Le profezie semplici di Maurizio Mosca, l’uomo che fece sorridere il pallone

maurizio-mosca(Barbadilloit) – Un maestro lo è stato, anche se lui non l’avrebbe mai ammesso. Maurizio Mosca è stato il pioniere del calcio scherzato, del pallone da dibattere sì ma senza seriosità, del bar Sport trasportato in tivvù. La sua grandezza stava nel fatto che raccontava, seppur bardato da Mago del Pendolino, la passione, l’entusiasmo e la scia argentea dei sogni di cui è fatto il mondo del calcio, agli occhi del bambino che – a prescindere dall’età conteggiata dalla carta d’identità – si innamora di una finta sulla tre quarti, di un pallonetto in contropiede, di una parata estrema sulla linea di porta. Spararla anche grossa, bisogna. Perchè se si parla di sogni non è che si può star troppo a centellinare. Le intuizioni di Mosca si sono tutte verificate. La voglia matta di interagire con i campioni, la necessità di istaurare un rapporto di interazione con lettori e telespettatori, Maurizio Mosca ‘ste cose (che vanno unite a un linguaggio estremamente semplice e immediatamente comprensibile a tutti, specialmente ai ragazzi più giovani) le aveva già intuite più di trent’anni fa quando il giornalismo sportivo ancora s’ammantava di ermellini da Cassazione. Di seguito, il suo editoriale uscito sul secondo numero della rivista Supergol, uscito nel marzo del 1984. Letto oggi ha sapore quasi profetico nella sua (apparente) banalità. (giovanni vasso)

 

Nella splendida, crescente festa del calcio è nato Supergol. Il primo numero ha avuto un enorme successo. Pensate che le centomila copie stampate sono andate subito a ruba. L’editore Peruzzo e la distribuzione della Rizzoli hanno provveduto immediatamente a una nutrita ristampa. Ma nemmeno le altre trentamila copie sono state sufficienti per accontentare tutte le richieste. E’ rimasta la sete di vedere, di trovare Supergol. Una sete che siamo pronti ad appagare con il secondo numero della rivista e del libretto illustrato.

E’ stato un impatto felice. Un affettuoso abbraccio con migliaia di lettore. Ci sono arrivate in redazione valanghe di lettere. Da ogni parte d’Italia ci hanno scritto uomini, donne, ragazzi, bambini. E’ stato un coro di entusiasmo e di complimenti. Tutti hanno voluto darci preziosi consigli e suggerimenti. Grazie. Il renderci conto che un fiume d’argento con il sorriso di Falcao vestito con la maglia dell’Inter ha invaso l’Italia spargendo gioia e consensi è stato il più bel riconoscimento alla nostra prima fatica.

La gente ha capito subito la linea e gli obiettivi di Supergol. Cari lettori, ci siamo stretti la mano perchè al primo incontro avete apprezzato il nostro intento: quello di farvi sognare e palpitare sfogliando pagina per pagina, soffermandovi su ognuna, una pubblicazione che vuole essere soprattutto una festosa parata delle più belle immagini a colori dei personaggi, delle vicende, delle azioni più suggestive e più felici del calcio.


La vostra corsa all’edicola per acquistare Supergol ci sprona a fare sempre meglio, a offrirvi sempre di più, ad avere nuove iniziative. Resta la copertina d’argento, c’è sempre il quaderno che tanto colpisce la fantasia soprattutto dei più giovani, ci sono i gol più entusiasmanti delle sfide europee e mondiali, più avanti arriveranno dei poster speciali. Nel mare di lettere che ci sono pervenute c’erano migliaia e migliaia di tagliandi del concorso indetto per vincere la Lancia. Un massiccio attestato della speranza di entrare in possesso della macchina e la conferma del desiderio di avere un filo diretto con Supergol.

In questo secondo numero abbiamo inserito la scheda per potersi abbonare alla nostra rivista. Per tutti coloro che vorranno legarsi a noi ci saranno dei premi. Ma non basta. Avrete anche la possibilità di partecipare al sorteggio per trascorrere insieme con la redazione di Supergol un giorno con il vostro campione preferito. E’ un impegno che io, Basoni e Molinaro, i due validissimi colleghi con i quali divido per ora il lavoro, ci prendiamo personalmente con tutti voi.

