L’Italia ko in Germania, chef Conte deve friggere il pesce con l’acqua minerale

Conte-Ct(Barbadilloit) – Non aspettiamoci niente di che da Euro 2016. Antonio Conte, chef calcistico più bizzoso di Carlo Cracco alle prese con Rachida, non è che possa fare miracoli. Gli è toccato in sorte il beffardo compito, a lui cannibale eternamente affamato di vittorie, di dover friggere il pesce con l’acqua minerale. E non sarà facile.

La violenta sconfitta dell’Allianz Arena contro la Mannschaft campione del mondo restituisce una dimensione più modesta dell’Italia del cittì Conte. Gasarsi a Udine, contro la brillante Spagna di Vicente Del Bosque, era quasi obbligatorio: solo con un gol irregolarissimo gli iberici hanno acciuffato un pareggio altrimenti irraggiungibile per loro. Però, diciamolo senza paura di sconvolgere nessuno: le Furie Rosse, dopo anni di vittorie, gloria e allori, stanno ormai spente, passeggiando tichitacheggiando sul viale del tramonto. La Germania invece no. Gioca, vince e maramaldeggia. Ma non è che i panzer siano così invincibili. Chiedetelo a zio Vardy, ultima begonia del giardino dell’indescrivibile mister Hodgson.
Le amichevoli servono a testare lo stato dell’arte. E allora una prima analisi va pur tentata. Talentissimi in azzurro non è che ce ne siano tantissimi. Ma non è (solo) colpa dei pur volenterosi ragazzotti che se la sgomitano con addosso la maglia della nazionale. Il problema ha duplice lettura, da un lato ci sono calciatori bravi con poca (o nulla) esperienza internazionale e dall’altro ci sono calciatori non eccelsi (e che magari c’hanno pure l’esperienza internazionale) che non possono essere sostituiti, mossi o scambiati di posto per mancanza – palese – di alternative. Montolivo e Thiago Motta sono ormai insopportabili, per lentezza d’idee e di esecuzione. Il blocco Juve, in difesa, fa quello che può ma se Bonucci si fa male e Ranocchia è ancora imberbe non è che si può sognare troppo. L’attacco è potenzialmente letale, Lorenzino Insigne – folletto acido alla Sick Boy – può far male sempre agli avversari se ne deve soltanto convincere ancora di più. Simone Zaza è devastante se imbecca il sentiero giusto, altrimenti fa a testate contro le difese avversarie senza il minimo costrutto. Tutto il resto è ancora da rodare, da costruire, da valorizzare. Come dicono tutti in conferenza stampa, è solo un modo – più o meno eufemistico – per nascondere la tremenda realtà: l’Italia non può essere considerata tra le favorite e a Euro 2016 ha tutto da perdere.

La generazione d’oro del pallone azzurro è quasi tutta dispersa, tra panchine, ritiri e Stati Uniti. Intanto a mister Conte, chef improbabile delle cucine di Coverciano, tocca impastare ingredienti non di primissima e cavarci fuori qualsiasi cosa che non sia un deforme pasticcio. Gli tocca friggere il pesce con l’acqua minerale. In bocca al lupo.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Lode a Vardy il garzone che sbertucciò Sigfrido Neuer

vardy(Barbadilloit) – Jamie Vardy ha negli occhi la rabbia di chi finalmente può giocarsela. Jamie Vardy è un ragazzo normale, condottiero forte e beffardo delle Volpi di Leicester che vogliono far marameo alle grandi dai conti corrente smisurati. Jamie Vardy ha esordito, segnando, con la gloriosa casacca dei Tre Leoni d’Inghilterra. E a maggior gloria, moltiplicata almeno per quattro, gli valga l’aver bucato, in terra di Nibelunghi, con un colpo malefico di tacco, la porta fatata di Sigfrido Neuer, cavaliere il più wagneriano della Germania che siede da un paio d’anni sul trono mondiale del calcio.

