Sansonna: “Zeman l’inattuale, una vita contro il conformismo nel calcio”

Zeman-620x380(Barbadilloit) – Abbiamo assodato che il calcio moderno sembra non piacere più a nessuno, per mille ragioni differenti. Alcune giuste, altre sacrosante, certe incomplete, qualcuna meramente retorica. Però quello che sappiamo e non ci ammettiamo è che nel pallone mancano, oggi, personaggi irregolari, affascinanti, che sappiano andare controcorrente rispetto alle frasette di circostanza o ai twit di autoincensamento. Al calcio mancano gli Zeman. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sansonna, astigiano, regista, documentarista, scrittore e autore televisivo che al Boemo (e a una sterminata pattuglia di eversori del conformismo) ha dedicato grandissima parte della sua vita professionale. E che ha scritto e diretto “Zemanlandia”.

Zeman e Milian, Carmelo Bene. E Pino Daniele. Cosa li unisce?

A me piace l’irregolarità rispetto a un canone condiviso. Sono tutti, a loro modo, degli irregolari. Li ho osservati da documentarista, parliamo di esistenze complesse e capaci di prendere direzioni completamente diverse nella loro stessa vita, alla don Chisciotte. E come il cavaliere di Cervantes è stato Zeman nel contesto di un feroce conformismo quale è quello del calcio italiano.

Il calcio può essere considerato come un linguaggio?

Sì, il calcio è linguaggio, indubbiamente. E non lo scopro io, questa era già una considerazione di Pier Paolo Pasolini. Di sicuro, nel corso del tempo, il pallone ha assunto la forma di un linguaggio e Zdenek Zeman ne ha fornito una sua versione, meravigliosamente in controtendenza rispetto alla direzione che intanto il football andava prendendo.

 

Cioè? Con quale accento Zeman declina il linguaggio del pallone?

Zeman ha seguito sempre la via dell’educazione dei calciatori che gli erano affidati e del divertimento del pubblico nell’ottica di uno sport percepetico come correttezza e con la responsabilità di non risparmiarsi mai, da un lato e dall’altro di non cedere alla tentazione delle facili scappatoie, tipo il doping. Perciò il suo è calcio inteso come dispendio totale di energie, senza risparmio. Il patto con il pubblico è quello di non lasciarlo mai annoiare, dello spettacolo garantito, di evitargli partite bloccate. E sempre lo ha onorato. Ed è per questo, credo, che nonostante un palmares non troppo ricco ha raccolto stima e affetto trasversali. Lui non è un allenatore vincente, ma è di fatto, molto più amato di altri che pur avendo vinto molto più di lui rimangono indifferenti al giudizio e al cuore del pubblico. Raggiungere una finale a Lugano, con Zeman, rischia d’esser più esaltante di tante altri finali.

Zeman s’impone all’attenzione d’Italia col Foggia che domina la serie B nel 1990-91. Da allora a oggi, e son passati 25 anni, il calcio come è cambiato?

Innanzitutto è molto più difficile oggi che una pattuglia di giovani possa avere quell’impatto che ebbe Zemanlandia sul calcio italiano degli anni ’90. Basti pensare solo al fatto che c’è molto più denaro nel calcio di oggi rispetto a quello d’allora. Ma c’è anche altro. E riguarda la svolta della panchina, lo iato che esiste tra allenatori e “gestori”. L’allenatore, come lo è Zeman, vuole plasmare e far crescere i calciatori, inserirli in un contesto sportivo e umano coerente. Il gestore è invece quello che deve passare il tempo a convincere i suoi ad allenarsi. Oggi, nel calcio in cui il collettivo non è più decisivo perchè basta l’estemporaneo colpo di classe del campionissimo per togliersi d’impaccio – si cerca più il gestore che l’allenatore, c’è stata quella mutazione per cui – come racconta Ibrahimovic nel suo libro – Thuram sbaglia un movimento sul corner in Champions League, la Juve prende gol e Capello lo aspetta negli spogliatoi per distruggerlo davanti a tutti. La paura come chiave di gestione del gruppo a Zeman non si addice. Lui, nella sua utopia, vuole essere un padre per i suoi uomini attraverso lo sport e, soprattutto, li vuole amici magari anche fuori dal campo.

Il collettivo prima dei singoli, oggi è veramente qualcosa fuori moda.