In attesa di lanciare il referendum per darvi l’opportunità di eleggere i migliori giocatori delle tre Coppe Europee, ecco un altro eccezionale concorso: nell’indicare la classifica finale del campionato della Serie A attualmente in corso, potrete vincere un abbonamento alla vostra squadra del cuore per il torneo 1984-85.

La possibilità di ammirare senza fretta le immagini della nostra rivista costituisce anche un modo semplice e simpatico di avvicinare ancora di più i genitori ai figli: perchè Supergol e il suo “quaderno” piacciono ai grandi e appassionano i ragazzi, contribuendo ad accrescere l’entusiasmo per le cose semplici in cui credere delle quali i giovani hanno tanto bisogno.

E’ scoppiata intanto la febbre per l’arrivo degli altri stranieri. Fino a giugno ci sarà la caccia ai nuovi Zico, ai nuovi Platini, ai nuovi Falcao. Maradona e Socrates in testa. Pensate come sarà bello il prossimo campionato. Ma non facciamoci prendere dalla frenesia: godiamoci questo, ch’è così esaltante e incerto!

*Da Supergol, marzo 1984.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Milan, il lato oscuro (in cinque punti) dei trent’anni scintillanti di Silvio Berlusconi

ba-1(Barbadilloit) – Grandissime celebrazioni, su tutti i canali sportivi, generalisti e tematici, del trentesimo anniversario di Silvio Berlusconi presidente del Milan.

Tre decadi di successi e di campioni per il club che si ostina a definirsi “il più titolato al mondo” e che al calcio italiano ha insegnato il vezzo diabolico del turnover, della panchina lunghissima. Berlusconi ha vinto tutto giocando bene, in panca s’è goduto gente come Arrigo Sacchi, Fabio Capello, Carletto Ancelotti. In campo miti e leggende tipo Gullit-Rijkaard-Van Basten, la filastrocca impenetrabile Tassotti-Maldini-Costacurta-Baresi.

Però noi che siamo fetenti gli vogliamo ricordare che in trent’anni, tra tanti trofei, coppe, soddisfazioni e gioie, qualche scivolone (e pure clamoroso) c’è stato. Non ce ne vorranno, i tifosi milanisti.

 

Revival Oranje

Finita la grinta che dagli anni ’80 s’era trascinata fino all’inizio dell’ultima decade del secolo, il Milan tenta la rifondazione attingendo, a piene mani, dall’Ajax dei campioncini. Persi Van Basten, Gullit e Rijkaard per colpa del tempo, il Diavolo si agghinda di nuovo con i tulipani e pesca Patrick Kluivert. È l’estate del 1997 e arriva a Milano pure un altro tipo strano, ma fortunello, Ibrahim Ba. Kluivert, che era il nuovo Van Basten, diventerà il Pippero. Sbolognato al Barcellona qualche anno dopo, si sbloccherà. Senza far sfracelli.

 

Ala spezzata

Gianluigi Lentini è l’uomo che ha restituito la voglia di sognare alla Torino granata. Poderoso ma leggiadro, fantasia al potere e al servizio della squadra di Emiliano Mondonico, con il 7 che fu di Gigi Meroni, arriva da Carmagnola per trascinare il Toro in A nel 1990 ed è il protagonista assoluto del rientro in massima serie dei granata. È (ancora) un altro calcio e Ibrahim Ba è solo una promessa del Le Havre, in Francia. Berlusconi spende diciotto miliardi e mezzo per scatenare la rivolta di piazza torinista. Quell’affare fu al centro di una querelle giudiziaria, Lentini ebbe la sfiga di un grave incidente stradale. Torna in campo ma mai da titolarissimo. Tornerà a Torino, dopo il purgatorio dorato atalantino.

 

Grande Fratello Imperatore

La guida tecnica, salda e competente, è sempre stata quasi ossessione di Milanello. Allenatori leggendari, a partire da Sacchi, si son succeduti al Milan. Ma la società non è che abbia sempre azzeccato il mister. Come quando Berlusconi e Galliani chiamarono Fatih Terim alla corte del Diavolo. Uno squadrone, quello del 2001. Shevchenko, Rui Costa, Gattuso e Umit Davala (?). Ibou Ba l’hanno mandato in prestito all’Olimpique di Marsiglia. Le idee dell’Imperatore non le digerisce la squadra e lui, più che badare ai calciatori , dicevano si attardasse a guardare in tv le puntate del Grande Fratello. Oppure, più probabilmente, era tanto buono da farsi turlupinare da audaci bimbi juventini (vedi video). A novembre, dopo averle buscate con il Torino di Camolese, viene silurato. Arriva Carlo Ancelotti.