Germania e Inghilterra, mai sarà vera amichevole. Che si fottano gli alfieri della pace un tanto al chilo: questa non sarà mai una partita per anime belle, nè per professionisti gelidi e senza cuore. L’hanno vinta, stavolta, gli inglesi. Grazie (anche) a Jamie Vardy, il più bel sberleffo dell’Albione popolare allo scintillio volgare delle tonnellate di pounds riversate sul football inglese dai mercanti di mezzo mondo.

Non si dimenticherà facilmente lo sfottò ai Citizens, gli amici dello sceicco che c’ha più soldi che capelli in testa. Jamie Vardy ci piace perchè ha la faccia tesa del ragazzotto che troveresti al bar del paese tuo, il sabato sera, con la bolletta delle scommesse in mano e il vecchio chiodo addosso e chissenefrega se è fuori moda da almeno trent’anni. Lo fa apparire più grosso di quel mingherlino che è, più duro di quel bravo figlio che è. Quel ragazzo che ha staccato tre ore fa dalla bottega di officina in cui s’impiega, s’è ripulito e inzuppato di dozzinale profumo per sperare che almeno così alla bella del borgo possa girar la testa. Cazzimma col Campari & Gin.


Vardy, a Leicester, è emblema della riscossa popolare in un calcio che nel nome del business si fa accarezzare dal demonio dei piccioli. E il trionfo di Berlino, in coabitazione con l’altro campione di Kane, è il trionfo (speriamo) del ritorno dell’anima inglese del football, quella dei pub, della passione. Col viso caldo della cazzimma e il cuore intriso di passione e voglia di sfondare.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Un tifoso eccellente del Leicester di Ranieri: lo scrittore Peace

leicester-manager-claudio-ranieri-jamie-vardy-congratulates_3380475(Barbadilloit) – David Peace, autore di libri cult sui campioni del calcio inglese Bill Shankly e Brian Clough è uno sfegatato tifoso delle volpi allenate da Claudio Ranieri. “Peace, 49 anni, dello Yorkshire – scrive Extra Time della Gazzetta – è uno degli scrittori più innovativi. Deve la fama a una quadrilogia di romanzi noir ambientati nei luoghi della sua infanzia, il “Red Riding Quartet”. La sua narrazione mette alla prova il lettore, suggerisce nervosismo e paranoia attraverso le ripetizioni e il ritmo sincopato dei dialoghi. Uno stile che gli vale il paragone col maestro del noir americano James Ellroy. Altrettanto ossessiva e allucinata è lo prosa dei due libri che Peace ha dedicato al mondo del pallone: “Il Maledetto United” (2006) e “Red or Dead” (2014). Il primo, da cui è tratto un bel film con Michael Sheen, racconta i 44 giorni di Brian Clough, vincitore di due Coppe dei Campioni col Nottingham Forest, sulla panchina del Leeds United, squadra che odiava nel profondo.” Red or Dead” fa sintesi dei 15 anni di Bill Shankly alla guida del Liverpool tra il ’59 e il 1974″.

Perché tifa Leicester

Peace vive in Giappone ma ama il calcio inglese: “Seguo sempre la Premier e per una serie infinita di motivazioni spero che il Leicester ce la faccia: nessuno pensava che una squadra così potesse spezzare il dominio del Chelsea o dei due Manchester e invece eccoli in vetta. Ammiro Ranieri e considero queste giornate una redenzione personale per un ottimo professionista, sul cui lavoro Mourinho ha edificato i suoi successi ai Blues”.

“Anche solo l’accesso alla Champions con quella squadra mi risulta incredibile. Fortunatamente posso seguire le partite del Leicester perché in Giappone tutti impazziscono per Okazaki. Qui funziona così con i connazionali all’estero, lo stesso vale per Honda e Nagatomo. Io tifo Huddersfield Town, che sta in Championship e non va mai in tv”.