La rivoluzione di Zeman è stata anche questa. Quel Foggia, facendo gruppo, nascondeva i pur minimi difetti dei singoli. Risultando una corazzata sostenuta dal tifo indiavolato della bolgia dello stadio Zaccheria dove, nei primi venti minuti fosse stato pure il Barcellona di Messi e Suarez, gli avversari non riuscivano a capire proprio niente. Il Milan di Sacchi – un altro che sul collettivo c’ha puntato molto – più che una squadra originale sembra il Foggia zemaniano, in versione extralusso però.

Zeman è però personaggio che va oltre il calcio.

Sì, emana una grande forza attoriale. “Si vede che non c’è bisogno di allenatori”, disse parlando con Casillo durante le riprese di Zemanlandia. Una chiusura perfetta, da cinema d’altri tempi. Eccezionale. Ai tempi di Foggia, proprio con Pasquale Casillo faceva una coppia tanto interessante quanto divergente. Casillo è stato tutto quanto ci possa collegare al mondo cinematografico di Scorsese, Coppola. Zeman, invece, è tutt’altro, silenzioso e impassibile è simile in tutto e per tutto ai personaggi di Aki Kaurismaki, quelli che – seppure gli cadesse una casa addosso – si scosterebbero giusto un po’ più in là a scrollarsi di dosso la polvere. Eppure fu grandissima sintonia, furono due strade per raccontare il mondo visto da Sud. Cosa che si incarna nell’impresa di battere, allo Zaccheria, la Juventus del Trap schierando – tra gli altri – un giovane sconosciuto e di melodia meridionalissima come Sciacca.

Qualcuno lo considera un mito…

E forse sbaglia. C’è una grandissima differenza che intercorre tra mito ed esempio. Più o meno la stessa che passa tra sentimento e sentimentalismo, gravissimo vezzo che in Italia ci portiamo dietro. Il mito è, sostanzialmente, un santino inoffensivo. L’esempio è tutt’altra cosa. E Zeman come esempio si è posto, nelle sue battaglie per cambiare le cose nel mondo del calcio. Come tutti i paladini della giustizia, il destino che gli è toccato è stato quello della “scomparsa”. Ovviamente, non fisica come purtroppo accade a grandissimi esempi quali Falcone e Borsellino. Gli è toccato in sorte di veder svanire le credenziali per allenare ad alti livelli, ha dovuto partire e ripartire dalla provincia.

Ma sentimento e sentimentalismo che c’entrano?

C’entrano eccome perchè se sentito davvero la volontà e la necessità di cambiare il calcio, di accompagnarlo fuori dalle farmacie se davvero avessero voluto seguirlo ed ascoltarlo, Moratti se lo sarebbe preso all’Inter a suo tempo. E Pallotta, che pur concionava di calcio pulito, l’avrebbe difeso, creandogli attorno una struttura capace di sostenerlo. Invece hanno vinto quelli che si ammutinavano ai celeberrimi gradoni, quelli che si mettevano in malattia e quelli che restavano bloccati sul Raccordo Anulare. E invece è andata diversamente. Per dirla con De Gregori, “gli fecero un monumento per dimenticarlo più in fretta”. Questo è il sentimentalismo.sansonna

Per il calcio non va bene, dicono, perchè è un “uomo contro”.

No, tutt’altro. E lui lo dice di esser persona che propone linee e motivi nuovi, anche sui temi scottanti del pallone come, su tutti, quello del doping. Ma non è il Savonarola che la stampa italiana – spesso alla ricerca del titolone facile – ha dipinto. Zeman non ha mai voluto essere la gettoniera degli scoop e in tanti hanno approfittato del fatto che rispondesse, sempre, con arguzia e immediatezza a tutte le domande. Però, forse, veniva più facile raccontarlo così.

Possiamo dirlo che Zeman è un inattuale?

Sì. Assolutamente. Oggi gli allenatori vanno e vengono, oggi sono re e domani vengono mandati via e dopodomani già nessuno li ricorda più. Zdenek Zeman, invece, te lo ricordi sempre. Comunque sia andata, comunque vada.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Il tackle di Claudio Gentile, la beffarda gaffe di “Gheddafi” per il quieto vivere Fiat

gentile-maradona(Barbadilloit) – Claudio Gentile è una leggenda. Colonna antica del pallone bello di tanti anni fa, faceva lo stopper della Juventus e giocava accanto a Gaetano Scirea, libero. Stopper e libero, cinque e sei: cose perdute, ormai, al tempo delle magliette personalizzate, e dell’anonimo lessico del difensore centrale. Lo chiamavano Gheddafi, perchè figlio italiano in terra di Libia. E sembrava quasi un controsenso, feroce per lui che da quella zolla fu cacciato, insieme alla famiglia, proprio dal colonnello.

