutti i guardalinee ad alzare la bandiera quando lui, capo della linea invalicabile che componeva al Milan con Tassotti, Costacurta e Maldini, alzava il braccio a chiamare il fuorigioco. Avrebbe meritato il Pallone d’Oro solo per il sacrificio che fece negli Stati Uniti, in finale contro il Brasile dopo un infortunio gravissimo e un recupero lampo per finir a piangere, in ginocchio, a maledire tra le lacrime l’erba di Pasadena. Lo sfiorò solo nell’89, davanti a lui c’era Marco Van Basten, dietro Frank Rijkaard. Il Milan era quello degli Invincibili.


Diego Armando Maradona

Il fatto che il talento più grande che abbia calcato le arene calcistiche d’Europa non abbia mai vinto il Pallone d’Oro è dovuto all’ottusità delle regole che, fino al 1995, vietavano – rigorosissimamente – di assegnare l’ambito riconoscimento a calciatori che non fossero europei. Maradona, scugnizzo di Lanùs, era più napoletano di almeno la metà dei cittadini di Partenope ma ai giudici ciò non poteva importare. Negli anni in cui giocò ad altissimi livelli c’erano buone alternative. Tipo Platini, ma dopo i mondiali in Messico (vinti esclusivamente dal Pibe, gli altri argentini facevano colore e apparavano gli undici in campo) il Pallone d’Oro prese la via oscura di Ihor Bjelanov, zar meteora delle Russie. E poco importò se Maradona aveva costretto il telecronista uruguagio Morales a cantare, da lui ispirato, la più bella poesia scritta su un campo di calcio, quella del Barrilete Cosmico.


Eric Cantona

Chi sia Cantona non è da spiegarlo. Eric Cantona è stato tra i più grandi, figlio il più perfetto della periferia di una città affascinante esotica e misteriosa come Marsiglia. In campo faceva proprio quello che voleva, quando voleva e se lo voleva. Ha diviso lo spogliatoio, in Francia, con il signor Carlos Valderrama e monsieur Laurent Blanc. Unici, ai tempi del Montpellier, a difenderlo dalla squadra che lo voleva fuori perchè non si teneva proprio niente. Al Manchester United divenne il re. E decise di smettere quando gli venne la fregola di far l’attore.


Zlatan Ibrahimovic

E forse è un bene che non l’abbia mai vinto, magari ce lo ritrovavamo pure ambasciatore della pace. Straripante talento strappato al taekwondo, Zlatan Ibrahimovic è la maschera del calcio moderno, il mercenario senza bandiera e senz’anima che – guarda un po’ – è oggi il volto perfetto per incarnare lo spirito del Paris Saint Germain degli sceicchi. Il Pallone d’Oro non l’ha mai considerato, ricambiatissimo. Nel 2013 urlò di non aver bisogno di quel trofeo per sapere che lui, e solo lui, fosse il più grande calciatore al mondo. Una spocchia da guascone, senza dubbio. Però, francamente, di fare il riempilista a Messi e Ronaldo s’era pure stufato. E vagli a dar torto, soprattutto se sei – comunque e nonostante tutto – Zlatan.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Roma: Garcia come Allegri, colpito e affondato da Miami: torna Spalletti?

Garcia(Barbadilloit) – Miami è città funesta per gli allenatori delle squadre italiane. Rudi Garcia è l’ultima vittima degli esoneri transoceanici che, prima dei siluri di mister Pallotta, erano specialità esclusiva di un signore che, dalla Florida, lanciava missili sulla panchina sarda del Cagliari di un allora semi esordiente e promettente allenatore chiamato Massimiliano Allegri.

L’hamburger è andato storto al tecnico francese che, dopo aver messo la chiesa al centro del villaggio, s’è ritrovato in mezzo alla jacquerie dello spogliatoio, ai mugugni della società, al dispetto acceso dei tifo che – di loro – già hanno il loro bel grattacapo nella divisione istituzionale della Curva. Rudi Garcia s’è trovato esonerato, prima di ogni ufficialità, dalla imprudente difesa d’ufficio che sui social ne ha fatto la compagna (quanti danni che stanno facendo le donne, vero Cerci?). Per lui non è più aria, gli ammericani hanno deciso che dovrà andar via.

Da Pietroburgo a Miami e ritorno a Roma. A casa sta per tornare Luciano Spalletti che proprio l’ultimo degli scarpari non è. La trattativa non sarà davvero impegnativa. Spalletti ha fame di calcio, ha voglia di tornare in panca dopo il caso Zenit, ha la volontà ferrea di completare il lavoro che gli è rimasto strozzato in gola dagli anni di superdominio interista, subito prima e subito dopo quel pasticciaccio brutto di Calciopoli e che si sgretolò con quella maledetta fuitina londinese che manco lo portò a poggiarsi on the bench of Chelsea.

La crisi della Roma è innegabile. Le cause le conoscono tutti ma, come ogni segreto di Pulcinella, non vanno mai pronunciate. Se no, sai che casino succede a chi dice che Totti ha fatto il suo tempo ma tenerlo in panchina non è facile, De Rossi pure non pare più lo stesso, ma non è che Pjanic e Salah e Dzeko abbiano dato tutta questa scossa, e che stimoli non è che se ne possano avere tanti se la curva, da un anno, diserta lo stadio per la battaglia contro la vivisezione del settore popolare.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)