Non scriverà un libro su Ranieri

“Non credo che sarò io a raccontare l’epopea di Ranieri, magari qualcuno che ha 10 o 12 anni e oggi segue la sua impresa da grande scriverà la storia del Leicester”.

La storie dei sui libri cult

“Le genesi dei due volumi sono diverse tra loro. La vicenda di Clough mi girava nella testa da quando avevo 7 anni e sentivo mio padre parlare di quel che accadeva a Leeds, così ho provato a immaginare cosa possa aver pensato un simile personaggio in quella situazione. “Red or Dead” è stato il mio 9° romanzo e cercavo qualcosa di positivo. Trovo grandioso quanto Shankly ha fatto a Liverpool: grazie a lui staff, giocatori e tifosi divennero un tutt’uno. Il senso di collettività che generò è l’antidoto a questi tempi individualisti e interessati solo ai soldi, la dimostrazione che un altro modo di vivere è possibile”.

Perché pochi libri sul calcio autentico?

“Sono sorpreso che non ci siano più libri che parlano di calcio, universo così ricco di drammi, successi e tragedie. Se sei uno scrittore o uno sceneggiatore devi solo metterti comodo, osservare e trascrivere: la storia la sta dettando Ranieri”.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Di Canio segna ancora: gol e grinta alla festa West Ham di Mark Noble

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(Barbadilloit) – Paolo Di Canio non ha perso l’attitudine al gol. Del resto, il talento è costante, va e viene la voglia e il fisico. Ma il talento no, e l’ala ex Lazio – come ai tempi belli – ha fatto urlare di gioia, ancora una volta, Boleyn Ground e tutto il popolo del West Ham. Convocato da Mark Noble, capitano degli Hammers, per il suo match celebrativo, Di Canio ha dato spettacolo insieme ad altri “grandi vecchi” della storia recente dei Claret and Blue che hanno mischiato le spade e i tacchetti con i ragazzi eredi oggi della grandissima storia pallonara dei Cockneys.

Protagonista assoluto è stato Dean Ashton che ha infilato una rovesciata impeccabile nella porta avversaria. Avversaria, chiaramente, per modo di dire dal momento che si sfidavano il West Ham di oggi e quello di ieri e che, durante l partita, le squadre si son mischiate. Paolo di Canio – a coro unanime di tifosi e osservatori – ha sfoderato la proverbiale grinta e un’invidiabile condizione atletica. Ha segnato all’ottantesimo quando ha preso palla sulla sinistra dell’area di rigore se l’è accompagnata fino al vertice destro alto dell’area piccola, con una finta e un’accelerazione, e poi l’ha depositata calma alle spalle del portiere. Gol e maglia strappata di dosso, per la festa Hammers.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Elegia di Johan Cruyff. In memoria del genio con la maglia “14”

cruyffE’ morto Johan Crujiff. Viva Johan Crujiff. Ma del suo ricordo dovremmo accontentarci ché un altro così non lo vedremo calcare i rettangoli verdi per ancora qualche decade. Simbolo d’una epoca che della ragionata follia seppe far bandiera. Un poeta del calcio che seppe farsi caposcuola della rivoluzione dell’Arancia Meccanica, dell’Olanda splendida incompiuta che negli anni ’70 sfiorò per due volte la conquista del trono mondiale. Crujiff è morto, viva Crujiff. Lo ricordiamo con qualche frase sua (in neretto) e con quelle degli altri ricordandoci dell’esempio dei grandi narratori.

Alla radice di tutto c’è che i ragazzini si devono divertire a giocare a calcio. [J.C.]

Franz Beckenbauer: “Se c’è gente che compra Cristiano Ronaldo e Gareth Bale per cento milioni allora uno come Johan Cruijff oggi costerebbe un miliardo!”. [settembre 2014].

La creatività non fa a pugni con la disciplina. [J.C.]

Bill Elliot: “Cosa pensi di Cruijff?”

George Best: “Straordinario”.

Elliot: “E’ più forte di te?