Claudio Gentile è tignoso, non per niente – al Mundial ’82 – fu capace di farsi schermo e roccia contro l’astro nascente dell’Argentina, Diego Armando Maradona. A breve uscirà la sua autobiografia, che si attende con l’ansia consueta. E nel frattempo, alla Gazzetta dello Sport, rispolvera il tackle scivolato. E racconta il destino dell’idiosincrasia con Gheddafi, senza mezzi termini.

“Un incubo. Odiavo Gheddafi e dovevo accettare quel soprannome solo perchè era un’azionista della Fiat. Caminiti, il giornalista che aveva avuto quell’idea, pensava di farmi un favore. Era un dispetto”.

Odio che nasconde una storia drammatica e personale.

“Quando non era capo di Stato, Gheddafi era già un bel prepotente. Pascolava un gregge e i suoi animali entravano sempre nella proprietà di mia mamma. Lei gli urlava e lo cacciava. Gheddafi aveva una Fiat 124 e la portava a fare il tagliando in officina da mio zio: quando decise di mandarci via non ebbe compassione per nessuno”.

E pensare che quel nomignolo l’aveva coniato per lui il grandissimo Vladimiro Caminiti e, per giunta, per fargli piacere. E dovette tenerselo, perchè il mondo si sa come gira: Gheddafi era amico dell’Avvocato, teneva i soldi investiti in Fiat e mica si potevano piantar grane.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Premier. Un tetto per il costo dei biglietti in trasferta, il modello inglese ora ascolta i tifosi

without-fans(Barbadilloit) – Il modello inglese che ci piace è quello che, qualche giorno fa, ha deciso di sospendere il vergognoso aumento dei prezzi dei biglietti allo stadio. Almeno per i tifosi ospiti, ogni tagliando non potrà costare più di trenta sterline, suppergiù una quarantina d’euro. Ciò che ci piace è il fatto che, deposta la spocchia, i club si son seduti ad ascoltare le ragioni dei tifosi. Una volta tanto.

Tutto è cominciato quando i tifosi del Liverpool hanno minacciato un clamorosissimo sciopero. E contro il Sunderland, al 77esimo minuto, gli innamorati del Liver Bird hanno lasciato Anfield Road, cantando. Le società, che negli anni hanno cominciato a spremere i calciofili manco fossero limoni, hanno acconsentito a calmierare i costi dei biglietti. Almeno in trasferta. Non è tantissimo, ma già è qualcosa.

https://www.youtube.com/watch?v=_SQiZCnge6Q

Ovviamente i dirigenti non fanno mai niente per niente, specie in Inghilterra. Senza tifo, le partite perdono fascino. Immaginatevi, per esempio, Boca-River con la Bombonera deserta. Non sarebbe molto di più di un Arzanese-Viribus Unitis, con tutto il rispetto. E senza atmosfera, il prodotto non vende, le tivvù non cacciano i soldoni dei diritti e la gente disdice gli abbonamenti. Chi il calcio lo vive sulle gradinate, ‘ste cose le deve sapere. Perchè “gioca”, evidentemente, anche lui.C’è pure altro. È dovuto intervenire il primo ministro David Cameron per tentare una mediazione. E questo modello inglese, con la politica che non demonizza, in automatico, le istanze dei tifosi ci piace. Quanti partiti hanno lucrato sull’emarginare curve, gruppi, ultras e non. Andare in curva, in troppi ambienti, sembra un’ammissione di una qualche colpa severa.

Dall’Inghilterra, di cui abbiamo importato solo il peggio e il monetizzabile, arriva una nuova storia sul caso del “modello”. Ascoltare i tifosi si può, non è peccato e poi ci sono soldini da perdere o guadagnare. Magari, pure a Roma.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Edwin Van der Sar (dopo il ritiro) torna a giocare a 45 anni

maxresdefault1Alla bellezza di quarantacinque anni, il portiere olandese Edwin Van der Sar torna a giocare a calcio e lo fa ripartendo da dove aveva cominciato. Sabato prossimo esordirà con il VV Noordwijk, la squadra di quarta divisione dove era cresciuto prima di approdare all’Ajax.

