L’Haka sacrilega del Milan: Savicevic non l’avrebbe mai fatto

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(Barbadilloit) – Si sta facendo gran parlare dell’Haka milanista, inscenata a uso pubblicitario di una notissima marca di cosmetici da uomo. Dalla Nuova Zelanda è partita una gragnuola di critiche che avrebbe annichilito persino il Balotelli più strafottente ma non è di questo che si deve parlare qui. Gli zelandesi sono incazzati perchè un loro simbolo tradizionale è stato violentato per farne un Carosello, venuto (peraltro) non proprio benissimo. Quanto è successo, però, è segnale di un altro caos che nessuno vuole ammettere: il Milan è finito perchè un certo pallone non rotola più, impastoiato com’è tra impegni pubblicitari e necessità di far cassa.

Ve li immaginate Van Basten e Gullit, Savicevic e Weah, Baresi e Costacurta a mamozziare in mezzo al campo, imitando la danza sacra dei Maori da questi imposta al mondo prima di ogni sacrosanta partita di rugby? No, perchè loro, la loro cultura e quella del Milan, non c’entrano una mazza con i singulti virili di omaccioni baciati dalla Croce del Sud.

Ma ve lo immaginate Luther Blisset costretto a ballare il sirtaki da una marca di yogurt greco? Ce li vedreste Rijkaard e Oliver Bierhoff a zompettare una Tarantella perchè sia fatta la volontà della pasta che scuce i soldi? Un po’ di rispetto, diamine! Per le “cose” degli altri e (diciamolo sommessamente sennò acchiappiamo il Daspo) per la maglia e la sua storia!

E allora quindi perchè proporla, oggi, con una squadretta di figuranti? Nuoce pure alla pubblicità stessa dato che l’iniziativa ha avuto sui social solenne bocciatura, chissà perchè. Il motivo sta nel fatto, semplice, che ogni persona di buon senso conosce: prendere “pezzi” di tradizione altrui e calarli in contesti differentissimi è funzionale solo a due cose. La prima è la logica del Circo Barnum: guardate i barbari che fanno, addolcita oggi dal lessico buono e dal virus dell’altruità o magari da una sincera ammirazione. La seconda è la dottrina dell’insaponamento ai fini di vendita, della manciata di polvere magica gettata negli occhi dell’auspicato cliente, dell’ammiccamento.

La seconda via è stata quella scelta dal Milan degli sbarbati e gli dèi del calcio l’hanno punito con il pareggio pessimo estorto dal Carpi. Spesso abbiamo detto che il calcio è metafora del reale, ebbene lo scimmiottare atteggiamenti altrui, senza aver considerazione per la spiritualità (che non va confusa per forza con religiosità ma va messa in parallelo a concetti tradizionali) per “vendere” è tratto peculiare del mondo cosiddetto “libero” e “sviluppato”.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

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