Best: “Scherzi, vero? Te lo mostrerò stasera: alla prima occasione gli infilerò il pallone tra le gambe”.

Al quinto minuto di Irlanda del Nord-Olanda, Best prende palla sulla sinistra scarta tre avversari e cambia traiettoria, cerca Cruijff. Lo trova e gli fa tunnel. “Sei il migliore al mondo, Crujff. Ma solo perchè io non ho tempo”. [1974].

A me del calcio italiano colpiscono i vuoti negli stadi. La gente non si diverte più col vostro calcio. Sono troppe venti squadre, nate tutte per vincere qualcosa e alla fine una vince e le altre restano deluse. È tutto sbagliato.

Un giorno, la signora che fa le pulizie allo stadio De Meer, che è lo stadio dell’Ajax […] dice: “Mister, misterBuckingham (già perchè l’Ajax ha un allenatore inglese), lo vede il mio bambino? Guardi, lo so è mingherlino, ha i piedi piatti, le caviglie deformi, non sembra granchè, ma io lo vedo a casa, ha una visione del mondo particolare”.

Fa tutto quello che gli dici e niente di quello che gli ordini.

“Sa, mio marito è morto, mio marito Mnus, il verduraio, magari lei se lo ricorda. Io glielo lascio ‘sto bambino, magari vi può essere utile. Io tanto sono sempre qua”.

E glielo lascia.

Il magazziniere lo prende subito in simpatia e gli offre di svolgere alcuni lavoretti all’interno dello stadio: tirare le righe del campo, pulire le scarpe dei giocatori della prima squadra.

Durante i Talentendagen, le giornate in cui l’Ajax seleziona minuziosamente i ragazzini più promettenti, scartandoli quasi tutti, il figlio del verduraio si fa notare. Quel bambino lo chiamano tutti Johan, anche se l’anagrafe recita Hendrik Johannes. Il cognome? Ovviamente è Cruijff. [Federico Buffa, Storie Mondiali, Sperling & Kupfer 2014].

Mi piace il calcio ma non quello di oggi. [J.C.]

 

Johann Cruijff proprio non riusciva a mandare giù il football moderno: troppi soldi, troppi muscoli, troppe luci della ribalta. Si divertiva ancora andando nei campetti di periferia: a vedere i ragazzini giocare. Lì, ritrovava la magia del gioco più bello del mondo. Il suo. [Darwin Pastorin, Huffington Post 25 marzo 2016].

Meglio perdere con le proprie idee che con quelle di un altro. [J.C.]

 

Senza di lui non sarei qui. Johan Cruijff è stata la persona più influente del Barcellona degli ultimi venticinque anni. [Pep Guardiola, maggio 2013].

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Terrorismo. Il centravanti dell’Anderlecht se ne va: “Bruxelles città pericolosa”

matias-suarez(Barbadilloit) – Non li pagano certo per fare gli eroi. Non è il ruolo adatto a un attaccante argentino che sgomita in mezzo al rettangolo verde con la maglia biancomalva dell’Anderlecht sulle spalle. Però fanno lo stesso scalpore, ‘ste dichiarazioni che Matias Suarez ha rilasciato a una tivvù spagnola: “A giugno me ne vado, ho paura per la mia famiglia”.

Suarez non è arrivato ieri a Bruxelles. Dopo un triennio al Belgrano s’è trasferito all’Anderlecht nel 2008. Da allora è sceso in campo già 170 volte, ha segnato quasi cinquanta gol, ci ha vinto quattro volte lo scudetto. Non è neppure un mingherlino, essendo un pennellone di 182 centimetri d’altezza. Però ‘sti terroristi fanno paura anche a lui, tra i beniamini del pubblico dello stadio Constant Vanden Stock. E nello spogliatoio, il sospetto di un’azione sanguinosa c’era già.