“Edwin porta ancora il Noordwijk nel cuore, viene ancora qui regolarmente. Gli abbiamo chiesto la disponibilità di giocare e lui dopo un momento di riflessione ha accettato. Siamo felici che voglia darci una mano”: questo il racconto di Pieter Vink, dirigente del club. L’ex numero uno della nazionale olandese sostituirà l’infortunato Mustafa Marezine, portiere titolare.

(Barbadilloit) – Van der Sar, che in carriera ha vestito le maglie di Ajax, Juventus (dal 1999 al 2001), Fulham e Manchester United, ha vinto 28 trofei, tra cui due Champions Legaue (con l’Ajax nel 1994-95 e con lo United nel 2007-08). Si era ritirato all’indomani della finale di Champions 2011, persa a Wembley contro il Barcellona di Guardiola.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

StorieDiCalcio. Maran le tavole tattiche e il vino di Hemingway

Maran(Barbadilloit) – Rolando Maran il dispensatore di Tavole tattiche. Come il José Arcadio Buendìa di Gabriel Garcia Marquez in “Cent’anni di solitudine”, rinomina spazi e posizioni per non perderne la memoria, così ha uno spogliatoio zeppo di tavole che raffigurano il cosa fare del campo e del pallone. In più, è uno stabilizzallenatore, che ogni squadra vorrebbe. Unisce alla tattica e alle tavole divulgative, una passione che gli viene dalla sua biografia, guida il Chievo dove è cresciuto ed ha giocato, da capitano, quindi è annodato alla storia della squadra: «Io e il club abbiamo debuttato insieme fra i pro’, nella vecchia C2. Sono rimasto nove anni. Venivo dal Benacense Riva, prim’ancora dalla Primavera del Trento. Siamo saliti in B con una partita memorabile a Carrara all’ultima giornata. Poi Valdagno, Carrarese, Fano: la mia vita calcistica sta tutta qui. Ero un difensore muscolare, l’avvento della zona mi ha aiutato a leggere le partite. Sono diventato allenatore convinto dai miei ultimi tecnici: Silvio Baldini mi ha voluto con lui, sempre al Chievo, ho cominciato qui». A guardare il suo contratto, prima ancora del cammino in campionato, sembra che sia un investimento a lungo termine che il presidente Campedelli (che conosce da anni, e col quale ha un rapporto privilegiato) ha fatto con un tre più due, una era per il calcio di oggi. Maran da stopper si porta dietro quella timidezza che diventa durezza, fino a raggiungere il ruolo scostante in un mondo di intrattenitori. Figlio di una casalinga e un piccolo imprenditore, suo padre aveva una ditta edile di pitture e rivestimenti, dove avrebbe giocato titolare se non avesse seguito tutto quello che rotolava: «Ho giocato anche a pallavolo, ma senza speranze. Poi il calcio ha avuto la meglio. Da grande mi sono appassionato allo sci». Il calciatore che gli ha passato la voglia di correre dietro al pallone è stato Gianni Rivera, anche se a lui è capitato di dover inseguire e marcare Roberto Baggio, evoluzione del mito Rivera. «Voglio un calcio propositivo. Mi piace l’aspetto offensivo, forse perché ho fatto il difensore. Voglio che la squadra sia artefice della propria prestazione. Chiedo aggressività. L’approccio deve essere forte, per esaltare le qualità».

È un amante della lentezza, sa che si vive di lenta costruzione, forse perché ha una grande forza interiore e la Bibbia sempre sul comodino, non a caso il suo motto è di David Livingstone, missionario e medico: “Sono pronto ad andare ovunque, basta che sia in avanti”. È arrivato a 49 anni in serie A, col Catania (stabilendo il record di punti della squadra nella massima serie), anche se la meritava da tempo, «Non ho mai capito il guardiolismo, la moda di fare tutto in fretta», anche se dovrebbe sapere che – soprattutto in Italia – c’è stata una deriva del fenomeno.