 

Campare di rendita

Istanbul, esterno notte. Dopo quarantacinque minuti, grazie a gol immediato di capitan Maldini e a doppietta di Hernan Crespo, il Milan ha messo le mani sulla Champions League 2004-05. C’è di fronte il Liverpool, allenato da Rafa Benitez che incespica pure in Premier. Cosa accada negli spogliatoi non si capisce, ma fatto sta che i Reds, trascinati da Steven Gerrard, recuperano tutti e tre i gol subiti. Ai rigori lo show, Jerzy Dudek – novello Grobbelaar – induce in errore Serginho, Pirlo e Shevchenko. Per il Liverpool sbaglia solo Riise. I rossoneri tolgono le mani dalla Coppa e la consegnano al Liver Bird. A proposito, proprio in Turchia sta svernando Ibou Ba, panchinaro di lusso del Caikur Rizesport, gli Sparvieri del Mar Nero che indossano un’improbabile casacca verdeazzurra.

 
Tempi moderni

Max Allegri è l’ultimo allenatore scudettato del Diavolo. È il 2014 quando, sulla sua strada, incontra un talentino sconosciuto che diventerà Emanuele Berardi. Il Milan prende sottogamba l’appuntamento con l’affamato Sassuolo di Di Francesco. Robinho e Balotelli, poi, portano i rossoneri sul due a zero. Una passeggiata di salute. Sì, fino a che il giovanissimo Berardi non s’inventa quattro gol, tre nel primo tempo. Finirà 4-3 per i neroverdi emiliani, finirà pure l’avventura di Allegri e finirà pure l’ennesimo tentativo di istaurare un nuovo ciclo autenticamente vincente che manca, ormai, dal 2011. Mentre accadeva tutto questo, Ibou Ba il Milan non l’aveva mica abbandonato ma faceva l’osservatore, in Africa, per Milanello.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Il destino di Totti, splendido Faust che non si rassegna a fermare l’attimo bello

totti(Barbadilloit) – L’asfaltatura che del Palermo ha fatto la Roma del revenant Luciano Spalletti è risposta, certa, a quanto avveniva poco prima dell’inizio della partita. Francesco Totti, splendido Faust a 40 anni che ancora non trova il coraggio di fermare l’attimo, perchè quello più bello ancora non l’ha visto. E si condanna all’inferno di un addio inglorioso, per tutti.

Francesco Totti è la Roma. Come sagaci osservatori raccontano, più che romanisti s’è ormai tottisti. C’è però l’usura del tempo che incombe sul Pupone che eterno, come la sua città, esser non può. È un mortale, anch’egli, nonostante il tocco divino, la classe eroica e la personalità condottiera. Totti, altrove, è inimmaginabile. Non seguirà il destino delle altre bandiere giallorosse, lui.

Di Bartolomei se ne andò al Milan, segnò ed esultò contro chi l’aveva malamente cacciato. Falcao, dopo il pasticciaccio brutto del rigore mai tirato nella finalissima contro il Liverpool, lasciò la Capitale. Giuseppe Giannini, stanco, trottò via anche lui. Totti non può finire altrove che alla Roma. Quarant’anni son tanti, forse troppi pure per un gladiatore come lui calato in un campionato che quello delle sette sorelle non è più.

A Francesco Totti resta solo il dichiarar l’addio. E davvero peccato mortale è che non finirà per lui, come lui aveva sognato. Sarà come Faust, dovrà arrendersi perchè tradito dalla sua stessa debolezza. È brutto, sì. Ma prima o poi dovrà succedere. Peccato mortale sarà se ciò dovesse verificarsi così come si sta consumando ora.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Impariamo da Ranieri come comandare

RanieriClaudio

 

