StorieDiCalcio. Piangere di Totti, perchè Roma non vuol perdersi l’anima

Totti Roma (1)

 

 

(Barbadilloit) – Inizio con la premessa, così decidete subito se leggerlo o meno: non è un pezzo obiettivo. Non è neanche un articolo a ben vedere, è più un racconto, un agglomerato di pensieri sparsi e disordinati. Manca la neutralità, è stata fagocitata dai sentimenti, ma non ho potuto farne a meno. In qualche articolo l’ho pure scritto di essere romanista, e quando un romanista parla di Totti non può essere del tutto obiettivo.

Perché Totti, oltre a essere uno dei calciatori italiani più forti di sempre (e per definizione, uno dei più forti in assoluto perché sì, lo sciovinismo calcistico ha sempre ragione d’essere e il calcio italiano è sempre stata un’eccellenza), è il giocatore più forte che abbia mai indossato la maglia della Roma. Ma non è solo questione di numeri, di classe, di genialità, cucchiai, aperture no look, di gol fatti e fatti fare, sarebbe arido ridurre il tutto a un mero esercizio di statistica. Totti è molto di più. Totti incarna l’anima della Roma e della romanità, nei suoi pregi e nei suoi difetti. Da quando era un imberbe 16enne di Porta Metronia con la faccia da schiaffi incastonata tra i lineamenti dolci di ragazzino, lanciato alla conquista del mondo da due maestri di calcio come Vujadin Boskov e Carletto Mazzone, fino alla soglia dei quaranta, col viso ruvido e solcato dalle rughe di chi ha vissuto tante battaglie e si è preso sulle spalle la responsabilità di guidare la sua legione e nelle vittorie e nelle (tante) cocenti sconfitte. E ora, a quasi 40 anni, è al centro di un bailamme mediatico che potrebbe portare alla sua epurazione come fosse un giocatore qualunque. Come se poi, la Roma, fosse una qualunque squadra.
L’anima giallorossa. La Roma non ha mai vinto molto, specie in relazione alle grandi del Nord. Ma questo non ha mai scoraggiato i romanisti, sempre numerosi e passionali, perché nella propria squadra hanno sempre visto oltre i successi. Ci hanno visto grandi e piccole storie di calcio, ci hanno visto tigna là dove mancava la classe, ci hanno visto l’identità di Roma rappresentata in giro per il mondo (a volte in modo indegno, altre in maniera egregia) attraverso il calcio, ci hanno visto l’anima. L’anima ha sempre contraddistinto la Roma. Nelle svariate epoche ha visto tanti romani e romanisti diventarne il simbolo, e darsi il cambio in una never ending story. Ha visto Amadei, ha visto Losi (romano di Cremona), Rocca, ha visto il grande Agostino Di Bartolomei, Bruno Conti, ha visto Giannini, sta vedendo anche De Rossi e Florenzi. E appunto Totti, dalla classe smisurata, che ha rifiutato le lusinghe di tanti top club europei pur di provare a inseguire il folle sogno di vincere con la sua squadra del cuore, della sua città, e portarla nell’Olimpo dei club che contano.

La proprietà americana vorrebbe privarsi dell’anima della Roma, della poesia del calcio di Totti, per una questione tecnico-economica. Svilendo un simbolo. Lo ha già fatto con lo stemma, sostituendo l’acronimo ASR con un anonimo Roma 1927 per questioni di merchandising e facendo imbestialire la Curva Sud. Lo ha fatto, appunto, con la Curva Sud, depositaria dell’identità romanista, non spendendo una parola sulla liberticida divisione imposta dal prefetto Gabrielli. Lo sta facendo con il suo simbolo in campo, perché ha deciso che a quarant’anni non è più utile alla causa e quindi grazie assai, tante care cose, baci ai pupi e se vuoi ti siedi dietro una scrivania. Ma Totti è un fuoriclasse mica per vanvera.
“Cos’è il genio?”, si chiedevano nel film Amici Miei. “È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e capacità di esecuzione”. Immodestamente, mi permetto di aggiungere l’assoluta incapacità di essere banali. Mercoledì sera contro il Toro, Totti ce lo ha dimostrato ancora una volta, e gli ci sono voluti solo 5 minuti per entrare, scatenare il panico, ribaltare il corso di una gara e forse di una stagione, e scrivere un altro capitolo fantastico ad una storia infinita.