Maran è uno che si fabbricato da solo, con una concentrazione su ogni dettaglio delle fasi di gioco, «Ho costruito tutto sul lavoro: posso vincere o perdere, ma sono sempre in pace con me stesso. Alleno a porte aperte, uso i rilevatori gps, non i droni, bastano le telecamere fisse», la sua tesi a Coverciano era sul posizionamento della difesa sui calci d’angolo. Un manifesto programmatico della sua attenzione. Umano troppo umano, Maran, appare come un allenatore a una dimensione tutto concentrato sul campo e le partite, anche perché non vuole sprecare la sua occasione. «Sono un allenatore leale, schietto. Do rispetto e lo pretendo, altrimenti mi irrigidisco. Fatico a vedermi come personaggio». Con questo schema tattico, riassumibile nel principio: rimani te stesso. «Noi allenatori siamo minati e ci chiudiamo per autodifesa, in un ambiente che cerca sempre il caso, il dettaglio poco limpido. Siamo umani, possiamo sbagliare una mossa senza che ci sia un retroscena eclatante. Ma se poi ammettiamo l’errore, l’atto di colpa e di sincerità diventa un segno di debolezza». Quando gli chiedono del modulo viene fuori una risposta da psicanalisi, perché dice che è «qualcosa di coraggioso, per come recuperiamo palloni nella metà campo avversaria. Possesso palla e pressing alto, completano il carattere del modulo che è la proiezioni di quello che non potevo fare da calciatore». Quando invece gli chiedono del carattere della sua squadra, Maran apparecchia con il suo vino preferito: il Valpolicella Ripasso «né da guida Michelin né da tavola, ma un vino di qualità, con il giusto equilibrio, che si fa apprezzare. Come il mio Chievo», che era il vino che stava sul comodino di Ernest Hemingway (forse Maran non lo sa), “Dry, red and cordial, like the home of a brother one gets on with”, scriveva, anche se il Ripasso che piace a Maran, è una tecnica moderna che allo scrittore americano non sarebbe piaciuta: troppa confezione. Che poi è lo stesso processo estetizzante apportato da Maran rispetto ai Chievo del passato, nemmeno la squadra che fu di Delneri giocava con l’intensità di quella di oggi. Maran è un rifondatore, che ha recuperato gli insegnamenti dei padri (Delneri, appunto) ed ha apportato una svolta che produce passi in avanti (come insegna il suo Livingstone) e in classifica, trasformano l’utopia in chance.

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Morto Gino Corioni, storico presidente del Brescia: portò alle Rondinelle Baggio, Guardiola e Hagi

Empoli-Brescia Calcio Serie B Play Off

 

È morto a Brescia all’età di 78 anni Gino Corioni. Avrebbe compiuto 79 anni a giugno. Corioni è stato presidente delle rondinelle per 22 anni acquistando la società nel 1992 e lasciandola al termine della stagione 2014 con il commissariamento da parte di Ubi Banca. corioni_hagi_raduLascia la moglie e cinque figli. Sotto la sua presidenza sono passati da Brescia giocatori del calibro di Hagi, Baggio, Guardiola e tecnici come Lucescu, Mazzone e De Biasi.f61b0ca4b10604a2b33d0eb56663fbab.jpg--morto_gino_corioni_ex_presidente_brescia

BAGGIO «Il primo pensiero è stato: è uno di quei giorni che non vorresti mai arrivasse. È una giornata triste» sono queste le parole di Roberto Baggio alla notizia della morte di Gino Corioni. «Siamo certi, per il bene che Gino Corioni ha fatto al Brescia, per la passione e l’amore uniti ad una competenza rara nel calcio, che sicuramente andrà in Paradiso e organizzerà una squadra anche lì» è il pensiero di Roberto Baggio condiviso con il suo procuratore Vittorio Petrone. «Come diceva Gino, avendo fatto tanti errori, in Paradiso ne farà di meno. Corioni era guidato da un’infinità passione. Impossibile che Brescia e il Brescia possano avere nuovamente un presidente come Gino Corioni». Baggio e Petrone hanno poi aggiunto: «È stato un piacere lavorare con lui, è sempre riuscito a trovare un modo di regalare un sorriso anche nei momenti più difficili». Baggio era arrivato a Brescia nel 2000 quando era senza squadra: «Saremo sempre grati per aver compreso che Roberto poteva dare ancora tanto al calcio e Roby ha fatto di tutto per onorare il suo sacrificio. Grande Gino ci mancherai tanto» ha aggiunto Petrone che con Baggio intende incontrare la famiglia dell’ex presidente del Brescia morto nella notte all’età di 78 anni.corioni.guardiola.presentazione.356x237

IL SALUTO DI BRESCIA E BOLOGNA «Ciao Presidente». Così il Brescia sul suo sito saluta Gino Corioni, presidente delle ‘rondinelle’ dal 1992 al 2014, spentosi stanotte all’età di 78 anni dopo una lunga malattia. Anche il Bologna ricorda l’imprenditore bresciano, numero uno dei rossoblù dal 1985 al 1992: «Centrò la promozione in serie A nella stagione ’87-’88 -si legge sul sito del Bologna- con la guida tecnica di Gigi Maifredi, arrivando a conquistare l’Europa due stagioni più tardi. Tutto il Bologna Fc 1909 è vicino alla famiglia nel ricordo di una grande imprenditore e uomo di sport».