(Il Giornale) – Claudio Ranieri è stato celebrato quando vinceva. Noi vogliamo celebrarlo ora che ha perso.
2-1 al 95′ della partita che in Inghilterra era l’equivalente di Juventus-Napoli. Seconda contro prima. Arsenal-Leicester. L’allenatore, lo sapete, è l’italiano Claudio Ranieri che non recrimina, non polemizza, non si arrabbia, non si indigna. Arriva sereno in conferenza stampa e dice: «Non posso che sottolineare la grande prova della mia squadra e li voglio premiare con una settimana senza allenamenti. Andranno in vacanza a Dubai o altrove e potranno rilassarsi».Milionari viziati a cui si regala una settimana di altri vizi e di relax dopo aver perso, dirà qualcuno indignandosi della mancata indignazione del mister. Invece Ranieri andrebbe assunto nelle multinazionali come capo dei capi del personale. Perché uno così sa come gestire le persone, sa capirle, sa tirare fuori da loro il meglio. La dimostrazione che si può essere autorevoli ma non autoritari, ovvero ciò che un allenatore deve essere perché una squadra lo segua, anche nel fuoco. Nessuno sa dove potrà arrivare il Leicester, neanche lo stesso Ranieri. Sa, però, che l’unico modo per arrivarci, ovunque sia, è comandare senza fare il comandante.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

L’Inter affonda a Firenze e Mancini si trasforma nello spettro di Mazzarri

ManciniLa paura è uno dei sintomi del nostro tempo.

(Ernst Junger)

 

(Barbadilloit) – E l’Inter è implosa. A Firenze, nonostante il vantaggio iniziale, i nerazzurri incassano una sconfitta che sembra avere il sapore tossico dei fumi atomici di una bomba esplosa negli spogliatoi. Roberto Mancini, da settimane, non è più lui. L’inimmaginabile, l’inconfessabile e l’inammissibile si sta consumando alla Pinetina: vuoi vedere che il Mancio glamour e sportivo si sta trasformando in un infernale Mazzarri qualsiasi?

Il silenzio stampa dopo la gara del Franchi è assolutamente emblematico e – forse – persino strano considerati i personaggi che incarnano lo spirito dell’Internazionale. Se silente era Javier Zanetti, lo era per indole non per scelta. Se silente è oggi Roberto Mancini, non lo era Walter Mazzarri sulle cui diaboliche giustificazioni s’è costruita più di una carriera da social media manager. Il Mancio zitto, però, arriva da una serie di uscite pesantissime, dal tentativo di guerra psicologica e preventiva al Napoli di Sarri (la questione del frocio, ricordate?), alle bordate in diretta alle giornaliste. Diversi gli argomenti, differenti le ispirazioni, uguali le intenzioni: proiettare, al di fuori di sè, le responsabilità della sciagura imminente. C’è chi lo fa aggrappandosi alle esternazioni colorite dell’allenatore avversario e chi sciamaneggiando sulle condizioni meteo. Tutto qui.Mazzarrisconsolato
Quando Walter Mazzarri fu silurato a furor di popolo, gli interisti stapparono le bottiglie di spumante. Ci si era stufati del tecnico livornese, artigiano del calcio che in provincia ha saputo far miracoli e poi ha ciccato la grandissima occasione meneghina. Basta, vogliamo i top player, i grandi protagonisti, è ora di riavere le paginate patinate. Lo sapevano tutti che il problema era uno e duplice: non lo voleva lo spogliatoio, non lo voleva Thohir. Il secondo per motivi, se vogliamo, forse ancor più allibenti. Walterone che vuoi che venda in Cina?

Manco questo Mancini, però, resisterà tantissimo. Lo spogliatoio e la squadra sono turbati. La macchina da guerra dell’inizio di stagione sembra inceppata. Col Verona già è stata un’impresa rimontare tre volte all’Hellas ultimo in classifica. A Firenze, nello scontro diretto per l’Europa che conta, ha mancato la zampata vincente. E i conti, dicono in profondo rosso, reclamano giustizia. Come il fegato dei tifosi.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

France Football incorona Gigi Buffon: è il miglior portiere della storia

buffon-france-football(Barbadilloit) – La Francia incorona Gianluigi Buffon: è lui il miglior portiere di tutti i tempi, secondo il sondaggio lanciato in rete dalla gloriosa testata sportiva transalpina di France Football. Il capitano di Juve e Nazionale ottiene un risultato più schiacciante di quello di un’elezione bulgara: il 44% degli sportivi lo premia quale numero uno tra i numeri uno, gente che appartiene più al mito che alla storia, come Lev Jascin, è ferma al 7%. Sul secondo gradino del podio, l’eroe nazionale, le gardien de but mondiale, Fabien Barthez. Condivide la medaglia di bronzo con Jascin con un altro gigante del calcio, il tedescone Oliver Kahn. Subito dopo ci sono Iker Casillas e Sigfrido Manuel Neuer.