Così come ripreso dai media di mezzo mondo, Suarez ha sussurrato: “A Bruxelles c’è un quartiere dove notoriamente risiedono molti jihadisti, assieme ad altre persone coinvolti in situazioni losche, cattive. Ieri ero veramente spaventato. Il mio primo pensiero è stato quello di chiamare mia figlia, per avere sue notizie.Purtroppo, devo ammettere che parlando con mia moglie, ed anche con i miei compagni di squadra, avevamo già ipotizzato una tragedia simile, visto l’alto numero di terroristi che stanno qui in Belgio”.
Non li pagano certo per fare gli eroi, dicevamo. E nemmeno per scendere in piazza coi gessetti ad ascoltare il Bach dei pacifisti a tutti i costi. Sono uomini anche loro e hanno paura di trovarsi in mezzo a una guerra infame. Infame perchè è lotta senza onore dal momento che i terroristi se la prendono con i civili, con le vecchiette, con i bambini, con gli operai, con le impiegate, con gli studenti, con le parrucchiere, accecati dal nichilismo guercio della bestia.

 

Suarez, probabilmente, andrà via. E qualcuno già adesso parla di facile vittoria del terrore. È, del resto, nella ragione sociale stessa del fenomeno quella di incutere paura e panico, far scintillare il terrore nell’anima di tutti, anche dei calciatori. Però le responsabilità non possono essere certo di un calciatore che, uomo tra gli uomini, cerca la via giusta per difendere se stesso e la sua famiglia.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Gasperini ovvero l’architetto degli esterni