 

Mario Bocchio

Una Fifa tremenda. Il pessimo esordio di Gianni Infantino, nuovo zar del calcio “mondiale”

Infantino(Destra.it) – Gianni Infantino è il capo “mondiale” del calcio. In queste ore , con enfasi, annuncia la rivoluzione nel calcio per la futura introduzione di tecnologie che consentirebbero di verificare la veridicità delle decisioni assunte in campo dagli arbitri anche in competizioni a carattere mondiale. E per il futuro allargamento dei Campionati mondiali a quaranta squadre. Ecco.

Secondo il mio parere, Gianni Infantino non poteva esordire nel modo peggiore per dimostrare, in fondo, quanto sia in linea con quello fatto dal suo predecessore Blatter. Cioè, ammazzare il calcio. Quello almeno amato dalla maggior parte del popolo. Che mai come in questo caso si deve ricordare quale sovrano. Il popolo è sovrano del e nel calcio, ma come nelle migliori tradizioni democratiche sta finendo per essere strumentalizzato e mortificato. Gianni Infantino non si vergogna per la scelta assunta a suo tempo dalla Fifa nel voler assegnare la sede dei Mondiali di calcio in Qatar nel 2020, quando si dovrà giocare in inverno contro la tradizione e le organizzazioni dei campionati nazionali, ma si preoccupa di estendere i partecipanti. Si comporta cioè come quel cuoco che, per insaporire i propri piatti, aggiunge la panna. Irritante.

Gianni Infantino non si preoccupa che gli stadi nella maggior parte delle zone europee si stanno svuotando, ma pensa di riabilitare il mondo del pallone con l’estensione dell’occhio bionico – che stabilirà con maggiore precisione se la palla è entrata tutta in rete o meno – in tutte le competizioni sparse nel mondo. Imbarazzante.

Eppure nella ricca Germania si sarà accorto, Gianni Infantino, che la maggior parte dei tifosi – che non faccio fatica ad immaginare quasi tutti con un lavoro e un dignitoso stipendio – stanno da tempo protestando per il caro biglietto. Già, il caro biglietto che anche in Italia sta decimando la popolazione che frequenta gli stadi.

Come è possibile, mi chiedo tanto per fare un esempio, conciliare l’aumento dei biglietti allo stadio e l’aumento degli introiti coi diritti televisivi. Delle due l’una. O ci guadagni da chi in poltrona sceglie di vedere la partita. O ci guadagni da chi con la sciarpa decide di andare allo stadio. Se aggiungiamo che per molte società – beate loro – si aggiungono anche gli introiti dalla vendita dei prodotti col marchio della squadra o semplicemente dalle sponsorizzazioni faraoniche, mi chiedo perché a guadagnarci devono continuare ad essere tutti tranne chi coltiva la passione popolare, vera anima del calcio.

Allora. Gianni Infantino stabilisca nuove regole per il finanziamento del calcio che faciliti chi vuole scegliere di andare allo stadio, come istinto comanda. Magari evitando quella deriva tutta elitaria che vuole la costruzione di stadi da capienze ridotte per facilitare l’accesso solo ai ricchi. Gianni Infantino definisca i canali preferenziali per il guadagno delle società, in un mercato che possa consentire a “normali” paperon dei paperoni di accedere dove adesso è solo consentito a magnati russi o arabi che molto spesso di calcio non ne capiscono per questioni antropologiche.

Gianni Infantino riesca, con coraggio, a pulire il mondo del calcio dalla presenza di personaggi inquietanti – travestiti da procuratori – che stanno drogando le regole del gioco a danno della sana e piacevole competizione. In questo senso devono essere, per legge, le società a gestire i calciatori quando questi sono giovani promesse evitando che terzi ne possano approfittare per plusvalenze che stanno ammazzando il calcio.

Meno male che Lionel Messi sia stato cresciuto – letteralmente affidatogli all’età di sedici anni – da una società calcistica chiamata Barcellona. Altrimenti ci saremmo persi uno dei pochi poeti del goal ancora in circolazione. Altro che rivoluzionari.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

StorieDiCalcio. Auguri a Zico, l’eroe pallonaro che per primo si sposò in provincia

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(Barbadilloit) – Zico o Austria, urlavano quando la Federazione – moralista con i piccoli quanto indulgente con i grandi – voleva bloccare l’approdo friulano al Galinho, splendido esemplare di capitano di ventura pallonaro. Artur Antunes da Coimbra, quello delle punizioni che lo voleva pure Oronzo Canà alla Longobarda. Tanto pop quanto forte sul campo di calcio, oppose al bianconero aristocratico di Agnelli e Platini quello tignoso e tenace della provincia udinese.