Giù, giù ci stanno tutti gli altri. Con il 3% dei voti, un’altra vecchia conoscenza juventina Edwin van der Sar. Col 2% Dino Zoff e il vichingo danese Peter Schmeichel. Chiudono la classifica, Petr Cech, Sepp Maier, Gordon Banks, Peter Shilton et Ricardo Zamora all’1%.
Per Gigi Buffon un grosso riconoscimento, prima dell’ennesima sfida cruciale della sua lunghissima carriera. La Francia, nazione sciovinista specie nel calcio, riconosce a un italiano la patente di migliore al mondo, nella storia. Certo, le variabili che hanno giocato sono state tantissime. E sicuramente mancano all’appello grandi atleti (dove sta Renè Higuita che almeno ad honorem dello Scorpione avrebbe meritato la nomination?), però ciò non toglie che Buffon è uno degli ultimissimi talenti puri che il calcio italiano abbia sfornato.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Premier. Mou allo Utd e Guardiola al City, Manchester al gran duello dei capitani di ventura

mou-rabbia

(Barbadilloit) – Archiviata un’altra stagione, già a febbraio. Eppure non tutto è ancora perduto, anche se i giochi sembrano già fatti alle dirigenze di Manchester che hanno deciso di sollevare – dalla prossima stagione – i due loro condottieri, per ingaggiare due illustri e prestigiosi capitani di ventura.

A Manchester, il prossimo anno, sarà la sfida dei grandi mercenari (e sia detto senza puntura polemica, senza retrogusto acido) Pep Guardiola e Josè Mourinho. Guardiola, sarà il Cid Campeador che difenderà il cielo sceicco del City mentre Mou, Fenice chiamata a risorgere dalle ceneri di uno straziante girone d’andata col Chelsea, ha firmato per lo United.guardiola-justiciaparatopo

Guardiola rileva l’ingegner Pellegrini, l’uomo del dopo Mancini che ha portato il Manchester City a vette internazionali finora mai raggiunte. Lo attendono già con ansia, i Citizens, perchè insieme all’ex regista di Barcellona e Brescia (e in Lombardia completò la sua formazione con Mazzone, che si sappia!) arriveranno campioni celebrati e reclamizzati.
Mourinho rileva il suo maestro, Luis Van Gaal cui non è riuscito di incardinare un nuovo ciclo vincente dopo l’addio di sir Alex Ferguson. L’olandese è bistrattato parecchio dagli aficionados dei Devils. Ha fatto spendere alla società 250 milioni di sterline, roba che solo ad averne il cinque percento risolverebbe i problemi del 95% delle persone che calpestano questa valle di lacrime. Van Gaal, però, evidentemente rientrava nella minoranza insoddisfatta.

Tutti e due, scintillanti belli fighissimi, avranno lo stesso mostro da combattere. È il vecchio Claudio Ranieri che con il piccolo Leicester sta spernacchiando i grandi d’Inghilterra, prendendosi la più dolce delle rivincite, umana e sportiva.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Juve-Napoli, metastoria calcistica dello star game italiano

images(Barbadilloit) – Torino e Napoli. Antiche capitali. I “cuori” di due Regni Italici che si sono scontrati nel XIX secolo in una “guerra civile” assurda con motivazioni ed obiettivi diversi: l’uno, il dominio della Penisola; l’altro, la difesa della sua identità storica, civile, culturale e politica. La “pacificazione” è poi avvenuta in modo ambiguo. Molti degli eredi storici degli sconfitti hanno trovato accoglienza nelle terre incognite dei “nemici” e vi si sono sistemati, fino ad accettarne usi e costumi. I “vincitori” hanno annesso alla “patria comune” coloro che si batterono non facendogli mancare il peso della loro forza economica che mai si trasformò, comunque, in “piemontesizzazione” del Mezzogiorno.

E’ rimasta, tuttavia, in oltre un secolo e mezzo di bonaria diffidenza politica e culturale tra i due Regni Italici defunti e seppelliti nella capace fossa della Storia, una rivalità mai sopita che civilmente si esprime oggi nel confronto sportivo, in particolare (se non esclusivamente) calcistico.

Due capitali contro

Il Napoli e la Juventus, rappresentative delle due capitali (ci sarebbe anche il Torino, naturalmente, ma la squadra granata, eroica e grandiosa, non è mai stata vista dai partenopei come un’antagonista, neppure al tempo in cui vinceva tutto !) surrogano nei loro incontri-scontri la rivalsa che si estende alla dimensione morale e, dunque, trascende quella che si gioca sul campo.