Roma- Torino. Ve lo confesso, quando il pallone è entrato e ho realizzato chi lo avesse segnato, ho pianto. Non come quel tifoso inquadrato allo stadio, ma qualche lacrimuccia mi è scesa. E leggendo sui social, sentendo al bar sotto casa, non sono stato l’unico. Quella col Toro, per i romanisti, è stata una delle serate più belle e intense degli ultimi 10 anni, proprio alla viglia del 2769° compleanno della Città Eterna. Come se il fato abbia voluto rimarcare la grandezza del capitano giallorosso associandola a qualcosa di più grande ancora.Totti Roma (2)

A dire la verità è stata una partita brutta. Di quelle nate male, di quelle che i romanisti se le trovano a cadenza fissa come una tassa da pagare, perché gira che ti rigira la Roma è così. Edonista, frizzante, folle, disordinata, capace di farti esaltare e rodere il fegato in pochissimo. Alle imprese mirabolanti seguono sempre degli inspiegabili tonfi, a volte clamorosi. Ieri sembrava essere arrivato il momento in cui la Roma, dopo una rimonta esaltante in campionato, puntualmente,‘scapoccia’. Già c’erano state avvisaglie con il Bologna e domenica a Bergamo (indovinate un po’ chi l’ha riacciuffata?), ma gli si poteva dare il beneficio del dubbio. Invece mercoledì era proprio la serata : anonimo mercoledì d’aprile, scialbo, l’Olimpico distratto stavolta dalla presunta lite Totti – Spalletti, annesso blabla mediatico delle radio capitoline. Queste sono le classiche partite in cui alla Roma “nun je va”. E infatti sembra svogliata. Il Toro gioca bene, prende un palo con Belotti, va in vantaggio meritatamente. Alla Roma tra primo e secondo tempo mancano due rigori netti, certo, ma soprattutto manca la rabbia, il fuoco sacro. Arriva il pareggio di Manolas, ci prova, ma si distrae e il Torino torna in vantaggio, proprio un momento dopo la notizia del vantaggio del Genoa contro l’Inter quarta. Rieccole, le nubi nere sulla Roma! La possibilità di arrivare allo scontro diretto di lunedì col Napoli per il secondo posto la sta bellamente buttando nel cesso.

Poi, al minuto 85, appunto, il genio. Che può fare questo vecchio leone che vogliono deporre a tutti i costi? Quello che sa fare, terrorizzare gli avversari! Punizione di Pjanic, Manolas devia e Totti in spaccata manda in rete. Pareggio! Ma è entrato da 10 secondi, come è possibile? Totti corre sotto quel che resta della Sud, due simboli che proprio non vogliono arrendersi. Roma 2 – Torino 2.
Non è finita, la Roma ora ci crede, Perotti prova un cross al centro e becca la schiena di Maksimovic. Calvarese, forse per compensare gli erroracci di prima, forse perché è proprio in serata no, forse perché inconsapevole motivo scatenante scelto dalla dea Eupalla a che si compia una favola straordinaria, decide di fischiare il rigore per la Roma. Proprio quello che non c’era. Lo stadio gioisce e poi si ammutolisce. Io sorseggio nervosamente la mia birra, non vorrei guardare. Solo Totti può prendersi questa responsabilità, di un rigore al 90’. “Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore” è un verso lontano, Totti se ne frega e batte sull’angolo alla sua sinistra. Padelli ci arriva ma non può pararla, la favola non può finire così, con un rigore fallito, è una storia troppo più grande di lui perché possa opporsi. Deve andare così. Il pallone entra, lo stadio esplode, io perdo le corde vocali e mi scende un’altra lacrima ancora. La Roma è in vantaggio, ha segnato il Capitano, ha segnato la sua anima! Da lì a poco quell’eterno ragazzo ci proverà con un altro tiro, finito lontano dalla porta granata, ma il punto è che la Roma ha vinto.

L’arbitro fischia, i romanisti esultano commossi. Hanno assistito a qualcosa di indescrivibile, a una di quelle storie che non possono non entusiasmarti. La rimonta, firmata dal proprio simbolo così bistrattato. La rimonta dell’anima che dimostra a chi ne fa una questione di business che il pallone, e la Roma con i suoi simboli, sono un’altra cosa e vanno trattate in un certo modo.

Il pallone, appunto. Il mondo del pallone tutto. Perché Totti, insieme ad uno sparuto manipolo di pochi dinosauri, rappresenta l’ultima bandiera di un calcio che non c’è più, attualmente il più rappresentativo insieme a Buffon. Pian piano i simboli che ci hanno accompagnato da bambini, ci hanno fatto sognare e conoscere un calcio straordinario in cui l’Italia dominava in lungo e in largo in un’epoca in cui era ancora tutto più umano, stanno appendendo le scarpe al chiodo. Per questo Totti, oggi, travalica i confini del romanismo, e l’annessa faziosità di chi come me ne incensa le gesta. Perché per 24 anni, tifosi e detrattori, abbiamo visto quel ragazzo con la numero 10 della Roma in campo, e rinunciare a questa abitudine significa ammettere che la propria giovinezza è finita. E noi eterni Peter Pan proprio non vogliamo farcene una ragione di credere a certe favole. Del resto lui stesso a 40 anni ne ha scritto un altro capitolo, tutto nuovo e bellissimo, anche se di soli 5 minuti.

 

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

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