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(Barbadilloit) – Ci fosse una Bauhaus del pallone, allora Gian Piero Gasperini sarebbe Walter Gropius. Uno che disegna e ridisegna il calcio con la matita, modella squadre, che adatta, aggiusta, rifinisce, cercando la perfezione, provando ad andare oltre il presente, partendo dal 3-4-3: «A metà degli anni Novanta allenavo le giovanili della Juve. Usavo il 4-3-3 ma in Italia il 90% era 4-4-2, era tutto uno scimmiottare Sacchi. In Europa invece l’Ajax era fantastico, giocava 3-4-3 e i calciatori ballavano. Dopo averli visti, mi sono stufato e mi sono messo anche io a tre dietro. I due attaccanti avversari non vedevano palla, avevamo il possesso del gioco». E quando non riesce ad avere quel possesso del gioco, cambia, come raccontò José Mourinho: «Gasperini è l’allenatore che mi ha messo più in difficoltà. Io cambiavo, lui si adattava». È come se avesse un politeismo febbrile che applica al calcio, mostrando uno spirito superiore rispetto alle sciocchezze che lo circondano e agli sciocchi che lo sporcano. Per questo, solo lui, poteva spiegare pacatamente che il tifo può anche uscire dalla volgarità ossessiva che lo governa: «posso dire che ho un concetto dei tifosi del Genoa molto più alto che di tre, quattro elementi che contestano. Io sono uno che sta male quando perde il Genoa, invece evidentemente c’è gente come Traverso, Cobra, Leopizzi, che è contenta se il Genoa perde e queste sono cose che mi fanno arrabbiare. Non posso andare ad allenare con la scorta della Polizia». Ma a Genova ha fatto anche altro – oltre a mostrare il bel gioco – inaugurando l’anno accademico con una lezione sulla simmetria dal campo di pallone alle legioni romane che partiva dalla maglia del Genoa: «Non esiste nel calcio niente di più simmetrico. Due metà perfette, una rossa e una blu. Non a caso, è la maglia più bella di tutte»; passava per la battaglia di Canne: «Una partita di calcio non è una guerra, ma anche in questo caso ci sono una fase difensiva ed una d’attacco. E dunque l’arte della guerra certamente qualcosa agli allenatori ha insegnato»; e che finiva col tradimento proprio della simmetria che è «una garanzia per difendersi ma sei vuoi vincere le partite devi attaccare, se non scompigli un po’ il campo rischi di diventare prevedibile e facilmente neutralizzabile. Io per carattere alle mie squadre chiedo di essere poco simmetriche e molto imprevedibili». E imprevedibile è il suo stare in panchina, nonostante passi per secchione e dica di ripetersi da anni: «Oltre l’80 per cento del lavoro che faccio oggi è lo stesso che facevo coi ragazzini. Cambiano solo dosi e difficoltà», si vede che quel 20% di innovazione ogni anno lo porta fuori dalla preferibilità. Possiamo dire che il suo rimpianto come calciatore – quando giocava al Pescara – fu colpire involontariamente Maradona sul labbro, e quello come allenatore – che divide con gente di lusso – è l’Inter, dove non ha avuto il tempo di passare il prevedibile perché l’imprevedibile ha preso il sopravvento e somigliava a una disfatta. Era la sua occasione, la grande squadra che non si aspettava – lui voleva la Juventus, dove è cresciuto –, in mezzo può raccontare di aver trovato il posto che tutti cerchiamo e che ci rende speciali. Anche a Palermo non è andata bene, ma brucia di meno. Sembra che lontano da Genova, il gasperinisimo non funzioni, e venga aggredito da grossolanità, avversato, non creduto e soprattutto non aspettato. La difesa a tre diventa un onanismo calcistico, il suo chiedere di pressare sempre una ossessione effimera. E il Genoa, una squadra lontanissima, dove ha creato gioco, estetica e ali offensive che, quasi per una legge fisica, lasciata la maglia del Genoa non funzionano, o comunque in assenza dell’architetto Gasperini perdono geometria, forza, velocità; durante le due parabole gasperiniane, abbiamo visto apparire e sparire Giuseppe Sculli, Rodrigo Palacio, Iago Falque e Diego Perotti – prima devono imparare a difendere. Ora Cerci si è sottoposto alla cura nella speranza di ritrovar se stesso. Perché Gasperini è così: un rigeneratore prima ancora di essere un creatore. «Gasperini è stato il mio maestro. All’inizio non è stato facile, giocavo da esterno e non mi piaceva. Poi mi ha insegnato a marcare meglio, a correre sulla fascia e poi attaccare. Tutte cose che non avevo mai fatto in carriera», dice Rodrigo Palacio. Tutta l’architettura calcistica di Gasperini passa per l’esterno. È dall’esterno che costruisce squadre e giocate, azioni e vittorie. «Col pressing che ti impone di uscire dalla propria linea difensiva per andare a caccia del pallone. Un allenatore deve fare delle scelte: aspettare il nemico chiuso dentro il castello oppure uscire con un’azione di disturbo e poi rientrare velocemente dentro le mura. Io dico sempre che se sai difendere non perdi, ma per vincere bisogna attaccare», ovviamente dall’ultima frase si capisce che ha letto “L’arte della guerra” di Sun Tzu: «un libro sulla guerra, ma anche qualcosa in più. Interpretando questa filosofia orientale ci si accorge subito che insegna ad affrontare le situazioni della vita di tutti i giorni e pure, spesso, quelle che offre una squadra di calcio». Quando era al Crotone in serie B, proprio queste competenze tattico-guerriere lo portarono a insegnare nel corso per allenatori della FIGC. Nessuno mette in dubbio il suo metodo, il suo modulo, e la sua grandezza, ed è quasi sempre bello da vedere il suo Genoa, anche quando perde. Però è costretto a sfuggire dal pregiudizio che il suo mondo cominci e finisca al Luigi Ferraris.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Calcio. Gli ultras della Lazio e l’omaggio a Jan Palach prima della sfida di Praga

lazio-tifo-praga(Barbadilloit) – Arrivare nel cuore della Mitteleuropa per una partita di calcio. Arrivare a Praga per seguire la squadra del cuore senza trascurare i “doveri” di ospitalità: i circa 1500 tifosi al seguito della Lazio, impegnata per l’Europa League sul campo dello Sparta, si son dati convegno a Piazza Venceslao davanti alla statua dedicata alla memoria di Jan Palach, il patriota cecoslovacco che proprio in quella piazza s’immolò tra le fiamme contro il moloch dell’oppressione sovietica.