Maschioangelillosivori

Maschio, Angelillo e Sivori, trio argentino indimenticabile

 

 

Inutile negarlo: è dal 21 novembre 1926 che accade, quando gli azzurri ed i bianconeri si affrontarono per la prima volta, ed i secondi prevalsero per 3 a 0. Cominciò così la sfida che dura ancora oggi. L’ultima l’ha vinta il Napoli per 2 a 1, cinque mesi fa, il 26 settembre scorso. La superiorità della Juventus è stata indiscutibile in ottantanove anni. Il novantesimo segnerà una battuta d’arresto degli juventini ed un “nuovo inizio” (dopo i tanti “nuovi inizi” che vi sono stati dai tempi di Sallustro, passando per quelli di Jeppson, di Vinicio, di Sivori-Altafini e di Maradona)? Lo sapremo sabato sera quando si torneranno ad incontrarsi le compagini guidate da due “angeli dalla faccia sporca” (ricordando altri “angeli dalla faccia sporca”, sempre argentini, dunque “los angeles con la cara sucia”, come li chiamavano in patria, Omar Sivori, Humberto Maschio e Antonio Valentin Angelillo che regalarono nel 1957 la Copa America all’Argentina, mentre diventavano “italiani”): Gonzalo Higuaìn e Paulo Dybala. Entrambi portano stampata sul volto la gioia del centrattacco come non si vedeva da tempo sui nostri campi di calcio.

Le sfide “classiche”

Certo di sfide “classiche” è piena la storia del football. Manchester United e Manchester City, Real Madrid e Barcellona, Bayern e Bayer Leverkusen, River Plate e Boca Junior , Milan e Inter… Intriganti e tormentate. Spettacolari ed emozionanti. Nessuna, tuttavia, assume i connotati metastorici e metasportivi di Juventus-Napoli. Si potrebbe dire che per novanta minuti si trasferiscono dovunque di affrontano due “visioni” delegate a rappresentarle a ventidue atleti ben al di là della volontà e della consapevolezza di questi, beninteso. E non sono soltanto due visioni calcistiche, ma “mondi” che cercano affermazioni che affondano nelle storie ancestrali, ormai, dei due Regni disfatti, per un lasso di tempo ripristinati, in forme laiche, dalla presenza di due “sovrani” agli antipodi: Agnelli e Lauro. La dinastia del primo si perpetua ancora; del secondo si sono perse le tracce, ma resta il “mito”. Ed è così che due “casate” calcistiche, dalle storie molto diverse, rinnovano il gioco non solo sportivo nell’arena quale teatro in cui si dispiegano sentimenti e risentimenti, esercizi di ammirazione e velenose diatribe, magie di piedi e di anime che fanno del calcio la simulazione della vita con le sue luci ed i suoi chiaroscuri.man_city_vs_man_utd-e1455021399324

La Juve sarà animata dalla logica dell’egemonia, la sua “cifra” più evidente; il Napoli da quella del riscatto che vuol dire molte cose che vanno al di là della partita stessa. Ovvio che entrambe voglio vincere il campionato, ma volete mettere che cosa significa per l’una e per l’altra? Se a Torino ci sono abituati, a Napoli no. Ed il tricolore nel Golfo vuol dire tante cose, a cominciare da un antico orgoglio ferito che lo si vorrebbe finalmente rimarginato. Poca cosa, diranno quelli che pensano bene e vivono meglio. Ma ai napoletani basta poco per gioire essendo stati privati di tante cose dopo quella guerra perduta, quel dopoguerra ancora perduto, dopo tutte le altre guerre, non certo militari, perdute in tempo di pace. E se il pallone, nonostante tutto, non lo hanno smarrito, tenendoselo stretto insieme con la loro dignità, vorrà pure dire che la volontà dei napoletani di non mollare è ancora integra.