Compie, proprio oggi, gli anni. Forse non è un caso che divida il giorno del compleanno insieme a un altro campionissimo del pop nostrano, seppur top player su altro campo e cioè quello cinematografico. Zico, come Tomas Milian, ha incarnato il sogno popolarissimo di sbattere in faccia ai padroni del vapore l’orgoglio di essere se stessi e, perchè no, di aver qualche volta ragione. Se Milian lo faceva sulla pellicola, Zico lo faceva sul rettangolo verde del Friuli.

Udine sognò lo scudetto, gli udinesi sottoscrissero abbonamenti biennali e il presidente Lamberto Mazza – in vena di investimenti – inciampò in Cosmo, il maxi-schermo più avveniristico dell’epoca. Zico indossò la casacca friulana in trentanove occasioni, dal 1983 all’85, andando a segno 22 volte. Fece parte della splendida generazione carioca che assistette all’uccisione del samba-football, le mani sporche di sangue ce l’avevano Paolo Rossi e Dino Zoff, al Mundial ’82. Fu la primissima generazione di fenomeni carioca che s’imbarcarono in Europa, in massa. Zico e Dirceu, Socrates e Falcao, Toninho Cerezo. Tutti grandissimi, tutti che si fecero leggenda (in un senso o nell’altro) ovunque giocarono.
Quei calciatori potevano giocare anche in provincia, come Zico e Dirceu. Perchè si portarono dietro dal Brasile la mancanza di ogni tipo di timore reverenziale, di spocchia e di supponenza. Così Falcao insegnò alla Roma a vincere, che si scende a fare in campo se non si può nemmeno sognare di conquistare lo scudetto?

Solo Udine toccò nel suo tour europeo, Zico che era detto “il Pele bianco”. Tornò in patria, al Flamengo e poi si fece missionario di calcio in Giappone. Però, l’Italia non l’ha dimenticato e Udine tantomeno. Rappresentò l’orgoglio folle della provinciale che voleva consacrarsi la più bella del reame. E fu (anche) grazie a questa follia visionaria che la Serie A, in quegli anni, divenne “il campionato più bello del mondo”.

Oggi, che appena ci si affaccia all’estero si prega acchè non ci si faccia troppo male, un mondo è finito. E ricordarlo è un obbligo perchè fu quella follia che ci fece innamorare di un pallone.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Signora Inter! Ma in finale ci va la Juve

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(Il Giornale) – La Juve va in finale nel peggiore dei modi. Si fa recuperare i tre gol di vantaggio dall’Inter, perde la prima partita del 2016 e la spunta solo ai rigori.
Ancora nel segno di Bonucci che segna il penalty decisivo, mentre pesa l’errore di Palacio, l’unico. Ma i nerazzurri ritrovano tutto, orgoglio e squadra, dopo aver toccato il fondo sempre contro i bianconeri domenica scorsa in campionato. La squadra di Mancini è viva e lo dimostra con una serata quasi epica nel segno di Brozovic, doppietta. Invece la Signora fa una figuraccia perché è sotto anche il minimo sindacale stravolta dal turnover, con il quale gioca troppo Allegri. Anche l’Inter cambia tanto, ma la richiesta d’orgoglio avanzata dall’ex presidente Moratti è una molla in più per la squadra di Mancini. Se tra l’Inter 1 e la Juve 1 c’è differenza, tra le seconde squadre c’è un abisso a favore dei nerazzurri. Complice l’arbitro Gervasoni che non fischia un fallo di Medel su Hernanes, la controfigura rispetto al giocatore di tre giorni fa, l’Inter al quarto tentativo riesce a segnare un gol ai bianconeri. Lo fa con Epic Brozovic, assente a Torino, e Ljajic ha subito anche la palla per il raddoppio. Ma i presupposti per una serata Epica nel primo tempo si stampano sulla traversa.

