Addio a Sibilia, che quel giorno portò Juary da Cutolo

juary-cutolo-sibilia-neccoNon è certamente passata inosservata la morte di Antonio Sibilia, storico presidente dell’Avellino. Ricoprì la massima carica dal 23 ottobre 1970 per cinque anni. In questa prima fase ottenne un’ avvincente promozione in serie B dopo un duello a distanza con il Lecce e con Tony Giammarinaro in panchina.
Tornò nel 1981, contribuendo q quello che ancora oggi è conosciuto come il Grande Avellino, con Vinicio alla guida tecnica e i vari Juary, Tacconi, Vignola, Piga, Di Somma in campo, lasciando il posto di comando nel giugno 1983 a causa di vicende giudiziarie che lo tennero per lungo tempo lontano da Avellino e alla conclusione delle quali volle tornare al suo posto. Nuovamente presidente negli anni Novanta trovò un calcio profondamente cambiato, gestito da procuratori sportivi e diritti tv, ma riuscì comunque ad adeguarsi ai tempi riportando in B nella stagione 1994-‘95 un Avellino che era intanto scivolato in serie C con una disastrosa situazione finanziaria. La sua uscita di scena dal calcio, per sempre, nel luglio del 2000.
Sibilia, che contribuì a scrivere la storia del calcio italiano dei mitici anni Ottanta, portando la provincia ad essere terribile nei confronti dei ben più quotati club delle grandi città, divenne famoso non solo per aver formato il trio dei presidenti “ruspanti” insieme a Costantino Rozzi (Ascoli) e Romeo Anconetani (Pisa), ma soprattutto per aver portato in Italia Juary, che celebrava ogni gol realizzato danzando come un indemoniato attorno alla bandierina. L’ attaccante cresciuto nel Santos, imparando l’arte dell’attaccante niente poco di meno che da Pelè, divenne una piccola star del nostro campionato.
Ma fu anche protagonista di un episodio che allora fece clamore, insieme proprio a Sibilia, sempre in difficoltà quando si trattava di usare la lingua italiana, con frasi ed espressioni alquanto “colorite”.
Il 31 ottobre del 1980, Sibilia andò a prendere Juary, gli fece saltare l’allenamento previsto, e lo portò a Napoli. Insieme andarono in tribunale dove si stava celebrando l’udienza di un processo che vedeva tra gli imputati Raffaele Cutolo, il don Raffae’ della Nuova camorra.
Sotto lo sguardo incredulo di giornalisti, forze dell’ordine e magistrati, Sibilia si avvicinò alla gabbia in cui era detenuto “o professore”e lo salutò con tre baci sulle guance, per poi scambiare con lui un paio di chiacchiere cordiali. Poi diede spazio a Juary, il suo pupillo, che si avvicinò alle sbarre consegnò al boss un pacchetto, ovvero una medaglia d’oro da 70 grammi; su una faccia era raffigurata la testa di un lupo, simbolo della società irpina, e sull’altro c’era una dedica: “A don Raffaele Cutolo, con stima”.
“Niente di strano, tranquilli. Cutolo è un supertifoso dell’Avellino; il dono della medaglia non è una mia iniziativa, è una decisione adottata dal consiglio di amministrazione”, spiegò Sibilia.


Dell’episodio se ne interessò subito la magistratura, con il sostituto procuratore Diego Marmo, ma prima di lui a cercare di vedere chiaro tra i legami tra la proprietà dell’U.S. Avellino e la Nuova Camorra Organizzata era stato Luigi Necco, giornalista della Rai e inviato proprio nel capoluogo irpino per la trasmissione 90° Minuto di Paolo Valenti.
Prima ancora dell’omaggio ufficiale a Cutolo, il cronista iniziò a interessarsi degli strani legami tra la società avellinese e la potente organizzazione camorristica. Ne parlò anche in un’inchiesta in sei puntate per la Rai, in cui ricostruisce la storia dell’amicizia tra il commendatore irpino e il boss di Ottaviano, riportando le voci legate al calcio scommesse e alle truffe legate agli appalti.
Poco più di un anno dopo, il 29 novembre 1981, Necco venne gambizzato con tre colpi di pistola a Mercogliano, alla periferia di Avellino, all’uscita del ristorante in cui si recava prima di ogni partita. “Tu vuliv’ fa o criticone?”.

 

(mbocchio)

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