Allo Juventus Stadium si celebrerà un rito pagano nel quale le folle e la storia disputeranno una partita antica. Una partita che non terminerà mai. E qualsiasi fuga per la vittoria sarà effimera, per quanto gloriosa.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Juventus-Napoli, la partita dei sei giorni

Sei giorni di Higuaìn-Dybala, Sarri-Allegri, Reina-Buffon. Napoli-Juventus in ordine di classifica, anche se è Juventus-Napoli sul campo: si gioca a Torino sabato prossimo, 13 febbraio

JuveNapoli

 

 

(IGiornale) – La partita dell’anno. Per certi versi la partita degli ultimi anni, perché a questo punto nelle ultime stagioni era già tutto deciso. Il prepartita è cominciato poco prima delle 18 di ieri, al fischio finale di Napoli-Carpi (1-0) e di Frosinone-Juventus (0-2). I pareggi di Fiorentina e Inter hanno definitivamente detto quello che già si sapeva: il campionato se lo giocano quelle due, Napoli e Juventus. Il che dimostra ancora una volta che sabato sarà partita di lusso. Si prevedono polemiche già da ora, quelle che precederanno l’inizio del match (tipo che non ci potranno essere tifosi napoletani) e pure quelle che ci saranno dopo il match. Perché è scontato che ci siano e, probabilmente, è anche giusto. In campo vanno due squadre che sanno giocare a pallone: il miglior attacco (quello del Napoli con 53 gol) e la miglior difesa (quella della Juve con 15 gol subiti), ma pure il secondo miglior attacco (la Juventus con 45 gol) e la seconda miglior difesa (il Napoli con 19 gol subiti). E il capocannoniere della Serie A.C’è il bello del calcio, capace di autoflagellarsi per le sue follie e le sue idiozie, ma pronto a ritornare uno spettacolo meraviglioso in occasioni come questa. Se in questi sei giorni si riuscisse a non rovinare tutto sarebbe cosa giusta. Ma forse è chiedere troppo.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Calcio inglese. Asfaltato il Manchester City: il capolavoro del Leicester di Ranieri

raniericity2(Barbadilloit) – “We can beat them, for ever and ever. Oh we can be heroes, just for one day”. Eroi per sempre, o anche solo per un giorno ma eroi. Me la voglio immaginare così l’atmosfera che regnava nello spogliatoio del Leicester lì nella pancia dell’Etihad Stadium, pochi minuti prima di scendere in campo e affrontare il gigante milionario Manchester City, per giunta in casa propria. Canticchiando David Bowie, caricandosi e facendosi forza l’un l’altro, sognando l’impresa che poi avrebbero un giorno raccontato ai nipotini, sperando di dare al pubblico di Barbadillo una storia con cui potersi commuovere.

Già perché io ormai sono convinto che Mr. Ranieri sia un lettore della nostra nave pirata. Anzi la decisione di andare ad allenare una piccola e umile squadra del centro dell’Inghilterra, e provare a battere le grandi sia, sotto sotto, nata in lui grazie al nostro esaltarci per le storie in cui gli outsiders, anzi gli Underdog (canzone dei Kasabian, tifosissimi del Leicester, proprio per restare in tema), poveri, brutti e scalcagnati – anzi “curt e mal ‘ncavat” come si dice nel sud-est della nostra penisola – decidono di credere in sé stessi e di battere gli arroganti giganti, belli, ricchi e apparentemente inaffondabili. Insomma, a noi Davide che batte Golia ci piace proprio. E Ranieri lo sa. E ci stuzzica.

A cominciare dalla scelta di andarsene in una quasi anonima città di neanche 300.000 abitanti, fredda, umida, dove piove quasi sempre, famosa per la squadra che però, in realtà, non ha mai vinto niente di importante. Ha accettato la proposta del presidente, il thailandese Srivaddhanaprabha (provatelo a scriverlo voi senza fare copia e incolla e vi stringerò la mano), che gli aveva chiesto la salvezza, possibilmente tranquilla e dignitosa. Mister Claudio Ranieri, errante gentiluomo di fortuna del pallone, ha accettato di buon grado la sfida, ma si vede che, inconsciamente, stava pensando molto più in grande. Stava forse meditando di scrivere una pagina di storia bellissima, fatta di calcio normale.Leicesteresulta
O meglio, fatta di calcio, tattica, corsa. Roba obsoleta nel calcio di oggi, in cui contano i milioni, i diritti tv, le strutture, il merchandising e sempre meno il calcio. Mr. Claudio è la rivincita del pallone vecchia maniera, il grido disperato dell’anima del vecchio football che tenta disperatamente di non essere fagocitato dall’aspetto economico. A ben vedere, Sir/sor Claudio non si è inventato proprio nulla, non è rivoluzionario come Sacchi, totale come Guardiola o metallaro come Klopp. È semplicemente tornato alle basi, adattandosi alle caratteristiche della Premier League e alla mancanza di campioni, facendo così correre carneadi e facendo credere loro di essere capaci di tutto, se avessero dato tutto e fossero stati gruppo dentro e fuori dal campo, come lo stesso mister ha ricordato ai giornalisti che visse da giocatore sul viale del tramonto a Catanzaro, con il mitico Massimo Palanca e Silipo.