E dietro nonostante le assenze di Murillo e Miranda e lo schema di Allegri sia quello di ripartire in velocità, si soffre il minino. Invece la Juve balla anche per la timidezza di Rugani, cui deve rimediare Bonucci anche con le cattive: diffidato e ammonito, il difensore che piace a Guardiola salterà la finale di Roma contro il Milan. Il primo tempo scorre via con l’Inter che ci prova. E che l’Inter-ic abbia una marcia diversa lo conferma a inizio ripresa, dopo che Kondogbia è finito in ospedale per un trauma cranico, quando Perisic infila il raddoppio dopo un’ottima azione sull’asse Eder, suo l’assist, e Ljajic. La partita si accende, Zaza centra il palo, Ljajic mette a lato uno contro uno, Morata in versione pulcino bagnato pasticcia e basta. Rugani affoga invece del tutto nel finale quando regala il più banale dei rigori affossando Perisic e Brozovic segna la sua doppietta personale e trascina ai supplementari una notte Epica. In cui si risveglia anche l’orgoglio dei tifosi a suon di tornerete in serie b. Zaza sfiora ancora il gol, Pogba anche, l’Inter è stremata dalla rimonta, si fa male Eder, ma non entra Icardi bensì Manaj. Un falso triplice fischio regala una doppia occasione alla Juve: l’Inter si ferma, Morata per due volte su Carrizo. Poi ai rigori decide Bonucci, ancora l’ex.

Il Mancio sotto il diluvio, scoppiato al fischio d’inizio, comunque ritrova l’anima della squadra base di partenza per collezionare quattro vittorie nelle prossime cinque partite, come da diktat via teleconferenza dettato da Thohir. Il terzo posto è indispensabile, altrimenti gli scossoni sarebbero inevitabili. E la rivoluzione stavolta potrebbe partire proprio dall’allenatore. Mancio se perde può fare le valigie, mentre Allegri se vince ancora potrebbe lasciare la Juve, attratto dalle sirene da Madrid e dall’Inghilterra. L’altra faccia dell’incredibile notte di San Siro.

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

Il caso. La firma di Totti e una certa idea di fedeltà tra calcio pulito e genialità

TOTTI00(Barbadilloit) – Dice, con tutto quello che c’è in Italia, e non solo in Italia, ti pare che l’argomento del giorno è, ogni giorno e da tanti giorni, Totti firma o no, Totti rinnova o no, Totti resta o no.

Unioni civili, elezioni americane, Isis, Siria, Libia a due passi dalla Sicilia, sbarchi di immigrati che arrivano da ovunque, conti dello Stato che non quadrano, checché ne dica il signor Renzi, fisco-capestro: tutto questo c’è nei pensieri della gente, anche di quella che non tifa Roma, ma c’è anzitutto Totti.

Perché? Forse perché Totti è e resterà per sempre il capitano? Forse perché non ha mai cambiato maglia? Forse perché, pur di non vestire altri colori che quelli giallorossi, ha rifiutato le offerte faraoniche che gli erano arrivate dal Real Madrid e dal Milan: assegno in bianco, pensaci tu, per capirci.

Stiamo facendo un aggiornamento anni Duemila del “Cuore” di De Amicis?

No, signori. Il piccolo elenco di questi primati è vero, verissimo.
Ecco perché, che lo si voglia o no, Totti è diventato un simbolo. Il simbolo del calcio bello e pulito, della fedeltà e del divertimento, della modestia e della grandezza, della genialità e del coraggio.

Ci è voluto coraggio a non sentire quelle sirene il cui canto avrebbe stregato chiunque. E non è da star con la puzza sotto il naso palleggiare a bordo campo con un giovanissimo raccattapalle. Per Totti il calcio è ancora divertimento. Come lo vorremmo tutti, anziani e giovani, frequentatori di stadi e no.

Ecco di cosa è la bandiera Francesco Totti. E’ la bandiera della Roma, certo. Ma lo è anche di una idea del calcio (e dello sport) che oggi non va per la maggiore.

Firma? Non firma? Ma certo che firma.

I dettagli del nuovo contratto non interessano. Interessa che questo dittongo “Tot-Ti” venga ancora urlato al cielo. E’ come dire: non rovinate l’idea di un calcio bello, pulito, divertente, coraggioso, leale che è quella incarnata appunto dal capitano della Roma.

Piuttosto ci sarà da divertirsi quando Totti Francesco scenderà in campo non in tuta e scarpini ma in abiti perfettamente borghesi, da dirigente. Quante volte risuonerà quel “Tot-Ti”? Quante volte i suoi tifosi gli diranno di entrare in campo e di fare quel che sa fare come nessuno?

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)