 

Nonostante fossero stati altri i posti “assegnati” alla tifoseria per il rendez-vous pre-gara, i laziali hanno lo stesso omaggiato Palach e, ad onta dei parrucconi che già sognavano un nuovo caso Varsavia, non è successo niente di niente. Accanto ai biancocelesti partiti dall’Italia, sono arrivati anche i gemellati del Levski Sofia. Ecco, forse, quello che è successo: il consolidarsi di un’amicizia sullo sfondo del giusto rispetto alla storia dei luoghi che li ospitano.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Premier. Il Leicester di Ranieri primo (+8) con l’Italian style

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(Barbadilloit) – A sette gare dalla fine della Premier, il Leicester di Claudio Ranieri ha consolidato il proprio primato vincendo uno a zero in casa del Crystal Palace. Il sogno delle Foxes inizia a materializzarsi grazie ad un provvisorio +8 sulla seconda, il Tottenham di Pochettino (domani in campo con l’abbordabile il Bournemouth). Di fatto la squadra allenata dal tecnico italiano ha compito il miracolo di arrivare a conquistare già un posto in zona Champions. Per completare l’opera deve mantenere questo ruolino marcia

Intanto a Selhurst Park il Leicester ha conquistato una vittoria al termine di una gara intensa e sofferta, sbloccata al 34′ con Mahrez: il fantasista algerino ha segnato appoggiando in porta di sinistro l’assist di Vardy, bravo a smarcarsi sulla sinistra e a mettere in area un pallone molto pericoloso. Nella ripresa l’undici di Ranieri si è difeso con tenacia e un approccio all’italiana, riuscendo a mantenere il risicato vantaggio che ha estasiato i tifosi delle Volpi.
Pari nel derby londinese tra Chelsea e West Ham: gli hammers due volte in vantaggio, due volte raggiunti (all’89’ da Fabregas su rigore).

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

La Juve sfiora l’impresa a Monaco, il calcio italiano non è più ai margini d’Europa

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(Barbadilloit) – La Juve è fuori, viva la Juve. All’Allianz Arena i campioni d’Italia hanno sfiorato l’impresa e si possono giustamente fregiare del merito d’aver perso una partita contro una squadra di marziani con la complicità di un arbitro ipermetrope, tanto da annullare un gol (quello di Morata, che avrebbe stroncato definitivamente il Bayern col zero a tre) palese regolare. Tuttavia è ormai fatta e non si può piangere sul latte versato.

C’è da sottolineare che, però, la Juventus che s’è presentata a Monaco era incerottata, sfasciata e resa orfana di talenti dagli infortuni capitati a Dybala, per esempio. Ma pure a Marchisio. Forse per scaramanzia, tutti gli juventini che conosco avevano cominciato ad alzare bandiera bianca prima di giocarla. Poi stava succedendo il miracolone. Attenzione, ma sarebbe stato davvero un miracolo?

Forse è ora che il calcio italiano esca dal rango provinciale che s’è cucito addosso. La Roma spallettiana ha dimostrato di portersela giocare con i galattici del Real Madrid, la Juventus ha fatto spaventare i valorosi eroi di Pep Guardiola. E, sicuramente, ci sono squadre di livello che debitamente impegnate non avrebbero certo sfigurato a cominciare da Napoli e Fiorentina, nonostante le debacle che l’Europa League – trattata a stregua del vecchio Intertoto ormai – ha riservato loro.

La Juve dà ragione a Spalletti, che pur parlava della sua Roma dopo il Real. In soldoni, saranno pure belli i complimenti ma è come crogiolarsi su se stessi, felici e contenti. Di aver perso. Il Leicester di Ranieri ce lo sta dimostrando: i miliardi non giocano. Nonostante tutto.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)