L’effetto che ne appare è una falange unita e coesa che si lancia in battaglia ogni volta come fosse un unico uomo, con un fuoco sacro dentro che brucia e che permette loro di dimenticare i limiti tecnici di fronte ad avversari tecnicamente molto più forti. La quintessenza del working class hero trasposta sul campo da gioco, resa ancor più evidente dai colori sociali, quel blu elettrico che tanto ricorda il blue collar, la tuta dei metalmeccanici, che approfitta del vuoto di potere lasciato dall’arrogante Chelsea in crisi, dallo United ancora in cerca di un’identità dopo l’era Ferguson, dall’edonismo sfrenato dell’incomprensibile Arsenal che come al solito è in grado di compiere imprese mirabolanti e tonfi clamorosi, dal Tottenham ancora troppo indeciso se spiccare il volo o rimanere nel limbo e dal gigante dai piedi d’argilla, il Manchester City.

https://www.youtube.com/watch?v=BhQK0XoRZJg

Sabato c’è stata proprio la sfida tra loro, le prime della classe. A Manchester. E qui torniamo a come immagino potesse essere l’atmosfera nello spogliatoio dei foxes. “Possiamo essere eroi, per sempre o per un giorno solo”, per dirla come cantava il Duca bianco. I giocatori lì a caricarsi, a motivarsi, a ricordarsi di dover essere nuovamente falange sul terreno da gioco di quegli arroganti e individualisti milionari del City.
La partita. E così, pronti via la falange blu, vestita in nero per l’occasione, parte a testa bassa e dopo 3 minuti passa in vantaggio. Il gioiellino Mahrez calcia al centro dell’area una punizione che sembra più un corner corto, si avventa il tedesco Huth che di destro gira e, grazie anche a un tocco di Demichelis, porta gli ospiti in vantaggio. Subito uno schiaffo in piena faccia per l’11 di Pellegrini, che, traumatizzato, rischia di capitolare almeno altre due volte nei dieci minuti successivi, quando prima il bomber Vardy e poi Drinkwater trovano la porta sbarrata da Hart. Pian piano esce fuori il City, in assedio confusionario ma costante, mentre il Leicester di Ranieri pensa a difendere risparmiando le energie cercando di colpire in contropiede grazie alla velocità impressionante e alla capacità di attaccare gli spazi in verticale. Botta sotto la traversa, Hart trafitto, 0-2.

Nella ripresa ci si aspetta la reazione furiosa del City, e invece i padroni di casa, come nel primo tempo, vengono presi a sberle dagli ospiti. Sempre al minuto tre Kanté serve Mahrez in diagonale. Questo si invola, resiste a Otamendi e anzi lo disorienta portandosi il pallone sul destro, il suo piede “sbagliato”. Il settore ospiti esulta incredulo, come quando inaspettatamente ricevi una sorpresa, o il piatto preferito sulla tavola, o ti ritrovi davanti la persona amata all’improvviso. Stanno dominando in casa del City! Chi avrebbe mai puntato un pound su di loro.. Finita qui? Manco per sogno, il Leicester attacca ispirato dal ritrovato talento di Albrighton, ma Okazaki spreca. Il City ci prova, reagisce con Fernando (subentrato al fantasma di Yaya Touré) ma Schmeichel non è d’accordo e salva la porta dei foxes.

Così gli ospiti decidono di chiudere la partita, trovando lo 0-3 al 60’, ancora con Huth che svetta imperioso in area dopo un cross dal calcio d’angolo e il pallone scende come un arcobaleno proprio sotto la traversa. È festa grande! Il Leicester prova addirittura a calare il quarto asso con Vardy, ma non ci riesce e si rilassa nel finale, dando la possibilità ad Aguero di fare l’1-3 di testa, e di sfiorare il secondo.

Fischio finale, il Leicester ha battuto il Manchester City, davvero! Stavolta Ranieri, che ha sempre dichiarato di voler puntare la salvezza, si rilassa e ammette che potrebbe essere un’ipotesi concreta puntare a vincere la Premier League. Ma di sbilanciarsi solo da aprile in poi. Il mister e i suoi ragazzi sono stati davvero eroi per un giorno, e possono diventarlo per sempre, almeno per Leicester.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)